QUESTA TEMPESTA – James Ellroy

“L’America non è mai stata innocente” ha scritto James Ellroy nell’incipit di “American tabloid”, uno dei suoi tre libri migliori (gli altri due sono L.A. Confidential e “Dalia Nera”). “Questa tempesta” – secondo volume della seconda quadrilogia di Los Angeles, iniziata con “Perfidia” – si apre, pensate, con una citazione di Benito Mussolini: Solo il sangue muove le leve della storia. Già, la storia, il propellente di tutte le narrazioni di Ellroy: trentun’anni di storia americana, dal 1941 (Perfidia) al 1972 (Il sangue è randagio), reinventati in chiave noir. Ellroy fa questo; mescola il pubblico al privato e riscrive la storia moderna tra falsi aneddoti e fatti realmente accaduti. Il Dostoevskij americano, dice di lui Joyce Carol Oates. Definizione perfetta, che rende quasi superflua ogni altra argomentazione o approfondimento. “Questa tempesta”, titolo ispirato da un verso di William Auden “Questa tempesta, questo disastro devastante”, riassume anche la vita di un personaggio del romanzo: Joan Conville, una delle migliori creature uscite dalla penna di Ellroy “Era una donna determinata a conquistare un mondo di uomini”. Di lei vi innamorerete fin dalle prime battute. Joan è una stangona di un metro e ottanta di altezza, dai capelli rosso fuoco. Nella prima parte del racconto, da ufficiale di marina, investe, ubriaca alla guida, quattro messicani, uccidendoli. Nessuna condanna per lei, ma una nuova vita come biologa forense in un laboratorio della polizia. Per fare cosa? Il romanzo di oltre ottocento pagine contiene più di una trama; il fulcro della vicenda però ruota intorno al ritrovamento del cadavere di un uomo assassinato dieci anni prima. Siamo in California, nel 1942. Gli Usa stanno per entrare in guerra e nella baia di San Francisco accade di tutto. Tenete presente che se non avete letto “Perfidia”, il prequel di questo libro – già complicato di per sé per la miriade di protagonisti che entrano ed escono dalla storia e per i mille fatti e intrecci criminali –  le difficoltà di lettura si raddoppiano. Come molti altri romanzi di Ellroy, “Questa tempesta” va letto senza tante pretese: impossibile cioè cogliere ogni sfumatura o dettaglio, meglio farsi trasportare dal vortice delle parole, dalle frasi brevi e incalzanti, e godersi l’affresco di un’America allo sbando, popolata di poliziotti corrotti, rapinatori, schiavisti e amanti insaziabili “L’America non è mai stata innocente”. È un romanzo caotico, a tratti eccessivamente prolisso e oscuro; leggerlo non è stata una passeggiata neppure per un appassionato e rodato americanista come il sottoscritto. Ellroy ha pubblicato di meglio? Probabilmente sì, ma navigare – a vista – tra queste pagine tempestose senza rimanere invischiati nei marosi della sua prosa vertiginosa, è una esperienza rigenerante. Non so come evolverà la missione letteraria che Ellroy si è scelto o autoimposto per ricostruire il passato segreto della sua nazione. Lo schema è logoro? Lo diranno i lettori. Quello che so è che Ellroy, nel bene e nel male, continua a tenere alta l’asticella di una letteratura – Usa – che negli ultimi anni non sembra all’altezza dei suoi tempi migliori.

Angelo Cennamo

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IL CACCIATORE DI ANIME – Romano De Marco

In un paesino vicino Pisa, Peccioli, viene strangolata la giovane guardiana di un museo. La sua morte ha qualcosa di  artistico: la postura del corpo ricorda il cadavere di un’altra donna vissuta molti secoli prima in quegli stessi luoghi: Isadora. A condurre le indagini è Mauro Rambaldi, un capitano dei carabinieri, criminologo, di bell’aspetto, con la fama dello sciupafemmine. Apparentemente il caso è di facile soluzione: Peccioli è un borgo di poche migliaia di anime, un posto tranquillo, si conoscono tutti. Le cose però si complicano quando i delitti passano a due: uno stimato professionista viene ritrovato stecchito vicino ad una statua, col cranio rasato e senza peli. Stesso rituale, stessa mano. Sì ma di chi? Rambaldi non sa a quale santo votarsi per rimettere insieme i pezzi di una pista che, a quanto pare, ha tutti gli elementi della serialità. È qui che entra in scena il secondo protagonista del romanzo: Angelo Crespi. Oggi Crespi è un uomo anziano ma ventitrè anni prima era uno dei maggiori esperti italiani di serial killer, prima cioè che una tragica vicenda familiare lo costringesse a lasciare la polizia e trovarsi davanti a un bivio: suicidarsi o cambiare identità. Quel signore riservato che di tanto in tanto compare tra le stradine del borgo, Rambaldi lo ha già visto. Lo riconosce. È lui, Crespi, il superpoliziotto dei casi impossibili, la fonte decisiva dei suoi studi di criminologia, l’autore di “Cacciatore di anime”. Sarà Crespi l’asso nella manica di Rambaldi? Il capitano ci spera.

Ho letto il romanzo di Romano De Marco ripensando ad un nostro precedente incontro a Salerno. Sto scrivendo un thriller diverso dagli altri, è  ambientato in un paesino del centro Italia, mi disse uscendo dal ristorante dove avevamo cenato con altri amici. Pochi dettagli – raccontati con l’entusiasmo di un principiante…si chiama umiltà dei grandi – che ho ritrovato puntualmente nelle 284 pagine del libro. “Il cacciatore di anime” è essenzialmente un romanzo di luoghi; lo scenario di Peccioli prevale evidentemente su ogni altro elemento del racconto: i personaggi – molto diversi tra loro e tutti perfettamente incastonati nella trama, uomini e donne (le voci femminili segnano un passo in avanti nella maturità di scrittore di De Marco) – la storia, ben congegnata, con meccanismi e incastri che tengono sulla corda il lettore fino alla sua conclusione, con un doppio finale. Il rapporto umano e professionale tra Rambaldi e Crespi – l’allievo e il suo maestro – è credibile, non cede a stereotipi e non deflagra nella retorica. Lo stesso vale per la vicenda sentimentale di Daria Del Colle, la consulente del Comune che non resiste al fascino del bel capitano, e che rischierà di rimanere invischiata nella tragica spirale di violenza. Il personaggio di Daria è tra quelli meglio riusciti del romanzo. Insomma, gli ingredienti del buon thriller ci sono tutti e la qualità della scrittura, come al solito, è molto alta. Non vi resta che leggerlo. 

Angelo Cennamo

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33 INDAGINI PER SARTI ANTONIO – Loriano Macchiavelli

Sarti Antonio, sergente. È lui il protagonista di queste 33 storie brevi raccolte in un’antologia di mille pagine, che Sem ha deciso di pubblicare per riportare in libreria e ridare lustro a uno dei maestri indiscussi di un genere per troppo tempo giudicato “altra” letteratura. Storie di delitti, trame noir, ma anche lo spaccato divertente di un’Italia genuina, popolare, bigotta, operosa. Quello di Macchiavelli è un giallo impegnato e teatrale, archetipo di un filone saccheggiato da molti altri autori arrivati dopo di lui. Sarti Antonio è un poliziotto come tanti. Non è un eroe ma uno sprovveduto, un esperto di nulla. Se non fosse per il suo amico Rosas, lo studente miope che gli fa da consulente, i casi ai quali controvoglia gli tocca lavorare resterebbero degli enigmi irrisolti. A fare da sfondo alle sue avventure c’è una Bologna malinconica, indolente, a volte afosa, respingente. I gialli di Macchiavelli raccontano l’Italia meglio di tanta narrativa mainstream e Sarti Antonio è un personaggio vero, indimenticabile. Uno di noi.

Angelo Cennamo

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SE SCORRE IL SANGUE – Stephen King

Il piccolo Craig riceve sul suo iPhone sms dall’aldilà. In una California devastata da terremoti e senza connessione a internet, sulle facciate dei palazzi appare il volto di un contabile sconosciuto: Chuck Krantz, morto a soli trentanove anni con un tumore al cervello. In una scuola esplode una bomba che uccide decine di bambini. Il tempismo dell’inviato che per primo arriva sul luogo della strage e ne dà la notizia, desta più di un sospetto. Drew Larson è uno scrittore in crisi che ritrova l’ispirazione per il suo nuovo romanzo in una baita di montagna. Qui, tra sogno e realtà, stringe un patto faustiano con uno strano roditore. Sono queste le tracce dei quattro racconti lunghi o, se preferite, quattro romanzi brevi contenuti in “Se scorre il sangue”, ennesimo titolo ambiguo, fuorviante, che vorrebbe inglobare Stephen King nella casella editoriale che non gli è mai appartenuta, quella del genere horror. “Se scorre il sangue”, che è il titolo anche della terza storia, la più lungo delle quattro, sta per: “Se scorre il sangue, si vende di più”. King punta il dito contro la televisione del dolore, i media che mercificano i sentimenti e speculano sulle tragedie umane. In questo romanzo – preferisco definirli romanzi – che è una specie di sequel di “The outsider”, ritroviamo Holly Gibney, uno dei personaggi ai quali King è più affezionato, probabilmente più di quanto lo siano gli stessi lettori. Il risultato non è eccellente come per gli altri tre: l’operazione di trascinare pezzi di racconti in altre trame, costringendo il lettore ad uno sforzo mnemonico ulteriore per ricostruire, collegare fatti e protagonisti, sconfina in una disturbante autoreferenzialità. Peccato perché “Se scorre il sangue” è un libro magnifico, il miglior concentrato della narrativa kinghiana, la sua essenza: se non avete mai letto nulla di Stephen King e vi va di conoscerlo, potete cominciare proprio da questa antologia. La traduzione è di Luca Briasco.

Angelo Cennamo

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OHIO – Stephen Markley

Difficile dire dove finisca questa storia o come sia cominciata, perché una delle cose che alla fine imparerete è che il concetto di linearità non esiste. Esiste solo questo sogno collettivo scatenato, incasinato, incendiario in cui nasciamo, viaggiamo e moriamo tutti.” 

Di cenni biografici su Stephen Markley ce ne sono pochi; sappiamo che vive in California, che ha frequentato l’Iowa Writers’ Workshop, uno dei più quotati programmi di scrittura creativa degli Stati Uniti, e che il suo primo romanzo si intitola “Ohio”, pubblicato in Italia da Einaudi con la traduzione di Cristiana Mennella. Quello di Markley è un esordio che fa discutere: voci e recensioni intorno a questo libro si moltiplicano, e il clamore dei media ci riporta ai casi più o meno recenti di Garth Risk Hallberg, Philipp Meyer e Salvatore Scibona.  I titoli dei giornali che contano sono roboanti, dal New York Times Reviews al Wall Street Journal, ma con quelli si fa presto a gridare al Grande Romanzo Americano. È il caso di Stephen Markley? Di cosa parliamo quando parliamo di “Ohio”? Il romanzo racconta di quattro ex compagni di liceo che si ritrovano una notte d’estate nella città che hanno lasciato molti anni prima. L’incipit è un lungo piano sequenza del corteo funebre in onore del caporale Rick Brinklan, caduto in battaglia in Iraq. Un pick-up attraversa il centro di New Canaan, un posto dimenticato da Dio ma tra le poche cittadine sopravvissute alla deindustrializzazione di quel tempo. Sopra il pick-up c’è il feretro del soldato ucciso, ma la bara è vuota. Sono immagini potenti che evocano altre narrazioni, della carta stampata e del cinema.  

Rispetto alla nostra storia, la parata è importante non per le persone che vi parteciparono ma per le persone assenti quel giorno“.

Le persone assenti sono i quattro protagonisti del racconto: Bill Ashcraft, Porno Tina, Stacey Moore e Dan Eaton. Ognuno di loro è assente per ragioni personali, ma un giorno quei ragazzi si rincontreranno: esattamente dieci anni dopo il diploma. Markley struttura il romanzo in quattro blocchi più un quinto finale; quattro storie interconnesse, con andirivieni temporali che si susseguono senza linea di demarcazione. Gli anni della scuola, gli anni della vita adulta. Al liceo, Bill è un militante di sinistra, un borghese che sogna di invertire le dinamiche del post 11 Settembre col dialogo e il rispetto delle diversità. A fargli da controcanto è l’amico e rivale Rick, che invece incarna il volto più  feroce delle politiche interventiste di Bush. Entrambi hanno messo gli occhi sulla stessa ragazza, Kaylyn. Prima di partire per l‘Iraq, Rick le aveva chiesto invano di sposarlo. Oggi Kay è una donna sull’orlo di un abisso: aspetta un figlio, non ha un lavoro e per ripagare un grosso debito decide di contattare il suo ex amore Bill e coinvolgerlo in una missione molto rischiosa. Stacey Moore è una studentessa di lettere che fatica a coniugare la fede cristiana con la propria omosessualità. I capitoli dedicati a lei e al reduce Dan Eaton sono nella parte centrale, la meno riuscita del libro, che però riprende tono e vivacità nelle pagine dedicate a Tina, la studentessa più ambita tra i maschi del liceo. Tina si innamora perdutamente di un bullo che la trascinerà in un incubo senza fine e che darà una venatura thriller al romanzo. I ragazzi speranzosi di Markley oggi sono degli sconfitti, degli emarginati; “Ohio” sarebbe piaciuto molto a uno scrittore come Richard Yates, autore di storie disturbanti come le quattro che compongono questo romanzo, bello e imperfetto. Leggendolo mi sono ricordato di “Shotgun lovesongs” di Nickolas Butler. Pur trattandosi di trame diverse, come Markley Butler nel suo libro fa incontrare e rivaleggiare dei vecchi amici nel Midwest rurale e suprematista, tra fantasmi del passato e ambizioni tradite. Markley è un Butler più capace – ha più talento e più registri narrativi – ed è anche più scaltro del ragazzotto della Pennsylvania a declinare la propria indole di contract author. “Ohio” strizza l’occhio ad un target preciso di lettori e talvolta lo fa con un eccesso di retorica. A scrivere il Grande Romanzo Americano Markley ci ha provato, ma in parte ha fallito. “Ohio” è un bel libro, a tratti bellissimo, non lo definirei però un capolavoro.                               

Angelo Cennamo                                               

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PRIMAVERA – Ali Smith

Che Ali Smith fosse una scrittrice dall’identità complessa e borderline lo avevamo capito già con “Voci fuori campo”, romanzo del 2004 che racconta le vicende turbolente di una famiglia inglese in villeggiatura in campagna, travolta, o per meglio dire salvata, dall’arrivo di una sconosciuta. Con “Primavera”, terzo capitolo di una quadrilogia legata alle stagioni iniziata con “Autunno” e proseguita con “Inverno”, lo schema narrativo è più o meno lo stesso: tutte le storie di Ali Smith ruotano intorno a degli incontri sorprendenti e salvifici. Il romanzo si apre con un uomo fermo su un binario di una stazione deserta. L’uomo è Richard Lease, un regista televisivo e cinematografico in piena crisi esistenziale. È lui il personaggio numero 1 del libro. Richard è addolorato per la morte di Patricia Heal, Paddy, cara amica e sceneggiatrice dei suoi film. Lei e Richard una volta erano stati anche a letto insieme ma si era trattato di un’esperienza irrilevante perché “loro erano qualcosa che andava oltre il sesso”. Prima che Paddy morisse, i due stavano lavorando all’adattamento cinematografico di un romanzo intitolato “Aprile”. Richard parla con una figlia immaginaria che nella sua testa ha sempre undici anni. Un folle stratagemma per supplire a una dolorosa mancanza: quando trent’anni prima il suo matrimonio era finito e la moglie e la figlia se n’erano andate all’estero uscendo per sempre dalla sua vita, proprio Paddy aveva suggerito a Richard di “portare” la figlia nei luoghi dove avrebbe dovuto sforzarsi di andare. 

Brittany – Brit – è il personaggio numero 2 del romanzo. Brit è un’agente di sicurezza in un centro di detenzione per immigrati in attesa di rimpatrio. Il suo è un lavoro crudele che abbrutisce, disumanizza. Le due trame sono indipendenti l’una dall’altra fino alla comparsa di Florence, la protagonista numero 3. Florence è una ragazzina di dodici anni, misteriosa, uscita dal nulla. Sorprende per vivacità e generosità. La sua infinita saggezza ce la fa collocare a metà strada tra Greta Thunberg e Miraijin, l’Uomo del Futuro de “Il colibrì” di Sandro Veronesi. Sarà lei, Florence, con la sua magica presenza, a riannodare le due storie e portare un vento nuovo nelle vite appassite di Richard e Brit.

Che romanzo è “Primavera”? È difficile classificare i libri di Ali Smith. Prima ancora dei contenuti, della Smith ci colpiscono la scrittura, lo stile postmoderno, la struttura delle storie che non c’è. Tutto è piacevolmente disarticolato, frammentato, frastagliato. “Primavera” è sotto mentite spoglie un romanzo politico? Direi di sì. Le vicende dei tre protagonisti hanno come sfondo la Gran Bretagna della Brexit, l’ascesa delle destre, Trump, l’ostinata difesa dei confini. Tra realismo e fiaba, e con la leggerezza e la classe di sempre, la Smith ha costruito una storia di diversità e di confronti. Un romanzo sicuramente fuori dalle righe, a tratti di difficile lettura, ma denso di suggestioni e di spunti di riflessione.

Angelo Cennamo

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I CIELI DI PHILADELPHIA – Liz Moore

“Sui binari di Gurney Street c’è un cadavere. Donna, età imprecisata, probabile overdose, dice il centralino.”  
Inizia così “I cieli di Philadelphia”, il nuovo romanzo di Liz Moore, giovane scrittrice e musicista americana che una decina di anni fa si era fatta conoscere con “Il peso”, vincitore del Rome Prize, edito in Italia da Neri Pozza. La prima sensazione è che “I cieli di Philadelphia” sia un thriller, in realtà la vicenda criminale fa solo da sfondo al romanzo, che si sviluppa invece come una storia familiare: dolorosa, cupa, con un colpo di scena a cento pagine dalla fine che rianima una trama a volte scontata e noiosa. Siamo a Kensington, uno dei quartieri più recenti dell’antica città di Philadelphia, abitato perlopiù da famiglie di origine irlandese, portoricani, afroamericani e asiatici. Qui vive e lavora Mickey Fitzpatrick, agente di polizia trentenne, single, madre di Thomas e sorella di Kacey, prostituta tossicodipendente, scomparsa proprio nelle settimane in cui a Kensington si aggira un serial killer di prostitute. La Moore racconta la storia alternando il passato “Allora”, al presente “Adesso”. Mickey e Kacey hanno vissuto un’infanzia difficile, sono state cresciute dalla nonna materna dopo la morte della madre in un incidente d’auto e l’allontanamento del padre. Oggi Mickey pattuglia Kensington alla ricerca di Kacey. Si fa aiutare da un ex partner e suo istruttore, Truman, convalescente per una misteriosa aggressione. Tra i due c’è del tenero – altro cliché. L’assenza della coprotagonista Kecey per oltre due terzi del racconto è la parte più interessante del libro. La toponomastica di Philadelphia, la seconda. “I cieli di Philadelphia” è una storia di rancori mai sopiti, di abbandoni, di tormenti compulsivi. La lunga scia di malasorte che accompagna la vita di Mickey, nel privato come nella professione, disturba, non giova alla credibilità della trama, la appesantisce inutilmente. Lo stesso vale per Kacey, il cui disagio esistenziale non brilla per originalità. Le sorelle Fitzpatrick non generano empatia, solo commiserazione. Troppo poco per un bel romanzo.

Angelo Cennamo

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L’ULTIMA CORRIERA PER LA SAGGEZZA – Ivan Doig

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È l’ultimo dei sedici romanzi di Ivan Doig, una delle voci migliori della letteratura americana più sconosciuta, che Nutrimenti e Nicola Manuppelli – traduttore e talent scout per conto dello stesso editore – ci ha fatto conoscere in questi anni, penso a scrittori come Don Robertson e Steve Yarbrough, tanto per fare qualche nome. Ivan Doig, che avevamo incrociato precedentemente con “Il racconto del barista”, è l’ultimo decano dell’Ovest, scrive Manuppelli nella postfazione del libro, accostandolo senz’alcun tentennamento a maestri del calibro di Steinbeck e Stegner, ma anche di Melville e Mark Twain. Twain, l’inventore di Tom Sawyer; lessi il suo romanzo a undici anni, la stessa età che ha Donal, il protagonista de “L’ultima corriera per la saggezza”. Il cerchio che si chiude intorno a un mondo osservato e raccontato con gli occhi di un bambino. Perché è così che Doig muove le sue pedine sul foglio, ed è con questo spirito fanciullesco che certi romanzi vanno letti, spogliandoci cioè di ogni sovrastruttura, resettando qualunque cosa ci sia capitata dopo la maggiore età, tuffandoci nella trama come in un gioco. Il gusto del divertimento puro. “L’ultima corriera per la saggezza” è la storia di un viaggio, ma anche la metafora di un tempo, una dimensione che ci separa magicamente dal disincanto della vita adulta. Uno spazio dove i dati anagrafici non hanno alcun significato: piccoli e grandi nel romanzo di Doig sono la stessa cosa, si scambiano i ruoli. Tutti i passeggeri che accompagnano Donal nei suoi spostamenti sono degli eterni ragazzi: la fascinosa Leticia che lo seduce baciandolo sulle labbra; lo sceriffo con il fratellastro ammanettato; lo zio Herman, perfino il “personaggio” Jack Kerouac, lo scrittore leggendario che col suo “On the road” ha dato vita all’archetipo di certe narrazioni, e al quale questo libro vuole essere una specie di tributo. Il viaggio meraviglioso di Donal è allora un invito a conservare lo stupore dell’infanzia, un monito a non rinunciare ai sogni e alle illusioni. “L’ultima corriera per la saggezza” è un libro epico, commovente, una poesia lunga come un romanzo di cinquecento pagine e passa; una storia che contiene tutti i topoi della narrativa americana di frontiera, forse la più autentica, folle e genuina come i sentimenti del protagonista, eroe indimenticabile che segue le orme di altri giovani avventurieri della letteratura – l’Augie March di Saul Bellow, l’Huckleberry Finn di Mark Twain, il Theo Decker di Donna Tartt… – e del cinema: il Bruno Ricci di “Ladri di biciclette”, lo Spanky de “Le simpatiche canaglie”. Cos’altro aggiungerhe: leggete e sognate con Ivan Doig. Buon viaggio.
Angelo Cennamo
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HO FATTO LA SPIA – Joyce Carol Oates

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“Ho fatto la spia” era comparso nella sua prima versione sotto forma di racconto sull’Harper’s Magazine, nel 2003, con il titolo “Curly Red”. A distanza di sedici anni, Oates – oltre cento libri all’attivo e numerosi premi, tutti tranne il Pulitzer e il Nobel, ne fa un romanzo ambizioso, lungo, denso di suggestioni, e indimenticabile per la sua trama – originale e mai scontata – per lo spessore dei protagonisti e dei comprimari che lo popolano, sia i buoni che i cattivi, ammesso che si riesca a distinguere gli uni dagli altri. Che storia è? “Ho fatto la spia” è un romanzo sulla dissoluzione di una famiglia: i Kerrigan. Un padre e una madre, sette figli, l’ultimo dei quali è Violet Rue, dodici anni all’inizio del racconto, la preferita di casa. Violet è anche la voce narrante del romanzo, scritto in una prima persona che a volte diventa seconda, altre volte addirittura terza.
Ci troviamo a South Niagara, nello Stato di New York, nei primi anni Novanta. I Kerrigan sono di origine irlandese, cattolici, ma più per tradizione che per osservanza. Jerome, il padre padrone, è un manovale di bell’aspetto, un ex pugile, il perno intorno al quale – pensa lui – devono muoversi tutti gli ingranaggi della famiglia; l’unico che può fare e disfare, forgiare, precettare, indicare, decidere. Dall’esterno, i Kerrigan appaiono come un monolite che difficilmente si lascerebbe scalfire. Papà Jerome, a seguire i figli maschi – Jerome jr e Lionel su tutti – poi le donne, anzi le femmine. Gerarchie. Una sera di novembre, Jerome jr e Lionel investono un ragazzo di colore. Sono ubriachi, forse più annoiati che ubriachi. Con una mazza da baseball lo pestano a sangue prima di dileguarsi. La morte del ragazzo, avvenuta qualche giorno dopo in ospedale, fa divampare il caso. Chi sono quei fuggitivi? La targa dell’auto? Violet conosce la verità. Ha ascoltato, ha percepito. La mazza da baseball è stata sotterrata vicino al fiume. Violet sa tutto. La confessione quasi rifiutata da Padre Greavy è il prodromo di un calvario senza fine. È a scuola che la ragazzina fa esplodere la bomba. Si attivano i servizi sociali, le indagini si concentrano sui responsabili. Jerome jr e Lionel non hanno più scampo, sono costretti a patteggiare una pena per omicidio preterintenzionale. È l’inizio della fine. Violet viene cacciata di casa, esiliata, affidata a una zia. “Tu credi che i tuoi genitori ti amino, ma è te che amano o il figlio che è loro.” La permanenza da zia Miriam nasconde molte insidie: Violet scopre il sesso nel modo peggiore, negli ammiccamenti e i palpeggiamenti di zio Oscar, poi del nazista Sandman, il professore di matematica che dopo la scuola abusa della “sgualdrinella” nella sua casa di campagna.
“Il mio segreto era non possedere alcuna attitudine naturale per nessuna materia – per la vita stessa. Mantenermi in vita. Evitare di annegare. Questa era la sfida.”
Raccontare la società americana, quella più gretta e razzista, attraverso le vicende familiari: Oates lo aveva già fatto; come lei, altri suoi colleghi, da Franzen a Elizabeth Strout. I Kerrigan ci ricordano i Levov di Philip Roth, per esempio; Oates ne celebra con ferocia la loro disintegrazione confezionando una Pastorale proletaria e in salsa irlandese. “Ho fatto la spia” è un libro che dovrebbero leggere soprattutto gli uomini, certi uomini, i padri. Le circa cinquecento pagine sono un compendio di brutalità che ancora oggi, negli Usa come in Europa, stentano a diradarsi. Violet le attraversa con imbarazzo e coraggio al tempo stesso, sbagliando, maturando, perseverando, andando incontro ad un destino forse già segnato, amaro, crudele, commovente.
Angelo Cennamo
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I CERCHI NELL’ACQUA – Alessandro Robecchi

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“Il delitto, qualunque delitto, dalle botte al furto in casa, fino all’omicidio, crea una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano.”
Tarcisio Ghezzi e Pasquale Carella, sono loro e non il solito Monterossi, i protagonisti di questo settimo capitolo – mai definirla serie – del Grande Romanzo Milanese che Alessandro Robecchi sta scrivendo per Sellerio da un osservatorio duplice, quello borghese e mediatico dell’autore pentito di Crazy Love, il programma di gossip confezionato dalla tivù commerciale – “La Fabbrica Della Merda” – e pettinato da Flora De Pisis; quello sgangherato e proletario dei due poliziotti inseparabili, Ghezzi e Carella per l’appunto. Sorprende e dispiace non trovare anche in questo caso al centro della scena il Monterossi, vale a dire il personaggio cardine, il jolly intorno al quale ruotano tutte le trame di Robecchi, la sua simpatia, le sue contraddizioni di uomo e di autore televisivo, il suo osservatorio radical chic dei fatti del mondo. Evidentemente Robecchi avvertiva l’urgenza-esigenza di raccontare una storia diversa, sbirresca, più cupa, più amara, meno scanzonata delle altre. Una scommessa vinta, direi. Vinta perché “I cerchi nell’acqua” è un romanzo perfetto, lo è per ambientazione, costruzione, per gli intrecci polizieschi, per lo spessore filosofico – che parolone! – che ricaviamo dalle vite sbandate dei protagonisti e delle comparse, e dal senso estetico delle vicende narrate.
“È vero che cercava il Salina, è vero che ora cerca il Vinciguerra, ma quello che sta cercando veramente sono… quei trent’anni…dal giovane sbirro che era al vecchio poliziotto stremato dalle cose che ha visto…quei trent’anni che ora gli sembrano dieci minuti, un’ora, un tempo così corto da dire: beh, la vita? Tutto qui?”.
Facciamo un passo indietro. Il romanzo ha inizio con un invito a cena del Monterossi ai coniugi Ghezzi, Tarcisio e l’immancabile signora Rosa. Ghezzi e Monterossi si sono spesso incrociati sulle scene del delitto al punto di diventare amici, buoni amici. L’incontro in salotto, mentre le donne, Bianca e la signora Rosa, se ne stanno di là a inciuciare, ha il sapore di una confessione, di un’operazione a cuore aperto con la quale il Ghezzi, trent’anni di onorato servizio, racconta al suo compare di trame cosa vuol dire essere poliziotti, e di come il confine tra lecito e illecito, tra il bene e il male, sia spesso invisibile o poco chiaro a certe latitudini sociali. Facile sporcarsi le mani quando rischi la vita giorno e notte per quattro soldi. Che ne sa il Monterossi “di quel campo di grano”. Il racconto di Ghezzi apre di fatto due trame, una nella quale è coinvolto lo stesso Ghezzi, l’altra in cui il protagonista assoluto è Carella. Due storie – nelle quali non mi addentro – che finiranno per incrociarsi in un’unica traccia, ancora una volta avvincente, ricca di colpi di scena e soprattutto ben scritta. Alessandro Robecchi sa scrivere, e sa deragliare dal giallo all’attualità: “I cerchi nell’acqua” è un meraviglioso romanzo sociale sulla tentazione del male, nessuno si senta escluso. Forse il racconto di Ghezzi non è neppure una confessione. Forse è un’altra cosa, una specie di “corrispondenza da fuori”, da una parte del mondo che Carlo Monterossi non conosce e non può capire.
Angelo Cennamo
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