IL CAMPO DEL VASAIO – Andrea Camilleri

Il campo del vasaio - Camilleri

È scritto nel Vangelo che il campo del vasaio fu acquistato coi trenta denari di Giuda, e accolse le viscere sparse dell’apostolo traditore che in quel luogo si impiccò. E’ lo sfondo, il contesto  religioso nel quale Camilleri colloca la trama del suo romanzo, pubblicato nel 2008 ed intitolato proprio Il campo del vasaio. In un terreno fuori Vigàta viene ritrovato il corpo di un uomo prima giustiziato con un colpo alla nuca, poi fatto a pezzi: trenta pezzi, come i denari di Giuda. Un delitto di mafia, sembrerebbe, eseguito con un rituale che tutti interpretano come il regolamento di uno sgarro. Il caso è assai complicato, quasi irrisolvibile, fino a quando al commissario Montalbano non arriva l’imbeccata giusta leggendo, pensate un po’, un romanzo di Andrea Camilleri. Un  gioco di specchi nel quale l’autore e il protagonista della storia giocano a rincorrersi nella ricostruzione del delitto e dei possibili moventi. Ecco allora che il mosaico si ricompone con tutte le sue tessere, proprio come il cadavere spezzettato, imbustato ed abbandonato in quel terreno argilloso. A proposito, che fine ha fatto Mimì Augello, il vice di Montalbano? Come mai per quasi tutto il racconto non si vede e non si sente? La scomparsa di Augello è uno dei temi centrali, la sua assenza riempie il romanzo. È nervoso, Mimì. Sarà la solita questione di donne, o questa volta il poliziotto fimminaro si nasconde perché toccato nell’orgoglio dal suo capo?

Il campo del vasaio è un romanzo di mafia nel quale la mafia compare poco e neppure da protagonista – la scena dell’incontro tra Montalbano e il boss Balduccio Sinagra è un capolavoro di tecnica narrativa, introspezione e comicità, da sola vale il prezzo del libro. È una storia di tradimenti, quelli sì che c’entrano, tradimenti a catena, alimentati da un luogo che sembra diventare contagioso. Altro non si può dire di questa commedia noir, spassosa, intrigante, carica di mistero, di passioni e depistaggi, tra le migliori della serie di Montalbano.

Angelo Cennamo

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PERCHE’ SCRIVERE? – Philip Roth

Perchè scrivere - Philip Roth

 

 

La mia vita consiste quasi esclusivamente nello stare da solo a scrivere chiuso in una stanza

A cinque mesi dalla sua morte, Philip Roth continua a parlarci di sé, questa volta con una raccolta di saggi e interviste pubblicate in Italia dalla Einaudi col titolo Perché scrivere? Leggendo i romanzi di Roth spesso ci chiediamo quanto ci sia di vero nelle sue storie, dove sia il confine tra simulazione e dissimulazione. L’invenzione di Nathan Zuckerman, lo scrittore alter ego che arriva ad uccidere il padre con un romanzo che dissacra i valori della tradizione ebraica – Carnovsky, è la leva sulla quale poggia l’intera vicenda artistica di Roth. Attraverso la figura di Zuckerman, il genio di Newark spia i suoi lettori dal buco della serratura e traveste la propria vita mescolando ogni cosa, il reale all’irreale. Roth si serve di Zuckerman per raccontare i traumi e vizi  dell’infanzia  – Lamento di Portnoy  – il naufragio prematuro del suo matrimonio – La mia vita di uomo – il successo improvviso che travolge e disorienta  – Zuckerman scatenato. Da uno scrittore di successo come lui ci saremmo aspettati il racconto di una vita densa di avventure, viaggi, trasgressioni, ed invece l’esistenza di Roth si è riempita perlopiù di interminabili momenti di solitudine “La mia vita è così priva di eventi che, in confronto, L’innominabile di Beckett sembrerebbe Dickens“. Otto ore al giorno, sette giorni alla settimana, 365 giorni all’anno per raccontare le vite degli altri passando per la propria. La scrittura può diventare un’ossessione oltre che un lavoro. Perché scrivere? A cosa serve la narrativa? Sono le domande che i suoi interlocutori, noti e meno noti, gli pongono nelle rare occasioni di incontro, rare soprattutto da quando ha scelto di trasferirsi in campagna, lontano da tutto. “Quello che voglio è possedere i miei lettori mentre stanno leggendo un mio libro…La narrativa dipende da uno strumento di conoscenza unico, l’immaginazione, e il suo sapere è inseparabile dall’immaginazione“. A chi gli chiede come ti definiresti, lui risponde semplicemente: “Sono uno che passa tutto il giorno a scrivere”. Perché scrivere? non è un libro di facile fruizione, soprattutto per chi è a digiuno di storia americana e ha letto poco di Roth; alcune sue parti sull’universo ebraico possono risultare perfino noiose, ma è un manuale prezioso per chi ama il mondo della letteratura, i suoi protagonisti, le tecniche della scrittura. Le analisi dei romanzi di Saul Bellow e di Bernard Malamud sono tra le cose migliori del libro, uno spaccato interessantissimo della narrativa ebraica americana del Novecento: Bellow, Malamud e Roth ne sono i capofila indiscussi. Gli incontri con Primo Levi e Milan Kundera, la simbolica ricomposizione di un puzzle che contiene un’unica storia, gli orrori della persecuzione razziale, il desiderio di raccontare ai posteri il dolore e la fatica, la migrazione verso la liberà. Per Roth la libertà è l’America, la lingua inglese, l’approdo ad una narrativa disomogenea, ricca di contaminazioni, scevra da condizionamenti politici e da qualunque forma di indottrinamento, senza una “scuola” letteraria, una meravigliosa concatenazione di universi paralleli che lo scorso secolo ha forgiato almeno un paio di generazioni di grandi scrittori e che oggi trova in Franzen, Chabon, Englander, Safran Foer i suoi migliori eredi.

Angelo Cennamo

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STORIA DEL NUOVO COGNOME – Elena Ferrante

 

Storia del nuovo cognome - Ferrante

 

L’amica geniale si conclude con la scena toccante del matrimonio di Lila. Lei e Lenuccia sono chiuse in camera per gli ultimi preparativi: il bagno, il trucco, la vestizione. E’ un momento di grande intimità, tenero e vivido nella descrizione di Elena Ferrante. Lila sa che il suo matrimonio finirà lo stesso giorno in cui è cominciato, l’unione tra lei e Stefano Carracci, il benessere che l’è piovuto addosso all’improvviso poggiano sul malaffare, la calunnia, l’equivoco. Stafano Carracci, il figlio di don Achille, l’orco delle favole. Lila non lo ama, ma lo sposa, non si sottrae al suo destino, anzi sembra sfidarlo nella convinzione che ogni cosa potrà ribaltarsi in suo favore, o forse si è rassegnata all’idea che nella vita non si può avere tutto. La casa nuova, la tv, i mobili di pregio, gli abiti firmati, la prospettiva di un negozio a piazza dei Martiri, nel cuore della Napoli bene. Cos’altro può pretendere la figlia di uno scarparo con la quinta elementare?

Leggendo Storia del nuovo cognome – secondo capitolo della quadrilogia dell’Amica geniale – ho provato a ricostruire anche visivamente la figura di Lila che esce dal ghetto per diventare la moglie di un commerciante facoltoso, la sig.ra Carracci. Nel racconto della Ferrante ho visto la sua indole ribelle e selvaggia, la sua perenne insoddisfazione. Me la sono immaginata come la Anna Magnani di Bellissima, la madre illusa ma coraggiosa che finge sentimenti, cordialità, ammicca, e che si incunea dappertutto pur di fuggire dalla sua borgata. O come la Sophia Loren della trasposizione cinematografica di Filumena Marturano, la giovane prostituta che vede in Domenico Soriano un’opportunità di riscatto e il miraggio del vero amore. La storia della lunga amicizia tra Lila e Lenuccia è fatta di avvicinamenti e di separazioni, di invidia e complicità. In una breve vacanza ad Ischia, le due ragazze vivono l’imprevedibile esperienza dell’adulterio, in ruoli contrapposti, obbedendo ad un demone che le spinge a vagare senza meta, come due incoscienti desiderose di non si sa cosa, col rischio di perdersi per sempre. Non succederà, o forse è già accaduto. Tutto sembra precipitare, poi la risalita verso una felicità incompiuta, la farsa, la finzione. Stefano, il marito rozzo, tradito. Nino Sarratore, il giovane intellettuale, il dio Dioniso, ossuto e tenebroso, che fa battere i cuori. Tutto precipita, tutto si aggiusta. E’ un mondo che gira alla rovescia, con Lila e Lenù come una regina ed il suo alfiere nella più rocambolesca delle partite a scacchi. Mai più vicine, mai più lontane. Napoli fa da sfondo, Napoli c’è sempre, nel linguaggio, nella crudezza di una miseria che non si lava neppure col denaro e l’istruzione. Lila e Lenù, così uguali, così diverse.

Angelo Cennamo

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L’AMICA GENIALE – Elena Ferrante

 

L'amica geniale - Elena Ferrante

 

Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo, diceva Tolstoj. La periferia napoletana degli anni Cinquanta nella quale Elena Ferrante ha collocato la trama de L’amica geniale  – romanzo che ha venduto milioni di copie nel mondo e ispirato film, fiction televisive e documentari  – è un microcosmo di  storie e di sentimenti nel quale ognuno può ritrovare un ricordo, una foto in bianco e nero. Io questo libro l’ho già letto molti anni fa, mi sono detto addentrandomi nelle vicende di Lila Cerullo e di Lenuccia Greco, le due bambine protagoniste che l’autrice accompagna dall’infanzia all’età adulta nel corso della sua quadrilogia. E’ la storia di mia madre, delle sue compagne di scuola, dei primi filarini. Lei, loro, come Lila e Lenù hanno vissuto in quel quartiere grigio, desolato, deturpato dalle bombe e dalla miseria che risparmiava solo pochi fortunati. In quello stradone anonimo, minaccioso, brulicante di nuovi commerci ma ricco di umanità. E’ la Napoli milionaria di Eduardo, la città dolente e speranzosa che si lecca le ferite della  guerra e si riscatta dall’ignoranza e dalla recessione. Il romanzo si apre con Lila, ormai sessantenne, che fa perdere ogni traccia di sé. Si è volatilizzata, dice suo figlio al telefono con Lenù, l’amica di sempre che oggi vive in una città del nord. La scomparsa di Lila sembra legarsi al mistero che avvolge la figura dell’autrice del libro, la fantomatica romanziera che si è data corpo e identità giocando con la propria assenza. Chi è Elena Ferrante? La fuga di Lila, il suo improvviso annientarsi, diventa allora lo spunto per raccontare la lunga storia di questa amicizia che inizia alle scuole elementari, con i primi giochi, spesso cattivi e pericolosi  “Vivevamo in un mondo in cui bambini e adulti si ferivano spesso“. Un’infanzia mai rimpianta perché piena di violenza. L’amicizia tra le due bambine è un sentimento che la Ferrante esplora con meticolosa perizia e con la sensibilità delle grandi narratrici. Il sentimento che avvicina e che allontana, a seconda dei momenti, Lila, la figlia dello scarparo, e Lenuccia, la figlia dell’usciere del Comune, è un affetto complesso, misto di fascinazione e di invidia, un’infinita competizione fatta anche di piccole crudeltà. A scuola, Lila primeggia in tutte le materie, ma è una bambina scomposta, ribelle, soprattutto povera. I suoi studi termineranno prima delle medie, ma Lila non si arrende alla miseria. Continua a studiare da autodidatta facendosi prestare libri, quaderni, e sbirciando tra le lezioni di greco e latino di Lenù. A Napoli si cresce in fretta, e il sogno di diventare ricca spinge la giovane scarpara tra le braccia di Stefano Carracci, il figlio del temuto don Achille, il salumiere arricchitosi con l’usura e morto ammazzato nella prima parte del racconto. Le strade delle due amiche sono destinate a separarsi. L’adolescenza di Lenù si dilata nello studio e nella confusa ricerca di una dimensione nuova rispetto a quella noiosa dei rapporti familiari. La giovinezza di Lila sembra invece arrestarsi di colpo a sedici anni col matrimonio con Stefano. Nelle ultime pagine del libro, la scena più intensa: Lenù che aiuta Lila ad indossare l’abito da sposa. Loro due da sole, chiuse in camera a scambiarsi silenzi e confidenze: “Tu devi continuare a studiare ” dice la sposa bambina alla sua fidata ancella “Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”. Siamo ai titoli di coda di questa storia infinita, densa e ricca di personaggi, armoniosa e cristallina come il talento della sua autrice. L’amica geniale è il Grande Romanzo Italiano che aspettavamo da tempo. Un romanzo di formazione che ci riporta ad altri classici della letteratura mondiale, da Piccole donne a Le avventure di Augie March. Elena Ferrante sa parlare attraverso la scrittura, la sua prosa è leggera, morbida, sinuosa. Il successo della storia di Lila e Lenù, che si dipana nei volumi successivi, è esploso in America e nel mondo prima ancora che in Italia, dove in tanti continuano a snobbarla considerandola alla stregua di un romanzetto rosa. Un grosso abbaglio che non scalfisce la fama ormai planetaria della Ferrante definita dal New York Times una delle più grandi narratrici della nostra epoca. Dieci e lode. Non si ammettono repliche.

Angelo Cennamo

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FATE IL VOSTRO GIOCO – Antonio Manzini

 

Fate il vostro gioco - Manzini

L’uscita di un nuovo libro di Antonio Manzini è per migliaia di appassionati un appuntamento irrinunciabile. Nelle settimane che precedono la pubblicazione, in tanti siamo curiosi di conoscere il titolo, la copertina, il numero delle pagine. E quando quel giorno atteso così a lungo finalmente arriva, ci precipitiamo in libreria per aggiudicarci la primissima copia, manco fosse un giornale che poi finisce e non viene più stampato. La portiamo a casa, controlliamo che sia intonsa, senza macchie né graffi, la fotografiamo e puntualmente la postiamo sui social con tanto di foto e frase ad effetto per commentare i capitoli iniziali o l’incipit. E’ la magia, l’empatia che certi scrittori, il più delle volte di genere e seriali, riescono a stabilire con i loro lettori. Qualcuno storcerà il naso, ma Manzini e il suo Rocco Schiavone a me fanno questo effetto.

Fate il vostro gioco è un romanzo sulla ludopatia e sullo strozzinaggio che spesso ruota intorno al mondo delle scommesse. Un ragioniere in pensione, ex ispettore di gioco al casinò di Saint-Vincent, viene trovato assassinato a casa sua. In una mano stringe una fiche. Una firma o un misterioso messaggio da decrittare per il vicequestore Schiavone e la sua squadra di poliziotti strampalati. Il gioco è una brutta bestia, genera assuefazione, compulsività e può trasformarsi in una malattia da cui è difficile guarire. Lo sa bene anche Italo Pierron, il collega più fidato di Schiavone, l’agente valdostano che Rocco di tanto in tanto coinvolge nelle sue oscure operazioni borderline per arrotondare lo stipendio. Povero Italo, nessuno gli aveva spiegato che “Il poker è dieci per cento fortuna, cinquanta tattica e quaranta osservazione” a lui è l’osservazione che lo ha fregato. La storia di Manzini è essenzialmente poliziesca, meno noir delle altre, nel senso che la trama gialla concede meno spazio del solito alle deviazioni sul privato. Una storia nella quale l’autore riserva non poche sorprese ai suoi lettori. Senza addentrarci troppo nei dettagli, ne citerò solo tre. La prima. Finalmente Schiavone conoscerà la madre di Gabriele, il ragazzino suo vicino di casa che tutte le domeniche mattina gli rompe i coglioni con la musica a palla, e con il quale il poliziotto romano ha instaurato un rapporto quasi paterno. La seconda sorpresa è meno gradita a Rocco perché riguarda un’amara verità sulla giovane collega Caterina, la poliziotta che negli altri libri aveva fatto girare la testa anche ad Italo, alimentando scontri, sospetti ed ambiguità. Il terzo colpo di scena è invece legato alla brutta storia dell’omicidio di Marina, la moglie di Rocco, da lui poi vendicata con la copertura dei soliti amici trasteverini. Insomma, come si suol dire, di carne al fuoco ce n’è tanta e nessuno rimarrà deluso. Un’ultima annotazione la farò sulla scrittura, che in questo libro sembra addirittura migliorata, più matura, con dialoghi serrati, forti, divertenti: “Non buttare merda su una cosa che non ha fanzionato, Italo. Lo fanno gli stronzi, e tu stronzo non lo sei. Almeno non del tutto” Conciso, moderno, perfino letterario. Ma sono gli scambi esilaranti tra Schiavone e l’anatomopatologo Alberto Fumagalli a lasciare di più il segno, tra le cose migliori della narrativa italiana di oggi. Fate il vostro gioco è un romanzo ben costruito in ogni sua parte, senza ripetizioni o sovrapposizioni con le precedenti storie, e con Schiavone nel ruolo di maestro di vita oltre che di poliziotto, pronto a correggere errori già commessi e ad impedire che se ne facciano degli altri. Saggio, scoglionato, coraggioso, triste. Rocco Schiavone, uno di noi.

Angelo Cennamo

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IL CANE DI TERRACOTTA – Andrea Camilleri

 

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Recensire romanzi seriali è complicato, specie se si tratta di romanzi gialli. Non che la serialità sia una diminutio, intendiamoci. Anzi, per quanto mi riguarda la ritengo un valore aggiunto: fidelizza i lettori e li coinvolge in un contesto che diventa via via familiare. La Vigàta del commissario Montalbano è un piccolo mondo antico che resiste all’omologazione della modernità. Un luogo nel quale i lettori di Camilleri ritrovano vecchi ricordi o atmosfere esotiche, vacanziere, colori e sapori di un’Italia filtrata attraverso i racconti dei nonni e dei padri. Un procedere lento che non si lascia corrompere dal progresso tecnologico e che non si può confondere con altro. I libri di Andrea Camilleri sono dei pezzi unici, inclassificabili né paragonabili ad altre forme letterarie. Per questa sua unicità Camilleri meriterebbe il Nobel. Lo meriterebbe per la lingua con la quale tesse le sue trame genuine e identitarie, una lingua sinuosa, teatrale, profondamente umana ed ancestrale. E per quell’arte antica del racconto, così semplice, leggera, ottocentesca, senza orpelli né effetti speciali, mai narcisa, che pone al centro della narrazione la storia, nient’altro che la storia con i suoi protagonisti. Quanti scrittori coltivano l’ambizione di costruire con le parole delle cattedrali gotiche: si arrampicano in alto, sempre più su, per poi finire stecchiti sotto le macerie di una verbosità inutile, fine a se stessa? Camilleri, tomo tomo, li guarda passare lungo il fiume della vanagloria e finire rapidamente nel dimenticatoio.

Il cane di terracotta è il secondo romanzo della serie di Montalbano, pubblicato nel 1996 dopo il fortunato La forma dell’acqua, libro del quale nessuno aveva previsto sequel o altre forme di reiterazione. Ma il grande successo di critica e di pubblico che ne derivò, spinse Elvira Sellerio a pretendere dal maestro di Porto Empedocle nuove storie di delitti che avessero come protagonisti proprio il commissario di Vigàta e la sua squadra di poliziotti squinternati. In questo secondo libro, in coda al solito delitto di mafia, Montalbano deve indagare su un duplice omicidio avvenuto cinquant’anni prima: i cadaveri di due giovani amanti vengono ritrovati in fondo ad una grotta. Ai loro piedi, la statua di un cane di terracotta messa a sorvegliare le due vittime chissà da chi e per quale strana ragione. Un giallo comicissimo nel quale il commissario di Camilleri si lascia aiutare nella sua inchiesta da un gruppo di vecchietti più o meno arzilli, testimoni di un tempo lontano, dominato da antiche credenze e misteriose ritualità.

Angelo Cennamo

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LA GITA A TINDARI – Andrea Camilleri

 

La gita a Tindari - Camilleri

 

Prima di tutto la lingua. Leggere i romanzi di Andrea Camilleri è un’esperienza fuori dall’ordinario. Leggerli nella lingua originale, intendo dire – nulla di paragonabile rispetto alle versioni esportate in Inghilterra, Germania, Spagna e resto del mondo. Beati noi. Confesso di essermi avvicinato al maestro di Porto Empedocle con molto ritardo, dopo aver vinto un atteggiamento di inspiegabile riottosità, io che dopotutto sono meridionale, napoletano, e quindi abituato a confrontarmi con i testi dialettali. Ma ecco l’errore. Camilleri non scrive in dialetto, Camilleri scrive in italiano: è questa la grande scoperta. Scrive in una delle possibili declinazioni della lingua italiana, che è quella siciliana. Più o meno, o in diversa misura rispetto a romanzieri come Verga, Pirandello, Sciascia. Tutto ebbe origine da una promessa fatta al padre nelle sue ultime ore di vita. Il giovane Andrea confidò al genitore moribondo che gli sarebbe piaciuto diventare uno scrittore. L’uomo ascoltò con attenzione il racconto che Nenè gli sussurrò al capezzale, dopodiché suggerì al figlio di mettere quella storia per iscritto, esattamente come l’aveva raccontata a lui, nella stessa lingua. Promessa mantenuta. Quel miscuglio di italiano corrente e di siciliano lo chiamano vigatese, dal nome del paesino immaginario, Vigàta, dove l’autore colloca le sue trame. Eccezion fatta per i romanzi storici, Camilleri non scrive noir, ma libri gialli, autentici polizieschi, il cui protagonista, il commissario Montalbano, è diventato popolarissimo grazie soprattutto – in Italia si legge poco – ad una fiction televisiva. Quanto Luca Zingaretti si rispecchi nel Salvo Montalbano della carta scritta è difficile a dirsi. Di sicuro non gli somiglia fisicamente: quello uscito dalla penna di Camilleri ha baffi e capelli, non il cranio rasato dell’attore romano. Ma è solo un dettaglio. La simbiosi tra le due narrazioni è pressoché totale, per bellezza, colore, ritmo. Le avventure di Montalbano – nome ispirato dallo scrittore spagnolo Vazquez Montalban – vanno lette lentamente, possibilmente con la voce roca e affumicata del suo ideatore. Immaginando la stessa flemma, il disincanto di chi ha già visto tutto, la postura appesantita dalla veneranda età. In quelle note strascicate rivive la bellezza della Magna Graecia e della sua preziosa eredità. E’ così che io mi sono calato, abbandonato alla trama de La gita a Tindari, nelle sue atmosfere calde e sonnolente, nella luce accecante che bagna Vigàta come le acque cristalline del suo mare, e nel mistero che avvolge l’intricata vicenda sulla quale indagano il commissario Montalbano e il suo vice Mimì Augello: l’omicidio di un giovane fimminaro e la scomparsa di una coppia di vecchietti partiti per un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Tindari “C’era un legame tra la scomparsa dei due vecchiareddri e l’ammazzatina del picciotto?”

Angelo Cennamo

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ERA DI MAGGIO – Antonio Manzini

 

 

Era di maggio - Manzini

 

 

Sono giorni terribili per Rocco Schiavone: la fidanzata di un caro amico è stata ammazzata per errore, il bersaglio doveva essere lui. Dopo Marina, la moglie fantasma con la quale dialoga in corsivo, Adele è la seconda donna a morire al posto di Rocco. L’omicidio è legato al passato del protagonista, ad una vecchia storia di borgata, questioni personali che sfuggono alle maglie della legalità, un crinale invisibile, scivoloso, la dark side della sua invincibilità. L’omicidio di Adele è la trama parallela di un altro delitto: l’assassinio in carcere di un mafioso che tutti credono morto per infarto. Una rottura di coglioni del decimo grado che costringe Schiavone ad indagare in cella, tra detenuti e secondini, su un complicato giro di usura e di appalti truccati. Con lui, il cast di sempre: i poliziotti imbranati D’Intino e Deruta, il viceispettore Caterina Rispoli, e Italo Pierron, il giovane collega col quale Schiavone di tanto in tanto arrotonda lo stipendio con qualche lavoretto extra.

Come sempre, il racconto si sviluppa sul doppio binario, quello valdostano e quello romano. Nella parte capitolina della narrazione, i dialoghi tra Rocco e gli amici furfanti, Seba e Brizio, ci riportano alle ambientazioni pasoliniane dei Ragazzi di vita, lo stesso gergo, le stesse atmosfere, gli stessi temi. E’ questa la forza delle storie di Manzini: il giallo si dilata e apre le porte al romanzo sociale, ai sentimenti, alla nostalgia. “Gli zero dell’Iban sono una gran rottura di coglioni” è la frase più esilarante del romanzo, vale il prezzo del libro.

Angelo Cennamo

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SOLEA – Jean-Claude Izzo

 

 

SOLEA - Izzo

 

Se n’è andato troppo presto Jean-Claude Izzo, scrittore francese di origini salernitane, protagonista assoluto, se non inventore, del noir mediterraneo, filone letterario dal quale hanno attinto anche diversi giallisti italiani. Della sua breve comparsa sulla scena narrativa ci restano romanzi dal grande impatto emotivo come Il sole dei morenti e Marinai perduti , ma il nome di Izzo è legato soprattutto alla sua trilogia marsigliese: Casino totale, Chourmo e Solea, un trittico di libri mozzafiato il cui protagonista è Fabio Montale, poliziotto borderline per metà italiano per metà francese, nel quale Izzo ha traslato le proprie origini, sensibilità, passioni, nostalgie e gusti musicali. Nel terzo capitolo della trilogia, Montale ha lasciato la polizia e si è trasferito nella casa sul mare ereditata dai genitori, dove tra giri in barca e bevute di pastis come un lupo solitario si abbandona ai ricordi più dolorosi. E’ un uomo con lo sguardo sempre rivolto all’indietro, il Montale di Solea, inseguito, tormentato dai fantasmi del passato: l’infanzia, gli amici morti ammazzati, gli amori fuggiti via “Sempre in ritardo sulla morte. E sempre in ritardo sulla vita. Sull’amicizia. Sull’amore”.

Al bar di Hassan si discute del più e del meno, storie di immigrati, diversi per etnie, provenienze, ma uguali e uniti nell’approdo in quella terra speciale, struggente, maledetta, chiamata Marsiglia “Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto”. Nel passato di Fabio c’è anche Babette, la giornalista free-lance che lo lasciò per seguire un avvocato italiano. Grandi amori che nella narrazione di Izzo fanno dei giri immensi e poi ritornano, nei ricordi o in carne ed ossa. Babette è di nuovo in Francia, sì, ma è braccata dalla mafia per via di un reportage scottante su intrecci illeciti tra imprese, malavita e politica. Non c’è pace per Montale che ora è costretto a mettersi sulle tracce della ex fidanzata e arrivare da lei prima che la trovi qualcun altro. La rabbia esplode, il prezzo da pagare è altissimo e a farne le spese saranno altre vittime innocenti. La Marsiglia di Izzo, le atmosfere del porto, i tramonti rosa sul mare, il degrado e l’umanità di certi quartieri, ricordano molto la Napoli di Elena Ferrante, Ermanno Rea e di Maurizio de Giovanni. Tutto si lega a certe latitudini: siamo figli dello stesso mare, della stessa cultura, è questo il messaggio che Izzo ci lascia con lo sturm und drang delle sue storie intrise di sangue e di poesia, indimenticabili.

Angelo Cennamo

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IL CONFORMISTA – Alberto Moravia

Il conformista - Moravia

Quando il diciassettenne Alberto Pincherle – poi Moravia – nel letto di un ospedale, per ingannare il tempo e quella brutta malattia che lo affliggeva già da qualche anno al punto da costringerlo ad abbandonare gli studi, cominciò ad abbozzare delle frasi su un quadernino, nessuno poteva immaginare che quegli appunti disordinati, scritti a penna, sarebbero diventati poco più tardi un’importante opera letteraria, una pietra miliare della nuova letteratura. Con Gli indifferenti romanzo pubblicato nel 1929Moravia liberò la narrativa italiana dalla lingua ingessata, ampollosa, dei dotti, dalla grammatica degli intellettuali e dei poeti, e la trasportò nella modernità, dando inizio, lui e non Sartre o Camus, alla corrente dell’esistenzialismo. Non sono d’accordo con chi accusa Moravia di non aver scritto nulla di eclatante e di nuovo dopo quel romanzo d’esordio, di essersi ripetuto, riciclato nei libri successivi con i soliti cliché sulla noia e la solitudine. Ho riletto a distanza di molto tempo dalla mia prima volta Il conformista – pubblicato vent’anni dopo Gli indifferenti – e sono rimasto colpito dalla immutata freschezza, dall’attualità dei temi affrontati, da come Moravia descrive la società italiana che dal fascismo ad oggi non sembra per nulla cambiata. Il romanzo è il ritratto di un uomo, soprattutto di un atteggiamento morale tipico dei nostri tempi: l’omologazione. Negli anni Settanta ne parlò a fondo anche Pier Paolo Pasolini – di Moravia grande amico e confidente – in due celebri raccolte: Scritti corsari e Lettere luterane.

Il protagonista del racconto, Marcello, nel prologo è un bambino introverso e violento, attratto dalle armi. Marcello non solo è consapevole, ma turbato da quella innata crudeltà che lo fa sentire diverso dagli altri suoi coetanei e che lo spinge a fare del male prima a gatti e lucertole, poi ad uccidere un uomo. Lino, la vittima, è un prete spretato, un pedofilo che con un espediente conduce il ragazzino in una casa di campagna per sfogare la sua mania. Per quell’istinto omicida che cova dentro di sé, Marcello vorrebbe tanto essere rimproverato, punito dai genitori, ma sia il padre che la madre sembrano assenti, distratti – gli indifferenti – presi da altre faccende. Nella prima parte del romanzo, Marcello lo ritroviamo adulto. Chi è adesso? Che uomo è diventato? Uno uguale a mille altri “Egli faceva tutta una cosa sola con la società e il popolo in cui si trovava a vivere, non era un solitario, un anormale, un pazzo, era uno di loro, un fratello, un cittadino, un camerata.” Aveva  temuto che l’omicidio di Lino potesse separarlo dal resto dell’umanità, ma l’adesione alla causa fascista e il matrimonio, sia pure con una donna che non ama, lo salvano da quel sentimento di estraneità, di esclusione dal mondo, e lo fanno sentire per la prima volta come tutti gli altri. Un’illusione, forse, che il protagonista coltiverà fino a quando gli verrà affidata una misteriosa missione in Francia.

Il conformista è in buona sostanza quello che oggi chiameremmo un noir psicologico. Dunque anche Moravia scriveva noir, come Umberto Eco, Leonardo Sciascia, e Pasolini ( Petrolio è un meraviglioso romanzo noir ), se ne facciano una ragione i tromboni delle gerarchie letterarie, i critici dello scaffale. Tornando alla trama del romanzo, Marcello ha un amore isterico per l’ordine, per la compostezza. L’omicidio di Lino è la negazione di quell’ordine prefigurato, è il  disordine, il male, un male che può essere cancellato in un solo modo: conformandosi alla massa. Cosa c’è di più omologante del fascismo e del matrimonio? “Sono stato un uomo simile a tutti gli altri uomini….ho amato, mi sono congiunto ad una donna e ho generato un altro uomo”. È il grande tema del rapporto tra uomo e società, sempre attuale e perfettamente delineato da Moravia, con coraggio e incisività. Quando seppi della morte di Philip Roth, mi chiesi se in Italia avessimo avuto uno scrittore paragonabile al grande romanziere ebreo di Newark. Moravia, mi sono detto. Alberto Moravia è stato il nostro Philip Roth.

Angelo Cennamo

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