MIO ASSOLUTO AMORE – Gabriel Tallent

 

Mio assoluto amore - Tallent

Raramente capita di trovarsi tra le mani un romanzo di esordio accompagnato da un coro pressoché unanime di consensi da parte della grande stampa internazionale, della critica, e con delle recensioni entusiastiche come quella di Stephen King, il maestro indiscusso del brivido, che definisce lo stesso libro “un capolavoro”. Gabriel Tallent – nomen omen – è un giovane laureato del New Mexico, cresciuto in una cittadina sperduta del nord della California, la stessa nella quale ha deciso di ambientare la sua opera prima Mio assoluto amore. Mendocino, questo il nome della cittadina, è popolata da vecchi hippie di mezza età e da agricoltori. In una casa in collina, lontano dal centro abitato, vivono Martin Alveston e sua figlia quattordicenne Julia, detta Turtle. Poco distante, in una roulotte, il padre di lui, Daniel. La madre della ragazza è morta per ragioni che ai lettori rimarranno sconosciute fino a pagina 292, ma intuibili già dai primi capitoli. Martin è un paranoico che non è riuscito ad elaborare il lutto della moglie; rifiuta per sé e per la sua unica figlia ogni contatto col mondo esterno, il mondo civilizzato, a suo dire rovinato dal consumismo e da false convinzioni. Beve birra, gioca a poker, lavoricchia e legge libri di filosofia. Ha allevato Turtle come un guerriero ninja, addestrandola all’uso delle armi – quando in scena compare un’arma, diceva Cechov, bisogna che spari – ed è morbosamente attratto da lei, al punto di abusarne sessualmente. Per quanto sia combattuta dentro di sé e molto sofferente, Turtle appare tuttavia legatissima al padre, non può fare a meno della sua presenza, del suo sostegno e di quell’amore malsano che la gratifica e l’angoscia al tempo stesso. Turtle è una selvaggia, cammina scalza nei boschi, uccide e mangia scorpioni, guida il furgone del nonno, a scuola fatica a relazionarsi con i compagni e apprende poco.

“Misoginia, isolamento, circospezione. Sono i tre grandi segnali d’allarme” gli insegnanti capiscono che in Julia Alveston c’è qualcosa che non va. Così come lo capisce suo nonno, da sempre critico verso i metodi educativi di Martin. In una delle scene salienti del romanzo, i due uomini, proprio ragionando di Turtle, hanno un alterco violentissimo a seguito del quale il vecchio viene stroncato da un malore. Poco prima, per caso, in una radura, Turtle aveva scoperto l’esistenza di un altro mondo, una realtà a lei fino a quel momento sconosciuta, la dimensione umana dell’amicizia e dell’amore. L’incontro con Jacob, giovane studente delle superiori, può rappresentare una svolta. Jacob è una figura chiave della storia, per Turtle è il punto di contatto con il mondo che esiste, eccome se esiste, fuori da quel microcosmo sudicio e corrotto nel quale l’ha costretta suo padre. Jacob è la salvezza. Come Ciaula che nella novella di Pirandello scopre la luna, Turtle ora vede davanti a sé un orizzonte nuovo e inimmaginato, ma è confusa, sospesa tra due universi paralleli: la normalità e l’amore autentico che le offre Jacob, e la prigionia incestuosa del suo piccolo nucleo familiare, il vincolo imprescindibile dal padre orco, l’uomo che la adora e la sevizia, il padrone del suo corpo, l’essere bello e attraente dal quale non ce la fa a staccarsi. L’arrivo sulla scena della piccola Cayenne, bambina trovata chissà come da Martin in una stazione di servizio, segna il punto di non ritorno. Il gioco perverso di spari nel quale la piccola viene coinvolta e la successiva scoperta di lei a letto con Martin, darà alla giovane protagonista la spinta verso quella decisione sofferta e sempre rimandata, innescando una spirale di alta tensione che culminerà nella scena decisiva, la più violenta e raccapricciante del libro.

Mio assoluto amore è un romanzo impetuoso, con un ritmo incalzante e un finale pirotecnico. Tallent scrive come un veterano, fedele allo schema del thriller classico, ma capace di esplorare nuovi linguaggi dosando alla perfezione ogni elemento e registro narrativo. Il suo racconto è dominato dall’uso e l’abuso delle armi – è uno dei temi di grande attualità negli Usa – e accende una luce sulla violenza invisibile o taciuta perpetrata ai danni di tante madri e di tanti figli che non hanno la forza né il coraggio di denunciare. L’ambientazione cupa e claustrofobica di alcune scene del libro ricorda quella di Misery, il capolavoro di Stephen King nel quale lo scrittore protagonista è tenuto prigioniero da una sua fan malata di mente. Lo stile di Tallent ricorda molto quello di King, per quanto la storia che lui racconti sia tragicamente legata alla realtà.

Angelo Cennamo

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IL SELVAGGIO – Guillermo Arriaga

 

 

Il Selvaggio - Arriaga

Homo homini lupus.

Questa è una storia di uomini randagi e di lupi addomesticati. Una lunga scia di sangue, del sangue che dà la vita e del sangue che la toglie. Un viaggio infinito all’origine di ogni specie vivente, oltre l’inizio dei tempi, quando gli uomini e le bestie, secondo un’antica leggenda eschimese, parlavano la stessa lingua. Nel libro di Arriaga il battito animale si fa parola, la parola è odio, la parola è vendetta, poi gelosia. La parola diventa fuoco, fiamma che brucia la passione e che incendia i ricordi. Oppure scontro, con i vivi accecati dall’ideologia, dalla sete di potere, e con i morti, fantasmi di un passato che non ha mai preso forma. La parola è anche perdono, e poi amore, amore immenso per la famiglia e per una donna, Chelo, che salverà il protagonista dalla spirale di morte in cui la vita sembra trascinarlo. Due trame separate, impetuose, avvincenti, che nelle ultime pagine si fondono in un solo finale, perfetto e commovente.

“Alcuni bambini crescono con amici invisibili, io sono cresciuto con un fratello invisibile”

Messico. Fine degli anni Sessanta. Juan Guillermo è il gemello di un bambino morto durante la gravidanza, sconfitto tragicamente in quella battaglia fetale invisibile, inconsapevole, e sconosciuta a chi vive fuori dal grembo materno. “Per otto mesi un gemello identico a me mi è cresciuto accanto”. Juan è sopravvissuto grazie a numerose trasfusioni, al sangue venduto da un esercito di mercenari che gli hanno trasmesso globuli rossi, piastrine e dna. Con l’ombra del gemello morto e con il peso di una colpa che non gli appartiene, Juan cresce giocando con il fratello maggiore Carlos tra i tetti della città, giochi talvolta pericolosi, indicibili. “A Carlos e ai suoi amici bastava salire sui tetti per scomparire”. Le terrazze sotto il cielo dove Carlos gestisce i suoi traffici illeciti ci ricordano le vele di Scampia raccontate da Roberto Saviano in Gomorra, o le periferie degradate di Roma nel Romanzo criminale di De Cataldo. I sud del mondo si somigliano tutti. Carlos ha una doppia personalità, è uno spietato delinquente che si arricchisce col traffico di droga, ma nello stesso tempo legge e studia, da autodidatta, Platone, Nietzsche, Faulkner, la storia, la biologia. Nessuno nel quartiere è più colto di lui. Juan segue le orme del fratello, e per agevolare le sue trame oscure comincia a frequentare la setta religiosa di Humberto, i bravi ragazzi che se ne vanno in giro incappucciati a correggere chi esce dal seminato, e che per dare una lezione a Carlos, per punire le sue deviazioni dal giusto, lo lasciano affogare in uno dei serbatoi di quelle terrazze dove lui trascorre gran parte delle giornate. La morte di Carlos porta dentro di sé qualcosa della morte di Juan José, l’altro fratello: il serbatoio come metafora del sacco amniotico.

Il racconto di quella tragica fine, mentre i genitori sono in viaggio in Europa, somiglia a una sequenza cinematografica: Juan riporta le annotazioni sul diario di viaggio della madre, e le alterna con gli attimi angoscianti dell’omicidio in una beffarda contrapposizione tra divertimento e dramma.

“Ho avuto due fratelli. Tutti e due sono morti per colpa mia. E se non ne sono stato colpevole del tutto, almeno ne sono stato responsabile”.

La morte non risparmia nessun familiare di Juan. Tre anni dopo i suoi genitori rimarranno vittime di un fatale incidente d’auto, forse un suicidio. Arriaga descrive la scena con una efficacissima grafica onomatopeica, dal sapore fosterwallaciano, nella quale il volo dell’auto e l’urlo dei due coniugi ci appaino come in un’immagine tridimensionale. Parole e forme come suoni. Pagine di  grande impatto emotivo.

Orfano e senza più nessuno “Orfano fino al midollo” Juan si consola con l’amore e con il sesso di Chelo, altro personaggio chiave del romanzo. Chelo è uno spirito libero votato alla promiscuità, una ragazza con un vissuto tormentato che sfoga le proprie insicurezze andando a letto anche con altri uomini; lo fa, dice, per non lasciarsi travolgere dalla depressione.

La vita che Juan deve ricostruire con molta fatica ricomincia da lei, e da Colmillo, un cane lupo che si scoprirà essere un lupo vero, sottratto alla morte che i padroni volevano somministrargli perché indomabile e pericoloso per i vicini. In Colmillo Juan rivede se stesso. Salvare Colmillo vuol dire salvare la sua stessa vita. Ecco la sfida. Poco tempo prima, osservando dei feti umani in un laboratorio scolastico, il giovane protagonista aveva riflettuto sul percorso evolutivo che si compie nei mesi della gestazione in chi nasce prematuro come lui. Quel percorso si interrompe. Così, chi nasce prima del tempo lo fa in un momento intermedio fra uomo e animale “Sono cresciuto con l’idea di essere rimasto per sempre in uno stato semianimale, selvaggio“.

L’identificazione tra l’uomo e la bestia feroce diventa allora uno dei temi centrali del romanzo. Colmillo va domato e riportato nel suo habitat naturale. Dicevamo delle due trame separate. La seconda storia, che per tre quarti del libro non ha nessun punto di contatto con la prima, vede come protagonisti Amaruqu, un cacciatore solitario dello Yukon (Canada), il cui destino si lega indissolubilmente a quello di un lupo, e Robert, un ingegnere chiamato a sondare i luoghi dove deve essere costruito un oleodotto, ma che finisce per rimanere ammaliato e stordito dal “richiamo della foresta”. Nelle ultime pagine le due storie viaggiano finalmente su un solo binario, nella felice e liberatoria ricomposizione di ogni tormento. Sono le pagine forse più potenti ed emozionanti di questa lunga narrazione nella quale ritroviamo gli echi di tanti altri capolavori della letteratura, da Zanna bianca di Jack London all’Amleto di Shakespeare, da Oliver Twist di Dickens a Le avventure di Augie March di Saul Bellow.

Angelo Cennamo

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CHOURMO – Jean-Claude Izzo

 

Chourmo - Izzo

 

Chourmo, in provenzale, vuol dire ciurma, i rematori della galera. Nella lingua corrente la stessa parola indica la mescolanza, la contaminazione culturale tra etnie diverse. Jean-Claude Izzo, scrittore francese di chiare origini italiane – suo padre era emigrato dalla provincia di Salerno – alla mescolanza ha dedicato tutta la sua produzione letteraria, a cominciare dalla celebre trilogia marsigliese. Chourmo è il titolo del secondo libro della saga. Fabio Montale, il protagonista, ha lasciato la polizia “Oggi non ero più niente. Non credevo ai ladri. Non credevo più alle guardie” per vivere di pesca e gustarsi il ritmo lento del mare “Bevevo con piacere e impegno. Ascoltando jazz. Coltrane o Miles Davis, negli ultimi tempi”. Fabio sorseggia del buon vino, mangia delle succulente zuppe di pesce, gioca a belote, e discute di politica seduto al bar con gli amici di sempre, quelli ovviamente sopravvissuti ad agguati e ripicche. Marsiglia è una città affascinante, accogliente, ricca di bellezza e di un’umanità generosa, ma in molti dei suoi quartieri, quelli più poveri e degradati, serpeggiano l’odio e la violenza. Montale, suo malgrado, viene risucchiato in un’indagine che parte dall’assassinio del figlio di sua cugina, la bella Gélou che da giovane aveva fatto girare la testa a tutti  – Montale ne era innamorato – e lo porta negli ambienti razzisti del Fronte nazionale e dei clan mafiosi che bazzicano il porto. I temi centrali del romanzo, perfettamente semplificati dal titolo, sono pertanto la contaminazione, la sua negazione, e l’identità. In una delle scene salienti, Montale litiga duramente con la cugina e l’accusa di aver dimenticato le proprie origini napoletane – nabos dicono i marsigliesi per offendere i meridionali italiani immigrati – e di essere diventata anche lei razzista. Suo figlio è stato assassinato perché si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato: doveva incontrarsi con la fidanzatina araba che i suoi genitori si rifiutavano di ospitare in casa loro. Chi sono i francesi? Si chiede Izzo nei suoi libri. Un algerino che ha combattuto per difendere la Francia è o non è un francese? Albert Camus non era un vero francese?  Quando Izzo ha scritto la sua trilogia, l’11 settembre, gli attentati di Charlie Hebdo e del Bataclan forse non erano eventi prevedibili, eppure i primi segnali di quello che sarebbe accaduto di lì a qualche anno cominciavano a vedersi. Scrive Izzo “Troppo alcol o troppa religione, è la stessa cosa. Fanno male. E sono quelli che hanno fatto le peggiori cose che vogliono imporre il proprio modo di vedere! Di vivere!”.

“Chourmo”, mescolanza, è questa la strada che ha imboccato la città di Marsiglia, che sarà sempre e soltanto l’ultimo scalo del mondo “Il suo futuro appartiene a coloro che arrivano. Mai a quelli che partono”

 Angelo Cennamo

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SENZA CODA – Marco Missiroli

Senza coda - Missiroli

A Marco Missiroli piace raccontare l’infanzia con la voce dei bambini. In Atti osceni in luogo privato, il romanzo della sua consacrazione, pubblicato da Feltrinelli nel 2015, il giovane protagonista assiste dallo spiraglio di una porta all’adulterio di sua madre con un amico di famiglia. Ne Il buio addosso, una ragazzina zoppa che vive in un paesino dell’Alta Provenza, nell’Ottocento, viene discriminata e reclusa per la sua diversità. Senza coda è il libro d’esordio, vincitore nel 2006 del premio Campiello Opera prima. Al centro della storia c’è il piccolo Pietro, figlio di un politico siciliano colluso con la mafia. Nel romanzo la Sicilia viene appena citata, non si vede, così come non si vede tutto il resto: la professione del padre, i rapporti con il crimine organizzato, gli antefatti. Missiroli ci mostra esclusivamente il mondo di Pietro e lo fa con gli stessi occhi del bambino. I turbamenti per la sofferenza della madre, che in silenzio e senza ribellarsi subisce la violenza del marito, forse complice dei suoi misfatti, il perimetro degli spostamenti abituali, quello dei suoi giochi: la villa di famiglia, il viale con la ghiaia, il vecchio giardiniere Nino, la macchina “Bianca” con la quale il piccolo protagonista sogna di viaggiare come un adulto, e quella strana passione per le lucertole che lo diverte così tanto, e che condivide con il compagno di scuola Luigi. Pietro le uccide, taglie le loro code e ne conserva i corpi mutilati in un barattolo. La vita di Pietro non è poi così diversa da quella di tanti altri suoi coetanei, ma c’è una frase, una preghiera che il padre senza nome e senza volto continua a sussurrare al suo orecchio, una misteriosa richiesta alla quale Pietro non riesce a sottrarsi: “Fra tre giorni ci vai da Carmine, a papà?”. Carmine è il volto del male, il muro contro il quale si infrangono l’ingenuità, il candore, i sogni del protagonista. Di tanto in tanto, Pietro è obbligato ad incontrarlo in un luogo nascosto per consegnargli una busta gialla, sigillata. Quale segreto è contenuto in quelle buste? Le parole del bambino scritte in corsivo e alternate alla narrazione della storia sono la confessione intima delle sue paure, le domande alle quali Pietro non riesce a dare delle risposte. Pensieri che ci riportano alle riflessioni di un altro personaggio della letteratura moderna, Oskar Schell, il ragazzino di Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. Come Pietro, anche Oskar vorrebbe decifrare l’enigma legato ad una busta trovata per caso nel ripostiglio di casa sua. La molla che lo spinge a vagare, da solo, per le strade di New York, alla disperata ricerca di un dettaglio, uno qualunque, che possa spiegare, giustificare la morte di suo padre, ed aiutarlo ad elaborare il lutto.

Senza coda è un romanzo tenero e crudele che racconta la breve storia di una rivelazione. Fin dalle prime pagine, Missiroli è bravo ad alimentare l’attesa, a condurre il lettore poco alla volta alla la tragica conclusione della vicenda, l’epilogo agghiacciante e sorprendente di una trama ben congegnata e sviluppata attraverso una scrittura sempre precisa, elegante, cristallina. Un libro bello e potente che ha rivelato a poco più di vent’anni uno dei migliori talenti della narrativa italiana.

Angelo Cennamo                                      

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SEI STATO FELICE, GIOVANNI – Giovanni Arpino

Sei stato felice, Giovanni - Giovanni Arpino

Di Giovanni Arpino ricordavo la collaborazione con Il Giornale di Indro Montanelli. Erano i primi anni Ottanta, Il Giornale era un quotidiano controcorrente, lo è sempre stato, spigoloso ed arguto come il suo direttore, Arpino ne curava la pagina culturale, ma scriveva anche di cronaca e di costume. Ritrovarlo in libreria con il suo romanzo d’esordio, ripubblicato dalla minimum fax con una veste grafica rinnovata ed elegante, è stata una piacevole sorpresa. Sei stato felice, Giovanni Arpino lo scrisse nel 1950, a poco più di vent’anni, durante gli studi universitari, in poche settimane, dentro una stamberga genovese. Di questo libro l’autore non conservò mai un buon ricordo, tanto da essere contrario ad una sua ristampa. Chissà perché lo giudicava un romanzo imperfetto, zoppicante “Il mio gettone d’esordio è picaresco, anarchico, corsaro. Il suo sigillo è l’avventura, che si innerva ovunque, in casa e fuori, sui terreni conosciuti a memoria e no, tutti permeabili alla sorpresa, al colpo di dati”. Le 240 pagine dell’ultima edizione scorrono via con leggerezza. Il piglio è quello del romanziere americano, Arpino amava i classici della letteratura d’oltreoceano: Hemingway, Faulkner, Steinbeck. E non è un caso se il plot consegnato alla Einaudi dal giovane e bizzarro studente piemontese sia stato promosso proprio da uno scrittore che la cultura americana forse l’amò più di quella del suo paese: Elio Vittorini “Caro Arpino, il suo libro mi è veramente piaciuto”.

Sei stato felice, Giovanni non ha una trama, è una finestra spalancata sulla vita di uno scansafatiche, belloccio, squattrinato, che se ne va in giro senza meta per i carruggi genovesi in cerca di fortuna o di chissà cosa “A me piaceva vivere così, alzarmi a sonno finito, essere legato solo al sole o al freddo, andare al porto, passeggiare”. Gli scenari squallidi ma ricchi di umanità nei quali Arpino colloca i personaggi del racconto, il protagonista e i suoi compagni di viaggio: Mario, Olga, Mangiabuchi, sono gli stessi che ritroveremo più avanti nelle canzoni di Fabrizio De André e di Gino Paoli. La Genova di Arpino è una città sofferente, impoverita dalla guerra, brulicante di traffici oscuri, ma smaniosa di rimettersi in cammino e di guardare al futuro con speranza. Il porto, i vicoli affollati di marinai e di puttane, gli odori, i sapori mediterranei ci ricordano la Napoli di Ermanno Rea e la Marsiglia di Jean-Claude Izzo. Il girovago di Arpino non ha le idee molto chiare, vive alla giornata, litiga, si ubriaca, contrae debiti, e non distingue il sesso dall’amore

“Ero stato un mucchio di cose, mai un uomo che comincia a muoversi davvero. Ero stato un mucchio di vite cominciate e lasciate lì una per una come vecchi fazzoletti per noia stupidaggine irritazione. Ora quelle vite dovevano servirmi”.

Una storia di sbronze, un inno all’amicizia, alla libertà, alla vita.

“Ero stato felice perché troppo libero e senza legami, ora potevo scegliere e fare e disfare ogni cosa a modo mio“. È tempo di ripartire, Giovanni. Per dove, non ha importanza.

Angelo Cennamo

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IL MALE OSCURO – Giuseppe Berto

 

 

Il male oscuro - Berto

 

Quando Ernest Hemingway definì Giuseppe Berto tra i migliori scrittori italiani con Vittorini e Pavese, diversi romanzieri di quel tempo storsero il naso, molti furono rosi dall’invidia. Berto, del resto, non fece mai mistero del clima di ostilità alimentato intorno alla sua figura di uomo libero, estraneo alle solite conventicole, da una certa editoria dominante di sinistra. Nel 1964, all’età di cinquant’anni, dopo aver fatto i conti con una brutta malattia che lo aveva fiaccato nel fisico e nell’anima, Berto si ritira in un luogo isolato della Calabria, Capo Vaticano, e in poco più di due mesi butta giù di getto alcune centinaia di pagine poi racchiuse in un libro destinato a sconvolgere la letteratura italiana: Il male oscuro. E’ un non-romanzo, spiegherà lo scrittore nell’appendice al testo, che racconta la sua lunga lotta con il padre, una lotta durata sessant’anni. Il libro, che vinse sia il Premio Viareggio che il Campiello, per stessa ammissione dell’autore riflette due importanti precedenti della narrativa: La coscienza di Zeno di Italo Svevo e La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, opera che ne ha ispirato non solo l’impianto narrativo ma anche il titolo:

“Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”.

A differenza di questi due romanzi, il racconto di Berto non si limita tuttavia a descrivere una nevrosi, ma la incarna, le dà voce, la storia è come se si raccontasse da sola

“E in effetti accade che fatti e pensieri sgorghino in gran parte automaticamente da quelle oscure profondità dell’essere dove la malattia prima e la cura poi sono andate a sfruculiarli fino a fargli venire questa immoderata voglia di esternarsi della quale mi sembra di essere passivo esecutore”

Il male oscuro, scritto secondo uno stile che Berto definirà “psicanalitico”, molto moderno, con una prosa scarna e una punteggiatura minimalista, per quanto affronti un tema serio e scabroso come la malattia, non è affatto un libro deprimente, e neppure noioso. Non mancano infatti spunti ironici, momenti di comicità che ne alleggeriscono la narrazione alternando toni, registri e stati d’animo in una perfetta sincronia di situazioni che comprendono ogni aspetto della vita quotidiana dell’autore: le difficoltà della professione di sceneggiatore, la disperata ricerca della gloria, la perenne mancanza di quattrini, il matrimonio litigioso con la giovane consorte “la ragazzetta”, oltre ovviamente ai sensi di colpa legati alla morte del padre, che condurranno lo scrittore alla nevrosi e alla psicanalisi

“Come ha dimostrato il padre mio che da vivo non contava più niente mentre appena morto o poco dopo ha ripreso a soverchiarmi……..Proprio l’abbandono del padre in punto di morte avrebbe determinato il conflitto morale che mi ha condotto alla psiconevrosi, è quella la realtà orrenda dalla quale fuggo per rifugiarmi nella malattia” 

Il male oscuro è un libro struggente che ci riguarda tutti: padri, figli, amici, lavoratori, amanti. Scavando nella propria anima, Berto si mostra al lettore per quello che è: un uomo fragile, disperato, ma desideroso di ritornare a vivere, per il bene di se stesso e soprattutto di sua figlia, nella quale rivede la propria infanzia e la paternità sconosciuta di quell’uomo severo e scorbutico che morendo lo ha scaraventato nell’abisso. Il rapporto difficile tra Berto e suo padre, ma anche gli stenti di una professione povera di successi mi hanno ricordato la parabola di John Fante, il giovane scrittore squattrinato che sogna la gloria e che in uno dei suoi capolavori, La confraternita dell’uva, si scontra con il vecchio Nick Molise, il padre padrone che non gli perdona di averlo abbandonato per inseguire il successo.

“Ed ecco che piango un’altra volta sul mio fallimento e sconforto, e sulla mia solitudine al limite del nulla”

Angelo Cennamo

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LA PELLE – Curzio Malaparte

 

La pelle - Malaparte

 

 

Il primo ottobre del 1943 è una data memorabile per la storia di Napoli: perché segna l’inizio della liberazione dell’Italia e dell’Europa intera dalle sofferenze della guerra, e perché proprio quello stesso giorno scoppia una terribile peste, una peste che non corrompe il corpo ma l’anima delle persone, e che da Napoli si diffonde in Italia e nel resto del continente. I soldati alleati ne rimanevano immuni tanto che il sospetto che fossero loro a portare il morbo, a costringere le donne a vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di sé, divenne presto una certezza. Curzio Malaparte, già autore del besteller Kaputt, scrive un romanzo reportage su quei giorni terribili, decide di intitolarlo La peste, ma nel 1947 l’uscita de La peste di Albert Camus lo costringe a rivedere la propria decisione e a cambiare il titolo in  La pelle.

L’esperienza di Malaparte ricorda quella di altri scrittori illustri che dalla guerra vissuta in prima persona, verrebbe da dire vissuta sulla propria pelle, trassero romanzi crudi ed appassionanti come questo. Ernest Hemingway, ad esempio, trasferì ricordi ed appunti della prima guerra mondiale, da lui combattuta sul fronte italiano, in Addio alle armi. Beppe Fenoglio rappresentò se stesso ne Il partigiano Johnny, il romanzo “anglo-italiano” che racconta la gloria e la ferocia della Resistenza nelle langhe piemontesi da una visuale diversa rispetto alle solite narrazioni sulla guerra civile.

La pelle è un viaggio lungo e struggente nella Napoli deturpata dagli orrori della seconda guerra mondiale. Il ritratto brutale, commovente e poetico di un’umanità sbandata, costretta a qualunque bassezza pur di sopravvivere “Durante la guerra si lottava per non morire…..con la liberazione si doveva lottare per vivere……lottare per vivere è una necessità vergognosa, può essere una cosa umiliante, orribile……Non è più lotta contro la schiavitù per la libertà, è lotta contro la fame ”. Malaparte ci conduce nei vicoli dei Quartieri Spagnoli, tra prostitute e lazzaroni che fanno a gara per comprare e rivendere soldati di colore, anche per poche ore, il tempo di trascinarli in un bar, ubriacarli e spogliarli di tutto quello che hanno addosso. Un grosso business che consentiva ai più lesti e intraprendenti di mettere da parte capitali ingenti.

“La libertà costa caro. Molto più caro della schiavitù. E non si paga né con l’oro, né col sangue, né con i più nobili sacrifici: ma con la vigliaccheria, la prostituzione, il tradimento, con tutto il marciume dell’animo umano”.

Il girone dantesco attraversato da Malaparte in compagnia di alti ufficiali americani, con i quali lo scrittore interloquisce per denunciare la crudeltà dei vincitori e difendere la dignità di quella plebe calpestata e vilipesa, comprende anche ambienti colti, intellettuali, spesso frequentati da aristocratici decaduti o da omosessuali trozkisti che leggono Proust e Sartre “Si faceva della pederastia credendo di fare del comunismo”. La scena della Figliata, l’antica cerimonia sacra del culto uraniano con la quale si rappresenta il parto di un uomo, ci riporta alle immagini della Napoli velata di Ozpetek; l’eruzione del Vesuvio con “Quella gengiva rossa che orlava i tetti” ai “Grafici d’asfalto” del Re pallido di Foster Wallace.

“È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla” è questo, in estrema sintesi, il messaggio triste e beffardo contenuto nello straordinario reportage di Malaparte, che come scrisse Milan Kundera “con le sue parole fa male a se stesso e agli altri”.

Angelo Cennamo

 

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GLI AUTUNNALI – Luca Ricci

Gli autunnali - Luca Ricci

“Che cosa terribile era l’amore quando finiva” . 

Cosa c’è di più realistico di un matrimonio in crisi? Del lento ma inesorabile spegnimento dell’amore, infatuazione o affetto che dir si voglia? La materia è ostica, un terreno scivoloso per qualunque artista: cantautori, cineasti, romanzieri. Troppo facile inciampare nel già detto, nel già visto. Come si raccontano i silenzi, la noia, i sensi di colpa, “il sesso per procurare un sollievo e non per ricercare il piacere”?

Luca Ricci, pisano, classe 1974, è tra gli autori più interessanti del panorama letterario italiano; con I difetti fondamentali ha marcato il territorio del racconto breve, conquistando apprezzamenti sia dalla critica che dai lettori. Nel 2018 Ricci approda al romanzo e lo fa nel migliore dei modi, con un libro intenso che rompe la linearità delle narrazioni che conosciamo, le più consuete, sul disagio della coppia, allargando lo spettro e il perimetro della storia, e arricchendo la trama di nuovi topoi.

Al rientro dalla villeggiatura “in uno di quei pomeriggi in cui l’estate comincia timidamente a flirtare con l’autunno” uno scrittore di mezza età, pentito e senza ispirazione, scopre di non essere più attratto dalla propria moglie. Il sesso, praticato sempre più di rado, è diventato “un lenitivo – perfino un anestetico – per la vita trascorsa insieme, giammai un eccitante…L’ossessione dell’amore non era niente al confronto dell’ossessione del disamore…Le coppie a un certo punto smettevano di parlare e cominciavano soltanto a guardarsi“.

La mesta routine del protagonista viene improvvisamente spezzata da un fatto eccezionale, l’incontro con il “fantasma” di una donna vissuta un secolo prima; sfogliando infatti una biografia di Modigliani, trovata per caso in un mercatino, lo scrittore viene colpito dalla foto in bianco e nero della giovane amante dell’artista livornese, Jeanne Hébuterne, suicidatasi a seguito della morte di lui per meningite tubercolotica. Quella foto gli provoca una strana sensazione, “un brivido metafisico”, una fantasticheria che diventa una vera e propria ossessione, una paranoia. Qualche giorno dopo, lo scrittore rivede l’immagine della donna, la sua reincarnazione, nella figura reale di Gemma, la cugina di sua moglie. Ora quella misteriosa ossessione ha finalmente una voce, un corpo, una vita, è lei la donna che sta cercando o è lei la donna che sta cercando lui: è Gemma. Il protagonista, al quale l’autore preferisce non dare un nome, vuole assolutamente possederla, amarla. È stato un colpo di fulmine? Chiede lei. È stato molto di più di un colpo di fulmine, risponde lui “Io ti ho riconosciuta“. La relazione tra i due, tuttavia, si rivela subito deludente, amara, farsesca, avvilente. Gemma, come Jeanne prima di suicidarsi, è incinta. Il bambino che porta nel grembo è un ingombro, un ostacolo al sesso, a tutto. Lo scrittore viene risucchiato nel vortice della quotidianità già vissuta con la moglie Sandra quando era lei ad essere incinta di Maurizio, il loro unico figlio. Non c’è spazio per l’intimità, per la passione, come si fa a coltivare un sentimento nuovo per una donna che è presa unicamente dalla propria gravidanza e che ti chiede di accompagnarla in giro per cliniche e studi medici?

Lo scrittore, ormai sull’orlo di una crisi di nervi, sfoga la sua follia nell’alcova di una prostituta nigeriana. Nel contempo confida quei segreti inconfessabili e assurdi al collega Gittani, anche lui in crisi di ispirazione e con un matrimonio che si sta spegnendo tragicamente insieme alla vita della moglie, malata terminale al policlinico Gemelli. La strana amicizia tra il protagonista e Gittani, uomo cinico, nichilista al punto di tradire la consorte con l’infermiera che l’assiste in ospedale, è una delle parti più riuscite del romanzo. I dialoghi tra i due scrittori offrono spunti di riflessione che vanno oltre il naturale destino dei loro matrimoni. Nel racconto di Ricci, infatti, i due amici romanzieri sono la plastica rappresentazione di una certa editoria italiana fatta perlopiù di autori senza idee, trasformatisi per necessità più che per virtù in recensori compiacenti, “collaborazionisti di un sistema culturale autoriferito e familistico”. L’autunno allora diventa il perimetro, lo spazio fisico ma anche surreale di un decadimento generale che oltrepassa l’amore, la passione per l’altro sesso, ed investe la scrittura, il mondo dell’arte, i valori di un paese avvizzito, che non ha più nulla da dire. Roma, sullo sfondo, appare come una metropoli sonnolenta, sospesa tra i fasti del suo passato glorioso e un futuro indecifrabile, poco rassicurante. Tutto è poco rassicurante nella brillante narrazione di Luca Ricci, nel suo romanzo che rasenta la perfezione, e che ci colpisce prima di tutto per la lingua italiana: fiera, sontuosa. Ricci è attento al suono e alla forma di ogni singola parola; seleziona lemmi e silenzi con cura, costruendo frasi e dialoghi come un antico artigiano della scrittura.

Gli autunnali è una scheggia di rara bellezza, un libro destinato a diventare un classico della letteratura, per lo spessore umano e filosofico della storia, e per la struttura del racconto, nel quale ritroviamo echi e atmosfere di altri capolavori del Novecento e della narrativa contemporanea: l’esistenzialismo moraviano de La noia e Il disprezzo, il disincanto di Houellebecq de La carta e il territorio e Piattaforma.

Angelo Cennamo

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IL GATTOPARDO – Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 

 

Il gattopardo - Tomasi di Lampedusa

 

 

Quando la Feltrinelli pubblicò per la prima volta Il Gattopardo, l’autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, era morto da pochi mesi. Il romanzo, più volte rifiutato dalle case editrici ed oggetto di numerose correzioni e misteriose riscritture, una delle quali attribuita quasi integralmente a Giorgio Bassani, fu pubblicato nel 1958 proprio su insistenza dello scrittore ferrarese – ricordate Bukowski con John Fante? Un anno dopo il libro vinse il premio Strega davanti ad un altro capolavoro di quegli anni: Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini – ah, cos’era la letteratura italiana nel Novecento! – e successivamente ispirò una celebre versione cinematografica, diretta dal grande Luchino Visconti, con un cast d’eccezione: Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale.

Siamo in Sicilia, negli anni del tramonto del regno borbonico. La storia ha inizio, infatti, nel 1860 e vede come protagonista una famiglia della più alta aristocrazia isolana, quella di Fabrizio Corbera, Principe di Salina. Ogni italiano, anche chi non ha mai letto il libro, conosce Il Gattopardo per la sue suggestive ambientazioni, ma soprattutto per una frase, famosissima, che spiega, racchiude il senso dell’opera, una frase che sentiamo citare spesso nei dibattiti politici o nei resoconti giornalistici, entrata ormai nell’immaginario comune come un proverbio o un antico brocardo. Poche parole che simboleggiano meglio di tanti discorsi la diffidenza di una parte della società italiana verso il cambiamento e la paura della sua classe dirigente di perdere ogni privilegio o diritto acquisito. La frase con la quale il giovane nipote di don Fabrizio, Tancredi Falconeri, a sorpresa, annuncia allo zio di essersi arruolato tra i garibaldini:  Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la Repubblica – dice – Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi (pagina 50). Il romanzo di Tomasi di Lampedusa viaggia su due binari: la vicenda amorosa poi matrimonio di convenienza tra Tancredi ed Angelica, la figlia don Calogero Sedàra, cafone arricchito utile alla causa e alle ambizioni politiche del pupillo di don Fabrizio, e quella politica che racconta la temuta transizione dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Due trame distinte, entrambe appassionanti e meravigliosamente tratteggiate dalla penna dell’autore, rappresentate da due scene salienti: l’incontro tra il Principe di Salina e don Calogero per concordare il matrimonio dei due giovani innamorati alla presenza del Gesuita don Pirrone, altra figura pittoresca del libro; e il dialogo tra don Fabrizio e il funzionario piemontese Chevalley, arrivato a Donnafugata per convincere il Principe di Salina a diventare senatore del Regno d’Italia. La lunga ed articolata risposta dell’aristocratico siciliano è una meravigliosa riflessione filosofica e sociologica, uno dei momenti più intensi del racconto, un capolavoro nel capolavoro. Dice don Fabrizio allo sprezzante Chevalley, che non sa spiegarsi il disincanto e la rassegnazione del suo interlocutore: I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla….

La naturale conclusione del romanzo che nella sua seconda parte non raggiunge le stesse vette dei primi capitoli, e che vede nella morte del protagonista, stanco e malato, in un albergo davanti al mare dell’amata terra di Sicilia, l’ultima delle sue scene migliori.

Angelo Cennamo

 

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LA FORZA DEL DESTINO – Marco Vichi

 

la forza del destino - Vichi

 

In Morte a Firenze, prequel de La forza del destino, il commissario Bordelli, indagando sull’omicidio efferato di un tredicenne, si era scontrato con una verità per lui inaccessibile, che lo aveva costretto alla resa con un avvertimento chiaro: lo stupro della sua giovane fidanzata Eleonora da parte di sconosciuti legati alla massoneria. Il finale del libro è amaro, poco consolatorio, come a voler rimarcare la differenza tra noir e giallo classico, genere nel quale gli assassini vengono sempre individuati dall’investigatore di turno e consegnati alle patrie galere. Ma a Vichi, come ai suoi lettori, la trama poliziesca interessa molto poco, preferisce il contorno: le atmosfere degli anni Sessanta, i sapori della cucina toscana, il valore dell’amicizia, gli amori appena nati e già finiti. L’indagine allora porta all’uomo, a Franco Bordelli, la sua vita, i ricordi dell’infanzia e della guerra, il disincanto, la solitudine.

Siamo nella primavera del 1967, Firenze si lecca le ferite dell’alluvione che l’ha devastata pochi mesi prima. Nel tempo in cui tanti abbandonano paesi e borghi antichi per andare a vivere nelle città, Bordelli fa una scelta controcorrente: lascia la polizia e va ad isolarsi in una casa di campagna, tra civette e cinghiali. E’ un uomo solo, inquieto, deluso dalla brutta storia del piccolo Giacomo Pellissari e dai danni collaterali che hanno rovinato il suo rapporto con Eleonora. Cammina nei boschi col cane Blisk, legge romanzi di Dostoevskij, spacca la legna, fa la spesa, accende il fuoco, cucina piatti contadini, guarda la tv e zappa il suo orto

“Era vero che la solitudine e il silenzio della campagna invitavano a rimuginare su ogni cosa e a coltivare la malinconia, ma quella vita gli piaceva più di quanto avesse immaginato“

Come il Frank Bascombe di Richard Ford, Bordelli medita sui massimi sistemi e sulle strane coincidenze di una vita infelice, senza sussulti.

Il romanzo si apre con il suicidio o presunto tale di uno degli assassini mai scoperti del piccolo Giacomo. Piras, il fidato braccio destro dell’ex commissario, intuisce che dietro quella morte potrebbe esserci lo zampino di Bordelli. Il primo passo di un piano criminale, ben congegnato ed insospettabile che trasformerà il protagonista in una specie di serial killer o, se preferite, in un giustiziere della notte deciso a vendicare a qualunque prezzo il delitto al centro della trama precedente. Le giornate del Charles Bronson di San Frediano scorrono lente, tra passeggiate, incombenze, nuovi incontri femminili, e cene con il Botta, l’amico ladro che Bordelli scorta fino a Milano con una pantera della polizia per aiutarlo a compiere una truffa milionaria. Che ti succede, commissario?

La forza del destino è un romanzo dal doppio registro, un po’ bucolico-crepuscolare, un po’ thriller-noir. La trovata di Vichi di trasformare Bordelli in un brutale assassino, se da un lato spiazza i lettori mantenendo viva la suspence, dall’altro fa perdere credibilità al protagonista e ad una storia, certamente ben scritta, perfettamente calata nel contesto temporale ed ambientale, e con la solita ironia, ma che avrebbe potuto trovare una migliore evoluzione.

Angelo Cennamo

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