I DIFETTI FONDAMENTALI – Luca Ricci

I difetti fondamentali - Luca Ricci

Penso che il destino di un libro sia legato anche al suo titolo. I titoli sono importanti. Pastorale americana sarebbe diventato il romanzo cult che conosciamo se Roth lo avesse intitolato Le disavventure della famiglia Levov o che so La figlia ribelle? Non credo. Luca Ricci deve averlo capito: titoli come L’amore ed altre forme d’odioLa persecuzione del rigorista, Gli autunnali, Trascurate Milano sono una subdola istigazione all’acquisto. Non fa eccezione I difetti fondamentali, uscito nel 2017, il libro che ha aperto il varco alla popolarità dell’autore pisano, consacratosi pochi mesi più tardi con il romanzo d’esordio Gli autunnali.

I Difetti fondamentali è una raccolta di quattordici storie di scrittori raccontate partendo dai difetti, perché il più delle volte sono proprio quelli a delineare la personalità di chi scrive. I protagonisti ci appaiono come dei disadattati, degli alieni incompresi, uomini e donne confusi, alle prese con una quotidianità nella quale non sembrano trovare posto né considerazione. Prendete uno scrittore. Cosa fa? Qual è il suo ruolo? Ricci si interroga sul senso di una vita spesa a scrivere ore ed ore, giorno dopo giorno, e su quale sia la migliore collocazione anche fisica per un romanziere: l’isolamento allontana dalla realtà, ma stando in mezzo agli altri si rischia di sconfinare nel documentarismo, si riducono gli spazi dell’immaginazione, la fiction perde quota. Soprattutto, è ancora utile studiare Lettere in un Paese che non investe più un euro nella cultura e che non legge? Ezio, uno dei personaggi de “Il velleitario”, suggerisce al suo giovane amico di lasciare gli studi; i grandi scrittori, gli dice, traggono esperienza dalla strada, si sporcano le mani con lavori umili. Lui fa il barista, e forse il romanzo che ha sempre sognato, immaginato, prima o poi riuscirà a finirlo. Ma vivere alla sua maniera non è forse già come averlo scritto? Le storie di Ricci sono uguali e diverse, spesso hanno come sfondo una Roma sonnolenta, distratta, la città decadente dei premi letterari e delle terrazze radical chic che abbiamo visto nel film di Sorrentino, La grande bellezza. La città eterna perché eternamente sospesa in un tempo indefinito ed indefinibile, tra eccitazione e delusione, desiderio e disincanto.

I difetti fondamentali è un atto d’amore, il generoso tributo ad un mestiere che somiglia a un sogno e che regala sogni, un libro amaro e commovente che evoca le atmosfere di grandi autori del passato: Buzzati, Flaiano, Moravia, Tommaso Landolfi. Ricci è bravo a coniugare l’alto con il basso, la tradizione del Novecento con la modernità. La sua scrittura è misurata, minimalista quanto basta, ironica, raffinata ma mai esibita “L’arte del racconto al suo meglio”.

Angelo Cennamo

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LA PATTUGLIA DELL’ALBA – Don Winslow

 

La pattuglia dell'alba - Don Winslow

 

 

In attesa dell’onda, Boone Daniels si tiene a cavalcioni della vecchia longboard come un cowboy su un pony. È di pattuglia. La Pattuglia dell’Alba”

Divorarsi le unghie oltre i limiti della decenza, leggendo i libri di Don Winslow, è un corollario che chi conosce ed apprezza il genere crime mette in conto dopo aver ritirato lo scontrino alla Feltrinelli. Le declinazioni narrative di Winslow sono diverse, spaziano dal narcotraffico – nessuno come lui tratta questa materia – al poliziesco classico nella serie di Neil Carey.

Con La pattuglia dell’alba – romanzo pubblicato nel 2008 – il thriller prende i colori della costa californiana, con le onde del Pacifico che si allungano e si ritraggono sulle spiagge assolate di San Diego, le stesse di Baywatch. Qui Don Winslow colloca una delle sue trame più adrenaliniche, la storia di un gruppo di amici che la mattina presto scende in acqua per praticare surf. Tra loro spicca la figura di Boone Daniels, ex poliziotto, costretto a dimettersi per una brutta faccenda che qualche anno prima lo aveva fatto scivolare nella depressione “Fu l’oceano a guarirlo”, e che ora si guadagna da vivere – guadagna è una parola grossa – come investigatore privato. Boone usa la tavola da surf come un comune mortale userebbe le proprie scarpe, sull’acqua Boone ci cammina, e nessuno come lui riesce a cavalcare le onde più alte e pericolose come quelle della “resa dei conti”, la mareggiata prevista per i prossimi giorni sulla costa di San Diego, che tutti i surfisti aspettano come un regalo prezioso. Prima di entrare nel vivo della storia, Winslow racconta il mondo del surf tra miti e simbologie. L’onda diventa più in generale la metafora delle insidie della vita, e l‘acqua una fonte di energia che può ritorcersi contro chi non ha la giusta perizia per dominarla. Le dissertazioni di Winslow sfociano nella filosofia, la filosofia del surf, chi l’avrebbe detto. Le onde possono essere di superficie, e quelle puoi cavalcarle senza troppe sorprese, ma guai a sottovalutare le sotterranee, che sono più profonde dei cervelli di Kierkegaard e Wittgenstein messi insieme, dei veri “pezzi di merda”. Ma veniamo alla trama poliziesca, senza addentrarci nei dettagli, ovvio. Proprio alla vigilia della “resa dei conti”, Boone riceve una visita tanto inattesa quanto inopportuna: la procuratrice di uno studio legale, bella ed ambiziosa, deve rintracciare una spogliarellista scomparsa, teste chiave in un processo per una grossa truffa ad un’assicurazione. Boone farebbe a meno di prendersi quel mandato, al centro dei suoi pensieri c’è la mareggiata imminente, il sogno di ogni surfista; Boone non vede l’ora di lanciarsi tra le onde e di cavalcarle come un fantino. Ma le casse del suo ufficio sono vuote da parecchio tempo, e i fitti arretrati cominciano a moltiplicarsi, non si vive di solo surf. Inizia da qui l’indagine di Mr Daniels, un lungo viaggio tra locali di streaptease e i bassifondi di San Diego. Luci ed ombre di una California suggestiva ed avvincente come non l’avete mai conosciuta prima. Certi libri ci cambiano la vita, i libri di Don Winslow ci rimettono al mondo.

Angelo Cennamo

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TRASCURATE MILANO – Luca Ricci

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Cammino nel buio prematuro di Milano

Un uomo sposato e una ragazzina si incontrano nella metropolitana di Milano. In superficie la città marcia verso il Natale con i suoi riti noiosi, stereotipati: i regali, le lucine degli alberi, il cibo preparato dai parenti, i saluti dei passanti che diventano più cordiali e più fasulli. Il sottosuolo si affolla di viaggiatori distratti, frettolosi, un groviglio di corpi che si muovono come un’onda indistinguibile. L’uomo si lascia attraversare dall’onda e da un’indicibile frenesia sessuale che lo spinge sul bordo dell’abisso. Sfiora, tocca, inala odori e sbuffi. In mezzo all’onda c’è lei, la studentessa di odontoiatria, Martina, il suo antidoto al Natale di Milano. Gli sguardi si incrociano, riconoscono le rispettive sofferenze. Martina si abbandona alla libidine dell’uomo, a quel gioco perverso fatto di palpeggiamenti, si lascia accarezzare, ovunque, nell’indifferenza della folla, che in quegli attimi smette di esistere. I due fanno conoscenza. Ad una appuntamento al bar per un aperitivo, un altro dei riti vuoti e imbecilli, Martina lo presenta ai suoi amici come “l’uomo della metropolitana” – “l’uomo” –  quasi a voler marcare la differenza di età, la sua intrusione, il suo essere fuori posto. In superficie è diverso, l’uomo è sposato, ha una figlia, una vita regolare, ordinata, apparentemente composta. La loro relazione, goffa, improbabile, non si addice alle convenzioni della città reale, al chiarore del giorno, alla pallida luce di dicembre. E’ la metropolitana la giusta dimensione, è lì che il gioco prende corpo e prende i corpi, si accende la fantasia, la libertà divampa nella passione, tutto diventa lecito. In mezzo all’onda della folla si annullano le convenzioni, non c’è passato né futuro. In quel budello buio, infernale, sul binario della trasgressione, il Natale perde la sua forza manipolatrice e moralizzatrice.

Luca Ricci affronta con coraggio i temi più scivolosi: la fine di un amore, la solitudine, l’indifferenza, il tormento interiore, e lo fa col talento del pioniere, dando cioè l’impressione al lettore che nessuno ne abbia scritto prima di lui. Il protagonista di Trascurate Milano non è poi così diverso dallo scrittore annoiato de Gli autunnali, ma lui oltrepassa il limite dell’immaginazione, il suo tradimento è fatto di nuova carne, è reale. La stessa ossessione che si impossessa dell’architetto Dorigo in Un amore di Dino Buzzati, o di Mickey Sabbath, il personaggio di Philip Roth tormentato dai fantasmi del passato che affoga la propria infelicità nella lussuria e nella sregolatezza.

Ho già detto e scritto in altre occasioni che Luca Ricci è il Moravia del XXI secolo, un rinnovato esistenzialista, agile e caparbio nell’introspezione, dotato di una scrittura potente, misurata, mai vischiosa, moderna. Con Trascurate Milano Ricci ha scritto il sessantunesimo racconto di Buzzati, il più bello.

Angelo Cennamo

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DOVE LA STORIA FINISCE – Alessandro Piperno

 

Dove la storia finisce

 

Dopo sedici anni di esilio in California, Matteo Zevi è su un aereo che lo sta riportando in Italia. Da un giorno all’altro Zevi aveva abbandonato moglie e figli per fuggire dai debiti e forse da un killer, ora dato per morto. Il vuoto lasciato da quella partenza così vile ed improvvisa era stato colmato dalla benevolenza di Tati, l’amico facoltoso, il generoso supplente, sempre pronto a farsi carico dei problemi di sua moglie Federica e dei due figli: Giorgio e Martina, avuti da due matrimoni diversi, che aggiunti agli altri due americani, fanno quattro. Il ritorno del fuggitivo tuttavia non sembra destare entusiasmo nella famiglia Zevi; durante l’assenza di Matteo, infatti, ciascuno è riuscito a trovare il proprio equilibrio: Martina ha sposato il rampollo di un noto barone universitario; Giorgio ha messo su un ristorante e sta per avere un figlio dalla compagna Sara. Solo Federica in tutti questi anni non ha smesso di attenderlo. Perché non ha divorziato? E’ la domanda che tutti le rivolgono, a cominciare da suo padre, ex giudice della Consulta, che quel poligamo fallito di Zevi non lo ha mai potuto vedere. La risposta di Federica arriva a due terzi del libro, lapidaria: “Meglio amare l’uomo sbagliato per tutta la vita che non amare nessuno”. Dove la storia finisce, quarto romanzo di Alessandro Piperno – pubblicato nel 2016 da Mondadori – è lo spaccato farsesco di una famiglia ebrea, molto borghese, chiamata a fare i conti con un passato vissuto tra inganni e incomprensioni. Alla storia del padre che ritorna, il quasi assente protagonista, Piperno aggiunge altre trame che vanno a rimpolpare un racconto che altrimenti sarebbe scarno e privo di mordente: la vicenda di Martina, ventiquattrenne lesbica e alcolizzata che sposa il fratello della sua amica intimissima, Benedetta; la stoica vedovanza di Federica, cinquantenne ancora briosa ed affascinante “consapevole di rappresentare per vedovi e divorziati un ripiego accettabile alle trentenni vagheggiate e sempre meno disponibili”; le angosce di Giorgio, figlio di primo letto di Matteo, che del padre non vuole più saperne da quel giorno di sedici anni fa, quando a scuola fu avvisato con una telefonata della sua partenza improvvisa. La storia raccontata da Piperno finisce con una rocambolesca rimpatriata natalizia, proprio nel ristorante di Giorgio, dove tutti i protagonisti saranno costretti a mettere da parte rancori ed ipocrisie, a mostrare il loro vero volto. E’ il finale pirotecnico che riscatta in extremis un romanzo scritto magnificamente ma ricco di déjà vu – il redde rationem atteso dall’inizio della storia e giunto nell’ultimo capitolo somiglia molto alla cena natalizia della famiglia Lambert ne Le Correzioni di Jonathan Franzen – e di stereotipi dai quali Piperno non riesce proprio a liberarsi: i tic e le nevrosi della buona borghesia ebrea, sempre spocchiosa e griffata, la stessa dei libri precedenti; i conflitti familiari che degenerano in disastri finanziari o giudiziari. Il quadro sociologico di un’Italia che sopravvive perlopiù nei film di Vanzina, o dell’America che ritroviamo nei libri di Saul Bellow e Philip Roth. Piperno è un autore colto, e se i suoi studi, le sue buone letture hanno fatto di lui un abile romanziere, da un altro lato lo hanno imprigionato in un cliché letterario che sembra autoperpetuarsi all’infinito. L’unica pecca di un talento che resta comunque cristallino e indiscutibile.

Angelo Cennamo                                   

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CANALE MUSSOLINI – Antonio Pennacchi

 

Canale Mussolini - Antonio Pennacchi

 

Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo

Spulciando le note biografiche di Antonio Pennacchi, ex operaio, ex militante del Msi poi espulso, ex militante del Pci e della Cgil poi espulso, infine attempato studente alla facoltà di lettere, da cui viene espulso sì, ma con la laurea in tasca, ti accorgi che c’è qualcosa che non quadra. Non ha il curriculum, Pennacchi, dello scrittore italiano “serio”, accademico, intellettuale, fresco di scuola di scrittura creativa e frequentatore dei più rinomati ambienti radical chic. Pennacchi è quel che si dice un outsider. Di scrittori lavapiatti e muratori da premio Pulitzer, la letteratura americana ne è piena. Qui da noi resiste invece un’idea del romanziere romantica, tradizionale, precisa. Ma veniamo a noi – A Noi! Lapsus freudiano. Dopo i 33 rifiuti per il suo primo romanzo Mammut, poi pubblicato da Donzelli nel 1994, e il primo successo con l’autobiografico Il fasciocomunista, libro dal quale è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico con Elio Germano e Riccardo Scamarcio, nel 2010 Pennacchi torna in libreria con il bestseller Canale Mussolini, finalista al Campiello e vincitore del premio Strega. Il romanzo racconta la storia della sua famiglia, nella finzione i Peruzzi, emigrata dalla Pianura Padana nel basso Lazio per lavorare alla bonifica dell’Agro Pontino, e copre un arco temporale che va dagli anni dieci del Novecento alla seconda guerra mondiale. Canale Mussolini è l’asse portante su cui si regge la bonifica, opera titanica avviata da Benito Mussolini nel 1928 e conclusa nel 1937. Un laboratorio ingegneristico esemplare, studiato ed imitato perfino dal presidente americano Roosevelt per il suo New Deal. Ci lavorarono migliaia di famiglie provenienti da tutta Italia. Fu un esodo biblico. Trentamila persone nello spazio di tre anni “Portati dalla ventura in mezzo a gente straniera che parlava un’altra lingua” a popolare come birilli inermi quel “tappeto di biliardo”, quella pianura sconfinata senza un solo albero, vuota e asciutta come un deserto “Una volta si emigrava in America in cerca di fortuna, poi hanno chiuso i cancelli, e negli anni Trenta, per l’Italia, l’America è diventata l’Agro Pontino”. I Peruzzi sono una famiglia numerosa, nel ferrarese facevano i contadini al soldo di un signorotto locale, avido, arrogante, che all’inizio della storia li costringe ad andare via dalle sue terre. Pericle e Temistocle, i protagonisti principali del racconto, fanno amicizia con un socialista dal piglio bellicoso ed antagonista. Insieme a lui mettono su una squadraccia di rivoluzionari incendiari e finiscono per orbitare nella cerchia del giovane Mussolini, agli albori della sua ascesa politica. La storia dei Peruzzi si dipana tra vicende familiari e pubbliche dando vita ad un poema straordinario, un romanzo storico emozionante ed istruttivo con il respiro delle grandi opere letterarie. Leggendo questo libro non si può fare a meno di pensare all’epopea di un’altra famiglia, i Joad, costretta ad abbandonare la propria fattoria nell’Oklahoma e ad attraversare l’America lungo il tracciato della Route 66, su un vecchio autocarro scassato, per insediarsi in California, la terra promessa. La California di Steinbeck, l’Agro Pontino di Pennacchi: racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo.

Angelo Cennamo

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STORIA DI CHI FUGGE E DI CHI RESTA – Elena Ferrante

 

Storia di chi fugge e di chi resta - Elena Ferrante

 

E’ un infinito rincorrersi la storia di Lila e di Lenù. Nel terzo volume della quadrilogia  –  Storia di chi fugge e di chi resta –  le due amiche sono diventate adulte. Lila ha lasciato il marito per andare a lavorare in una fabbrica di salumi, luogo di sottomissione e di abusi. Lenù, dopo essersi laureata alla Normale di Pisa, scrive un romanzo di successo che le apre le porte di una società colta e benestante. Sullo sfondo, la Napoli della contestazione giovanile e delle rivendicazioni sindacali, mondo dal quale Lila si lascerà attrarre per denunciare i soprusi subiti in fabbrica. Le strade delle due amiche si sono divise, ma resta un legame forte, indissolubile, sotto traccia. Lenù sposa in Comune il rampollo di una famiglia di baroni universitari di sinistra “Sposarsi faceva tutt’uno col contributo a una battaglia laica”. Di tanto in tanto ritorna a Napoli dove ritrova i vecchi amici e i ricordi di un tempo ancora nitido che non passa mai. L’infelicità di Lila, la sua dannazione, si riflettono nella vita di Lenù sulla quale si staglia l’eterna figura di Nino, il figlio del poeta ferroviere che in una folle vacanza ischitana di alcuni anni prima abusò di lei.

Storia di chi fugge e di chi resta è la tappa forse più interessante della lunga storia d’amore e di amicizia scritta dalla Ferrante. Il capitolo in cui la vicenda acquista maggiore respiro e si delinea in tutta la sua ampiezza. Lila e Lenù sembrano rincorrere una felicità che non esiste, non esiste neppure nella ricchezza e nella fama raggiunta dalla giovane scrittrice, fuggita da Napoli per inseguire il successo, ma rimasta impigliata nei ricordi e nell’amore incompiuto per Nino. Le tracce dell’infanzia e di quel vecchio stradone di periferia non vanno più via, imprigionano le due amiche in uno spazio bianco dove ogni altra contaminazione sembra scivolare nel vuoto e lasciare un senso di inappagamento. Tutto scorre: i matrimoni, i figli, il lavoro, ma l’immagine del rione, il suo richiamo, sono come una dolce maledizione che ferma il tempo e le passioni. L’amica geniale ci racconta una storia potente, viscerale, vibrante e senza filtri dalla quale noi lettori non riusciamo e non vogliamo staccarci. Una storia già scritta che Elena Ferrante ha saputo ricordare, catturare e spogliare di ogni altra parola inutile. E’ lei la nostra amica geniale.

Angelo Cennamo

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IL CAMPO DEL VASAIO – Andrea Camilleri

Il campo del vasaio - Camilleri

È scritto nel Vangelo che il campo del vasaio fu acquistato coi trenta denari di Giuda, e accolse le viscere sparse dell’apostolo traditore che in quel luogo si impiccò. E’ lo sfondo, il contesto  religioso nel quale Camilleri colloca la trama del suo romanzo, pubblicato nel 2008 ed intitolato proprio Il campo del vasaio. In un terreno fuori Vigàta viene ritrovato il corpo di un uomo prima giustiziato con un colpo alla nuca, poi fatto a pezzi: trenta pezzi, come i denari di Giuda. Un delitto di mafia, sembrerebbe, eseguito con un rituale che tutti interpretano come il regolamento di uno sgarro. Il caso è assai complicato, quasi irrisolvibile, fino a quando al commissario Montalbano non arriva l’imbeccata giusta leggendo, pensate un po’, un romanzo di Andrea Camilleri. Un  gioco di specchi nel quale l’autore e il protagonista della storia giocano a rincorrersi nella ricostruzione del delitto e dei possibili moventi. Ecco allora che il mosaico si ricompone con tutte le sue tessere, proprio come il cadavere spezzettato, imbustato ed abbandonato in quel terreno argilloso. A proposito, che fine ha fatto Mimì Augello, il vice di Montalbano? Come mai per quasi tutto il racconto non si vede e non si sente? La scomparsa di Augello è uno dei temi centrali, la sua assenza riempie il romanzo. È nervoso, Mimì. Sarà la solita questione di donne, o questa volta il poliziotto fimminaro si nasconde perché toccato nell’orgoglio dal suo capo?

Il campo del vasaio è un romanzo di mafia nel quale la mafia compare poco e neppure da protagonista – la scena dell’incontro tra Montalbano e il boss Balduccio Sinagra è un capolavoro di tecnica narrativa, introspezione e comicità, da sola vale il prezzo del libro. È una storia di tradimenti, quelli sì che c’entrano, tradimenti a catena, alimentati da un luogo che sembra diventare contagioso. Altro non si può dire di questa commedia noir, spassosa, intrigante, carica di mistero, di passioni e depistaggi, tra le migliori della serie di Montalbano.

Angelo Cennamo

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PERCHE’ SCRIVERE? – Philip Roth

Perchè scrivere - Philip Roth

 

 

La mia vita consiste quasi esclusivamente nello stare da solo a scrivere chiuso in una stanza

A cinque mesi dalla sua morte, Philip Roth continua a parlarci di sé, questa volta con una raccolta di saggi e interviste pubblicate in Italia dalla Einaudi col titolo Perché scrivere? Leggendo i romanzi di Roth spesso ci chiediamo quanto ci sia di vero nelle sue storie, dove sia il confine tra simulazione e dissimulazione. L’invenzione di Nathan Zuckerman, lo scrittore alter ego che arriva ad uccidere il padre con un romanzo che dissacra i valori della tradizione ebraica – Carnovsky, è la leva sulla quale poggia l’intera vicenda artistica di Roth. Attraverso la figura di Zuckerman, il genio di Newark spia i suoi lettori dal buco della serratura e traveste la propria vita mescolando ogni cosa, il reale all’irreale. Roth si serve di Zuckerman per raccontare i traumi e vizi  dell’infanzia  – Lamento di Portnoy  – il naufragio prematuro del suo matrimonio – La mia vita di uomo – il successo improvviso che travolge e disorienta  – Zuckerman scatenato. Da uno scrittore di successo come lui ci saremmo aspettati il racconto di una vita densa di avventure, viaggi, trasgressioni, ed invece l’esistenza di Roth si è riempita perlopiù di interminabili momenti di solitudine “La mia vita è così priva di eventi che, in confronto, L’innominabile di Beckett sembrerebbe Dickens“. Otto ore al giorno, sette giorni alla settimana, 365 giorni all’anno per raccontare le vite degli altri passando per la propria. La scrittura può diventare un’ossessione oltre che un lavoro. Perché scrivere? A cosa serve la narrativa? Sono le domande che i suoi interlocutori, noti e meno noti, gli pongono nelle rare occasioni di incontro, rare soprattutto da quando ha scelto di trasferirsi in campagna, lontano da tutto. “Quello che voglio è possedere i miei lettori mentre stanno leggendo un mio libro…La narrativa dipende da uno strumento di conoscenza unico, l’immaginazione, e il suo sapere è inseparabile dall’immaginazione“. A chi gli chiede come ti definiresti, lui risponde semplicemente: “Sono uno che passa tutto il giorno a scrivere”. Perché scrivere? non è un libro di facile fruizione, soprattutto per chi è a digiuno di storia americana e ha letto poco di Roth; alcune sue parti sull’universo ebraico possono risultare perfino noiose, ma è un manuale prezioso per chi ama il mondo della letteratura, i suoi protagonisti, le tecniche della scrittura. Le analisi dei romanzi di Saul Bellow e di Bernard Malamud sono tra le cose migliori del libro, uno spaccato interessantissimo della narrativa ebraica americana del Novecento: Bellow, Malamud e Roth ne sono i capofila indiscussi. Gli incontri con Primo Levi e Milan Kundera, la simbolica ricomposizione di un puzzle che contiene un’unica storia, gli orrori della persecuzione razziale, il desiderio di raccontare ai posteri il dolore e la fatica, la migrazione verso la liberà. Per Roth la libertà è l’America, la lingua inglese, l’approdo ad una narrativa disomogenea, ricca di contaminazioni, scevra da condizionamenti politici e da qualunque forma di indottrinamento, senza una “scuola” letteraria, una meravigliosa concatenazione di universi paralleli che lo scorso secolo ha forgiato almeno un paio di generazioni di grandi scrittori e che oggi trova in Franzen, Chabon, Englander, Safran Foer i suoi migliori eredi.

Angelo Cennamo

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STORIA DEL NUOVO COGNOME – Elena Ferrante

 

Storia del nuovo cognome - Ferrante

 

L’amica geniale si conclude con la scena toccante del matrimonio di Lila. Lei e Lenuccia sono chiuse in camera per gli ultimi preparativi: il bagno, il trucco, la vestizione. E’ un momento di grande intimità, tenero e vivido nella descrizione di Elena Ferrante. Lila sa che il suo matrimonio finirà lo stesso giorno in cui è cominciato, l’unione tra lei e Stefano Carracci, il benessere che l’è piovuto addosso all’improvviso poggiano sul malaffare, la calunnia, l’equivoco. Stafano Carracci, il figlio di don Achille, l’orco delle favole. Lila non lo ama, ma lo sposa, non si sottrae al suo destino, anzi sembra sfidarlo nella convinzione che ogni cosa potrà ribaltarsi in suo favore, o forse si è rassegnata all’idea che nella vita non si può avere tutto. La casa nuova, la tv, i mobili di pregio, gli abiti firmati, la prospettiva di un negozio a piazza dei Martiri, nel cuore della Napoli bene. Cos’altro può pretendere la figlia di uno scarparo con la quinta elementare?

Leggendo Storia del nuovo cognome – secondo capitolo della quadrilogia dell’Amica geniale – ho provato a ricostruire anche visivamente la figura di Lila che esce dal ghetto per diventare la moglie di un commerciante facoltoso, la sig.ra Carracci. Nel racconto della Ferrante ho visto la sua indole ribelle e selvaggia, la sua perenne insoddisfazione. Me la sono immaginata come la Anna Magnani di Bellissima, la madre illusa ma coraggiosa che finge sentimenti, cordialità, ammicca, e che si incunea dappertutto pur di fuggire dalla sua borgata. O come la Sophia Loren della trasposizione cinematografica di Filumena Marturano, la giovane prostituta che vede in Domenico Soriano un’opportunità di riscatto e il miraggio del vero amore. La storia della lunga amicizia tra Lila e Lenuccia è fatta di avvicinamenti e di separazioni, di invidia e complicità. In una breve vacanza ad Ischia, le due ragazze vivono l’imprevedibile esperienza dell’adulterio, in ruoli contrapposti, obbedendo ad un demone che le spinge a vagare senza meta, come due incoscienti desiderose di non si sa cosa, col rischio di perdersi per sempre. Non succederà, o forse è già accaduto. Tutto sembra precipitare, poi la risalita verso una felicità incompiuta, la farsa, la finzione. Stefano, il marito rozzo, tradito. Nino Sarratore, il giovane intellettuale, il dio Dioniso, ossuto e tenebroso, che fa battere i cuori. Tutto precipita, tutto si aggiusta. E’ un mondo che gira alla rovescia, con Lila e Lenù come una regina ed il suo alfiere nella più rocambolesca delle partite a scacchi. Mai più vicine, mai più lontane. Napoli fa da sfondo, Napoli c’è sempre, nel linguaggio, nella crudezza di una miseria che non si lava neppure col denaro e l’istruzione. Lila e Lenù, così uguali, così diverse.

Angelo Cennamo

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L’AMICA GENIALE – Elena Ferrante

 

L'amica geniale - Elena Ferrante

 

Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo, diceva Tolstoj. La periferia napoletana degli anni Cinquanta nella quale Elena Ferrante ha collocato la trama de L’amica geniale  – romanzo che ha venduto milioni di copie nel mondo e ispirato film, fiction televisive e documentari  – è un microcosmo di  storie e di sentimenti nel quale ognuno può ritrovare un ricordo, una foto in bianco e nero. Io questo libro l’ho già letto molti anni fa, mi sono detto addentrandomi nelle vicende di Lila Cerullo e di Lenuccia Greco, le due bambine protagoniste che l’autrice accompagna dall’infanzia all’età adulta nel corso della sua quadrilogia. E’ la storia di mia madre, delle sue compagne di scuola, dei primi filarini. Lei, loro, come Lila e Lenù hanno vissuto in quel quartiere grigio, desolato, deturpato dalle bombe e dalla miseria che risparmiava solo pochi fortunati. In quello stradone anonimo, minaccioso, brulicante di nuovi commerci ma ricco di umanità. E’ la Napoli milionaria di Eduardo, la città dolente e speranzosa che si lecca le ferite della  guerra e si riscatta dall’ignoranza e dalla recessione. Il romanzo si apre con Lila, ormai sessantenne, che fa perdere ogni traccia di sé. Si è volatilizzata, dice suo figlio al telefono con Lenù, l’amica di sempre che oggi vive in una città del nord. La scomparsa di Lila sembra legarsi al mistero che avvolge la figura dell’autrice del libro, la fantomatica romanziera che si è data corpo e identità giocando con la propria assenza. Chi è Elena Ferrante? La fuga di Lila, il suo improvviso annientarsi, diventa allora lo spunto per raccontare la lunga storia di questa amicizia che inizia alle scuole elementari, con i primi giochi, spesso cattivi e pericolosi  “Vivevamo in un mondo in cui bambini e adulti si ferivano spesso“. Un’infanzia mai rimpianta perché piena di violenza. L’amicizia tra le due bambine è un sentimento che la Ferrante esplora con meticolosa perizia e con la sensibilità delle grandi narratrici. Il sentimento che avvicina e che allontana, a seconda dei momenti, Lila, la figlia dello scarparo, e Lenuccia, la figlia dell’usciere del Comune, è un affetto complesso, misto di fascinazione e di invidia, un’infinita competizione fatta anche di piccole crudeltà. A scuola, Lila primeggia in tutte le materie, ma è una bambina scomposta, ribelle, soprattutto povera. I suoi studi termineranno prima delle medie, ma Lila non si arrende alla miseria. Continua a studiare da autodidatta facendosi prestare libri, quaderni, e sbirciando tra le lezioni di greco e latino di Lenù. A Napoli si cresce in fretta, e il sogno di diventare ricca spinge la giovane scarpara tra le braccia di Stefano Carracci, il figlio del temuto don Achille, il salumiere arricchitosi con l’usura e morto ammazzato nella prima parte del racconto. Le strade delle due amiche sono destinate a separarsi. L’adolescenza di Lenù si dilata nello studio e nella confusa ricerca di una dimensione nuova rispetto a quella noiosa dei rapporti familiari. La giovinezza di Lila sembra invece arrestarsi di colpo a sedici anni col matrimonio con Stefano. Nelle ultime pagine del libro, la scena più intensa: Lenù che aiuta Lila ad indossare l’abito da sposa. Loro due da sole, chiuse in camera a scambiarsi silenzi e confidenze: “Tu devi continuare a studiare ” dice la sposa bambina alla sua fidata ancella “Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”. Siamo ai titoli di coda di questa storia infinita, densa e ricca di personaggi, armoniosa e cristallina come il talento della sua autrice. L’amica geniale è il Grande Romanzo Italiano che aspettavamo da tempo. Un romanzo di formazione che ci riporta ad altri classici della letteratura mondiale, da Piccole donne a Le avventure di Augie March. Elena Ferrante sa parlare attraverso la scrittura, la sua prosa è leggera, morbida, sinuosa. Il successo della storia di Lila e Lenù, che si dipana nei volumi successivi, è esploso in America e nel mondo prima ancora che in Italia, dove in tanti continuano a snobbarla considerandola alla stregua di un romanzetto rosa. Un grosso abbaglio che non scalfisce la fama ormai planetaria della Ferrante definita dal New York Times una delle più grandi narratrici della nostra epoca. Dieci e lode. Non si ammettono repliche.

Angelo Cennamo

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