MISTERO NAPOLETANO – Ermanno Rea

 

 

Mistero napoletano - Ermanno Rea

 

Se tu avessi un miliardo di miliardi ti compreresti Napoli? E come la cambieresti?

Era questa la domanda più ricorrente nelle conversazioni che il giovane cronista de L’Unità Ermanno Rea intratteneva con i suoi compagni della redazione napoletana nell’Angiporto della Galleria Umberto. Siamo negli anni Cinquanta, Napoli è una città provata dalla guerra e dalla miseria, il suo porto è occupato dalla sesta flotta dei Marines, e nel pci locale sta per deflagrare uno scontro violentissimo tra l’ala stalinista incarnata dal segretario cittadino Salvatore Cacciapuoti, il despota, uomo arcigno, legato alla rigida ortodossia comunista, e i militanti del gruppo Gramsci, come dire: la parte più moderata, democratica e riformista del partito, e che ha avuto in Guido Piegari forse il suo esponente di spicco. A distanza di oltre trent’anni da quella esperienza politica e professionale, Rea decide di  tornare nella sua città per indagare su una vicenda misteriosa che lo ha tormentato per tutto questo tempo: il suicidio dell’amica e collega di redazione Francesca Nobili, avvenuto la sera del venerdì Santo del 1961.

Francesca sembra un personaggio uscito da un romanzo dell’Ottocento, l’eroina di una romantica e intricata storia di tumulti e di passioni che finisce in tragedia, invece è una donna reale, esistita per davvero nella Napoli del dopoguerra, e che per un decennio o forse meno ha incrociato il proprio destino con quello dell’autore di questo libro inchiesta, un po’ saggio un po’ romanzo, che ricostruisce fatti e circostanze seguendo la cadenza di un diario. Attraverso le testimonianze di vecchi amici, documenti archiviati e i diari della protagonista consegnatigli dalla figlia Viola, Rea ripercorre la lunga vicenda personale e familiare della cara amica scomparsa. La storia di Francesca si intreccia con quella del partito nel quale lei stessa militava, e ha come sfondo una Napoli in piena guerra fredda che sta vivendo una stagione cruciale per la rinascita dell’intero meridione.

La ricostruzione letteraria di Rea è molto particolareggiata, Rea nasce cronista e solo dopo una singolare esperienza da fotoreporter, all’età di 63 anni, si reinventa romanziere, e che romanziere.

Francesca Nobili – che si firmava Francesca Spada, col cognome di sua madre – era arrivata a Napoli all’età di quattro anni, dopo essere nata a Tripoli nel 1916 da un ufficiale di cavalleria scomparso forse in un’imboscata. Rea ce la descrive come un’apolide, estranea cioè a qualunque modello sociologico o culturale legato alla tradizione locale. La sua patria era il mondo intero, diceva. Era una donna affascinante, colta, dall’animo inquieto, con due lauree e un diploma al conservatorio. Non si curava del proprio aspetto, si mostrava sciatta, trasandata, agli abiti e ai rossetti preferiva la musica, la politica e la poesia peccato che amasse seppellire le sue grazie in un eterno maglione nero dal collo alto.

In verità, insieme alle sue grazie, Francesca avrebbe desiderato seppellire molto altro, un passato scandaloso che l’aveva resa difronte al pci napoletano una poco di buono, una donna sopra le righe, inaffidabile, una spregiudicata, anzi: una puttana. Prima di legarsi a Renzo, altro membro del pci e protagonista del romanzo, Francesca aveva avuto infatti un precedente matrimonio e un successivo compagno conosciuto in una setta di teosofici che praticava l’amore universale, Ugo Giannino, dalla cui unione erano nati i primi due dei suoi quattro figli. Ugo era riuscito a portarglieli via perché figli di “madre ignota” – la legge del tempo glielo consentiva. Ma non basta. Francesca era imputata del reato di saccheggio davanti al tribunale di Latina per una vecchia storia che risaliva al tempo della guerra e che, più avanti nel racconto, la spingerà a costituirsi in carcere. Insomma, il nome di Francesca era sulla bocca di tutti e non sempre per il suo fervore politico o per la passione con cui si dedicava al giornalismo. Lei e il suo nuovo compagno erano diventate persone scomode, moralmente indifendibili per quello stile di vita così disordinato, scandaloso, e quindi ricattabili.

Dicevamo di Renzo, Renzo Lapiccirella, l’attuale marito di Francesca. Rea ne parla come di un uomo di bell’aspetto, intelligente, generoso, disposto a sacrificare la propria laurea in medicina per perorare la “causa comunista” e inseguire un’improbabile vocazione al giornalismo. Renzo, si direbbe, è un vero progressista: non curante della malevolenza, delle calunnie, dei pregiudizi ( siamo nella Napoli degli anni Cinquanta), sfida tutto e tutti pur di stare con Francesca. I due abitano con i loro figli in una palazzina sui Camaldoli, in una casa misera, senz’acqua né riscaldamento, arredata di soli libri ( quelli non mancano mai) e da un pianoforte sgangherato al quale Francesca sfoga spesso i suoi tormenti.

L’ambiente al giornale e nel centro della città è certamente più stimolante, luccicante, un’atmosfera, reale o romanzata che sia, ricca di fermento e inebriante che il lettore percepisce, annusa anche con una certa invidia. Renzo e Francesca frequentano politici, artisti e intellettuali, un’umanità variegata e appassionata nella quale brilla su ogni altra la stella del più umanista degli scienziati: Renato Caccioppoli, il matematico matto che ispirò il primo film di Claudio Martone, e che si tolse la vita con un colpo di pistola nel 1959, due anni prima di Francesca.

Attraverso la sua persona Rea e tanti suoi compagni intravedevano come una possibilità quasi un sogno che non avevamo neppure osato sognare: quello di un comunismo trasandato, spettinato, stretto in un impermeabile un po’ liso, un comunismo insieme tenero e beffardo, divorato dalla passione per tutte le cose belle e giuste che esistevano sulla terra, un comunismo privo di pregiudizi, tollerante, nutrito di tutte le lingue presenti nel grande albero della vecchia cultura europea. Soprattutto, un comunismo non separato dalla libertà.

Lui, Renzo e Francesca erano accomunati da una napoletanità atipica, poco incline al folklore, molto anticonformista, e le loro scorribande in trattoria o in galleria, al giornale, ce lo confermano.

A questo punto una domanda è  d’obbligo: ma Rea era innamorato o no di Francesca?

E qui forse è arrivato il momento che io chiarisca in maniera perentoria di non essere mai stato innamorato di Francesca. Ma che chiarisca, nello stesso tempo, che la nostra è stata sicuramente un’amicizia amorosa” pag. 63.

Per quanto ci tenga a chiarire, Rea non ci convince affatto.  La sensazione è che l’autore della pasionaria Francesca sia stato innamorato eccome, e che nel suo libro inchiesta abbia taciuto non poche cose. Per rispetto, pudore o semplicemente per galanteria. Ma non importa: chi di noi non si sarebbe innamorato di Francesca, di una donna così fuori dagli schemi da sembrare un personaggio letterario più intrigante di una Emma Bovary o di Anna Karenina?

È il realismo, bellezza. Rea intinge la sua penna nell’inchiostro della vita e dei ricordi e confeziona un capolavoro di altri tempi. Un romanzo d’amore e d’amicizia intriso di storia e di politica. Malinconico, audace, carico di poesia e di sentimenti sconfitti.

Angelo Cennamo

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4 3 2 1 – Paul Auster

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Il caso che governa le nostre vite è il tratto distintivo dell’intera produzione di Paul Auster, scrittore americano di Newark – città natale anche di Philip Roth – che a settant’anni suonati ha voluto cimentarsi nel progetto letterario forse più ambizioso della sua carriera ultratrentennale, quel Grande Romanzo Americano che tutti gli autori a stelle e strisce sognano di scrivere un giorno, prima di appendere la penna al chiodo. A sette anni di distanza da Sunset Park esce 4 3 2 1, l’atteso librone di mille pagine (939), il romanzo di cui tanto si era tanto parlato alla vigilia nei salotti editoriali di New York e di San Francisco, che ha tenuto Auster chiuso in casa, lontano da eventi, uscite pubbliche e chissà da cos’altro, per più di tre anni.

4 3 2 1  racconta le quattro vite possibili di Archie Ferguson, ragazzo ebreo di origini russe anche lui nato per caso a Newark come il suo autore, il 3 marzo del 1947. I genitori di Archie, Stanley e Rose, sono persone umili: il padre gestisce un negozio di elettrodomestici insieme ai suoi fratelli, la madre fa la fotografa. Ma nell’evoluzione delle quattro trame del racconto le sorti economiche della famiglia Ferguson fluttuano dalla miseria più nera alla ricchezza, secondo il collaudato meccanismo delle sliding doors al quale Auster ci ha abituato con i suoi libri, a cominciare dalla celebre Trilogia di New York. Le avventure di Archie ricordano molto quelle di Augie March, lo scugnizzo di Chicago ideato dal premio Nobel Saul Bellow, altro scrittore ebreo come Malamud, Roth e lo stesso Auster, gloriosa stirpe di romanzieri oggi degnamente rappresentata dalla generazione dei Chabon, Lethem, Safran Foer ed Englander. Nel destino magmatico di Archie Ferguson, oltre ad una morte prematura – uno dei quattro Archie morirà da bambino – ci sono alcuni punti fermi. Innanzitutto zia Mildred, l’intellettuale della famiglia, la docente universitaria che introduce il giovane protagonista ai piaceri della lettura e della scrittura. Poi Amy, il grande amore di Archie, amica, fidanzata, amante e perfino sorellastra nel gioco dei destini paralleli abilmente disegnato da Auster. Archie è un ragazzo sessualmente precoce, attratto da giovani studentesse ma capace di sedurre anche donne molto più grandi di lui. In una delle quattro opzioni esistenziali, il protagonista del romanzo vive esperienze omosessuali e si lascia attenzionare da un uomo maturo in cambio di denaro.

Le vicende personali e familiari di Archie, i traumi, le passioni sportive che ci riportano ad altri grandi libri ( il prologo di Underworld o a Pastorale Americana ), il suo percorso universitario, alla Columbia o a Princeton o in nessun college – è questo l’Archie che ho preferito rispetto agli altri tre, quello cioè che decide di studiare da autodidatta e che sogna di diventare romanziere a Parigi, sotto la governance dell’affascinante Vivian – si intrecciano con l’affresco vivido, preciso, suggestivo della storia americana degli anni Sessanta che Auster usa da sfondo per le sue trame: gli assassinii di Kennedy e Martin Luther King, la guerra in Vietnam, i tumulti sociali, le rivolte studentesche. Nel Grande Romanzo Americano Archie ci è dentro fino al collo, sia in veste di personaggio che di scrittore.                  

Avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia ( grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.  E’ lui il Numero Quattro, l’autore che finirà di scrivere il libro a Parigi, il 25 agosto del 1975.

Angelo Cennamo

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LA FERROVIA SOTTERRANEA – Colson Whitehead

 

 

La ferrovia sotterranea - Colson Whitehead

 

 

Colson Whithead, scrittore afroamericano di New York, in Italia è pressoché sconosciuto, nonostante la non più giovanissima età e la pubblicazione di ben otto libri tra romanzi e saggi. Nel 2016, Whitehead si è imposto all’attenzione della critica, oltre che dei lettori, con un romanzo premiato sia col Pulitzer che con il National Book Award. Non accadeva da almeno vent’anni che un libro si aggiudicasse entrambi i premi, i più prestigiosi della letteratura Usa. Underground railroad – nella versione italiana La ferrovia sotterranea – è un romanzo avventuroso che affronta i temi che più di ogni altro hanno segnato la storia e la cultura del continente americano: lo schiavismo e il razzismo. E lo fa senza indulgere alla retorica né agli stereotipi di altra narrativa o cinematografia che a questo argomento si sono ispirate per produrre decine di pubblicazioni, film e fiction televisive, da La capanna dello zio Tom a 12 anni schiavo, da Il buio oltre la siepe a Radici, il romanzo di Alex Haley che racconta la saga familiare di Kunta Kinte, poi diventato una fortunata serie tv.

Whitehead colloca la sua storia nel profondo Sud, in Georgia, nei primi anni dell’Ottocento. Cora, la protagonista, è una ragazza di colore prigioniera nella piantagione di cotone dove è nata e cresciuta. E’ una randagia perché è rimasta sola – ha perso la protezione di Mabel, sua madre, scappata chissà dove quando lei era ancora una bambina – e perché per la sua indole ribelle si è attirata l’antipatia e il discredito di molti altri schiavi. La piantagione dei fratelli Randall è un vero e proprio campo di concentramento dove centinaia di uomini, donne e bambini lavorano duramente, in condizioni disumane, per un tozzo di pane e un misero giaciglio. Chi batte la fiacca o, peggio, tenta la fuga, viene preso a frustate e bruciato vivo. Sopravvivere in quell’inferno è una scommessa angosciante che alimenta un solo desiderio: riuscire a guadagnare la libertà. Ma come? Cora è sfinita, non ne può più dei continui soprusi, dei maltrattamenti, delle molestie; decide allora di fuggire insieme al suo amico Caesar. Le è giunta voce che fuori dal campo, oltre la palude, esiste una ferrovia sotterranea che fa tappa in vari stati del Sud. Quella della ferrovia è un’invenzione fantastica dell’autore del libro per indicare una fitta rete di rifugi e di abolizionisti che hanno realmente sacrificato e messo a rischio la propria vita per aiutare gli schiavi scappati dalle piantagioni. Il romanzo diventa così il diario della lunga fuga di Cora, rocambolesca, pericolosa, ostacolata da uno spietato ed infallibile cacciatore di schiavi, Ridgeway, che nel suo prestigioso palmares annovera tanti successi ed una sola sconfitta, bruciante: la mancata cattura di Mabel.

Attraverso la  ferrovia sotterranea Cora raggiunge la Carolina del Sud dove acquista una nuova identità e inizia a lavorare come domestica. E’ convinta di trovarsi nello stato del Sud più illuminato verso il progresso della gente di colore. Ma si sbaglia. Cora non è ancora una donna libera, anzi non lo è per nulla, scopre infatti di essere stata comprata ad un’asta giudiziaria dal governo del paese, che i neri li raggruppa, li addomestica, e li sterilizza secondo una precisa ed inquietante pianificazione demografica.

Nella Carolina del Nord, Cora rimane nascosta per diversi mesi nella soffitta di Martin ed Ethel, due abolizionisti che pagheranno con la vita quella generosa ospitalità. Come Anna Frank e il Pianista del film di Roman Polanski, la fuggiasca scruta il mondo degli uomini liberi, lì a pochi metri dalla casa, attraverso la finestrella del suo nascondiglio. La libertà scorre felice davanti ai suoi occhi, ma Cora non può toccarla, assaporarla, farne parte. Non ancora. Ridgeway, il cacciatore di schiavi, non demorde, è sempre sulle sue tracce, deve rifarsi dopo la beffa di Mabel. Cora è di nuovo in pericolo, la sua fuga è inarrestabile. Dietro di lei ci siamo anche noi lettori, col fiatone, l’apprensione, la paura di essere presi e riportati nella piantagione dei fratelli Randall. Il racconto scorre veloce e ferroso come i treni della ferrovia sotterranea, magica, fiabesca. Cora è una ragazza forte, i lividi inferti sul suo corpo e sulla sua anima l’hanno indurita, resa quasi invincibile. Altri stati e nuovi incontri l’attendono: Royal, l’uomo che la salverà dalla cattura e che la farà innamorare; Valentine, l’etiope mezzo bianco che nella sua fattoria offre lavoro e istruzione ai neri come lei alla disperata ricerca della libertà. Perché fai tutto questo? Gli chiede Cora. Possibile che non capisci? I bianchi non lo faranno mai. Dobbiamo farlo noi, da soli.

Whitehead ha saputo costruire una storia appassionante, commovente, un po’ western un po’ pulp, ricca di colpi di scena e di suggestioni. Il suo libro è una testimonianza lucida, anche se in parte fantasiosa, di una vicenda, la brutalità del razzismo, sempre attuale e ancora irrisolta in molte parti del mondo. Un romanzo, ambizioso, potente, istruttivo, che non si dimentica.

Angelo Cennamo

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IL DONO DI HUMBOLDT – Saul Bellow

Il dono di Humboldt - Saul Bellow

I poeti sono amati ma solo perché non sanno stare al mondo. È questa l’amara riflessione di Charlie Citrine, protagonista e voce narrante de Il dono di Humboldt, il romanzo che ha portato Saul Bellow a vincere il Nobel nel 1976 consacrandolo tra i giganti della letteratura del Novecento.

Siamo negli anni Trenta, Von Humboldt Fleisher è un poeta d’avanguardia, il primo della sua generazione, bello grosso, spiritoso e colto, si distingue come critico, saggista, narratore, docente senza cattedra a Princeton, personaggio da salotto letterario, il principe dei conversatori “la sua conversazione era sostanziosa, nutriente”, le sue parole solcano l’universo come la luce, il suo volto è sulle copertine dei giornali più importanti, dal Times al Newsweek.

Negli stessi anni, Charlie è un giovane studente all’Università del Wisconsin, innamorato della letteratura, invidioso del talento e della fama del grande poeta newyorkese. Vuole conoscerlo, gli scrive una lettera. Humboldt gli risponde e lo invita a casa sua. Tra i due nasce una grande amicizia, un patto di reciproca fratellanza che piu avanti verrà suggellato dallo scambio di due assegni in bianco

“li incasseremo solo in caso di necessità”.

“Di lì a un anno ebbi un grosso successo a Broadway e lui andò in banca a incassare il mio assegno. Io l’avevo tradito, diceva: Io, suo fratello di sangue, avevo rotto il nostro patto d’alleanza, tramavo contro di lui, gli avevo messo gli sbirri alle calcagna, l’avevo imbrogliato. Ed era colpa mia se gli avevano messo la camicia di forza e l’avevano rinchiuso a Bellevue. Perciò andavo punito. Andavo multato. E la multa che mi impose fu di seimila settecento sessantatré dollari e cinquantotto centesimi”.

Sei un arrivista, Charlie, ti sei lasciato fregare dal fascino di Broadway, dal successo di cassetta, gli rinfaccia Humboldt. Come può uno scrittore fare così tanti soldi? Ebbene sì,  il denaro li aveva divisi.

Il successo di Humboldt dura poco più di un decennio, alla fine degli anni Quaranta la sua stella già non brilla più “l’ America affarista e tecnologica ama solo i suoi poeti morti. Li ama sì, ma solo purché non sanno stare al mondo. Prova stima ma anche compassione per questi esseri così puri, buoni, onesti, teneri, destinati a soccombere come poveri mentecatti”.

La verità è che la poesia è stata sconfitta dal potere della tecnica “Può una poesia caricarti su a Chicago e sbarcarti a New York dopo due ore? O può eseguire calcoli per un volo spaziale? Non ha tali poteri. E l’interesse è dove è il potere”.

Tormentato dal proprio declino e dalla miseria incombente, il vecchio genio affoga i dispiaceri nell’alcol e negli antidepressivi. In preda alla pazzia e alla gelosia morbosa per la moglie Kathleen, Humboldt viene prima arrestato poi ricoverato in manicomio.

Nel frattempo, Charlie diventa un commediografo di successo. È ricco sfondato, frequenta il jet set: intellettuali come lui, industriali, uomini d’affari, grandi editori, se ne va in giro in elicottero con Bob Kennedy! Ma l’ex pupillo di Mr Fleisher non sembra essersi montato la testa: al clamore e alla centralità di una megalopoli come New York continua a preferire la sua Chicago, la città dei vecchi amici e di mafiosi alla Ronald Cantabile – personaggio esilarante, goffo e feroce al tempo stesso, che entra nel romanzo barando in una partita a poker giocata con lo scrittore e altri due compari – Charlie non paga il conto? Ronald reagisce prendendo a bastonate la sua Mercedes nuova e minacciandolo di morte al telefono. Sembra impossibile, eppure da questo momento tra i due nasce uno strano e comicissimo rapporto di collaborazione che va avanti fino alle ultime pagine. Ronald propone all’ingenuo e sprovveduto Charlie affari loschi, si offre addirittura per far fuori Denise, la sua ex moglie che nella causa di divorzio gli sta portando via tutto. Charlie però non demorde e spara le sue ultime cartucce di celebrità e di uomo facoltoso con Renata, una giovane bagascia che per bellezza e sensualità ci ricorda la Ramona di Herzog “quella troia dalle enormi tette” che ora sembra essersi data una calmata pur di accasarsi col noto commediografo.

Nel corso del romanzo la vita di Charlie e quella di Humboldt non smettono di intersecarsi, anche quando i due sono fisicamente distanti. Una mattina, passeggiando per New York, Charlie rivede il grande poeta ridotto a vivere come un clochard, mentre tra due auto parcheggiate sta divorando una ciambella. Vorrebbe avvicinarsi, salutarlo, ma non ne ha il coraggio e perde così l’ultima opportunità per riconciliarsi con il suo amico-nemico. È la scena più emozionante del romanzo.

La morte di Humboldt mi commuoveva più dell’idea della mia”.

Nella mente di Charlie ora si affollano ricordi e rimpianti, riecheggiano le parole sacre che lo avevano nutrito in tutti questi anni: Poesia, Bellezza, Amore, Terra Desolata, Alienazione, Politica, Storia, Inconscio e le bizze di una psiche ballerina “Se l’Energia è gioia e se l’Esuberanza è Bellezza, il Maniaco-Depressivo la sa più lunga di chiunque altro, in fatto di Bellezza e di Gioia” gli diceva sempre Humboldt.

Perché quella mattina non gli ha parlato?

“Dopotutto, Humboldt aveva fatto quel che la cassa America si aspetta che facciano i poeti. Era corso dietro alla rovina e alla morte con più accanimento che non dietro alle donne. Aveva sciupato il suo talento, la salute, e aveva raggiunto il traguardo della tomba rotolando per una china polverosa. Si era scavato da sé la fossa”.

 

Charlie è un uomo infelice, ansioso, divorato dai sensi di colpa. Un depresso. Un melanconico. Non sopporta il successo. Deve districarsi tra una ex moglie, i suoi avvocati, il fisco, e Cantabile che non lo molla mai. Ha paura della povertà, Charlie, e il pensiero della morte non smette di tormentarlo. Pensa e ripensa a Humboldt, ai suoi insegnamenti, alla sua lucida follia. Ricordati che siamo esseri soprannaturali, gli diceva. Quella frase ritorna sempre. Cosa vorrà dire? Con il vecchio genio il conto resta ancora aperto. Sui titoli di coda, una lunga lettera e un misterioso testamento, la curva di un tempo che sembra non finire mai.

Leggendo Il dono di Humboldt – premio Pulitzer 1975 – libro ispirato alla figura di Delmore Schwartz, poeta depresso realmente esistito che aveva aiutato Bellow ai suoi esordi; secondo altri invece la rielaborazione di una storia raccontata a Bellow dal critico de L’Espresso Paolo Milano, suo amico – si ride, si piange, si medita. Il flusso di coscienza è il tratto essenziale di Bellow; i suoi romanzi sono lunghe riflessioni filosofiche sulla vita e la morte, sull’America, sull’inquietudine. Come Herzog e Mr. Sammler, Charlie Citrine vive immerso in mille pensieri: “Renata, Denise, le figlie, avvocati, tribunali, Wall Street, il sonno, la morte, la metafisica, il karma, la presenza dell’universo in noi, il nostro essere presenti nell’universo stesso”, il ricordo di Humboldt “prezioso amico immerso nella notte senza tempo della morte, compagno di un’esistenza anteriore (quasi), beneamato e perduto”.

Il dono di Humboldt è un’opera impressionante per ironia, intensità, senso estetico – un romanzo comico sulla morte, lo definì Bellow – l’atto culminante di una carriera superba e irripetibile.

Angelo Cennamo

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LINCOLN NEL BARDO – George Saunders

Lincoln nel Bardo di George Saunders

“Un uomo estremamente alto e trasandato avanzava fra le tenebre. Una grave infrazione. Non era orario di visite. Il cancello d’ingresso era chiuso. Piangeva sottovoce, e la crescente frustrazione per il fatto di essersi smarrito lo rendeva ancor più triste”.

 

“Lanciatosi fuori dalla porta, il ragazzino gli corse subito incontro, la gioia dipinta in volto. Che mutò in costernazione quando l’uomo non lo sollevò in braccio come, immagino, usava fra loro. Il ragazzino gli passò attraverso, mentre l’uomo proseguiva verso la casa di pietra bianca, piangendo”. 

L’uomo che avanza fra le tenebre è Abramo Lincoln. È la notte del 25 febbraio del 1862, la Guerra Civile è iniziata da un anno, e il presidente degli Stati Uniti si reca nella cripta del cimitero di Georgetown, a Washington, per aprire la bara e abbracciare Willie, il figlio prediletto, morto di tifo poche ore prima, durante una festa da ballo, all’età di undici anni. Questo è il dato storico su cui George Saunders – scrittore texano che il New Yorker colloca nella lista dei venti scrittori per il XXI secolo – imbastisce la trama di Lincoln nel Bardo, il suo primo romanzo, uscito nel 2017 e subito diventato un caso editoriale.

Nella tradizione buddhista, il Bardo è quello stato intermedio in cui la coscienza o consapevolezza della propria morte è sospesa tra la vita passata e quella futura.  È un non luogo, un altrove indefinito, una specie di limbo abitato da anime convinte di essere malate e di fare ritorno, prima o poi, una volta guarite, nel mondo dei vivi. Le casse da morto le chiamano “casse del malato”, e le tombe “case del malato”.

Tutto si svolge in una sola notte. Il presidente prende il corpo del piccolo Willie dalla bara, la “forma malata”, e lo stringe a sé. Piange. Willie lo guarda, gli gira intorno, entra nel suo corpo, nella sua mente, la pervade. Attraverso questa immedesimazione, fisica e spirituale, possiamo leggere nei pensieri del padre addolorato tutto lo strazio e l’avvilimento per quella morte inaspettata e crudele. Dietro di lui, lo stupore delle altre anime, che assistono alla scena per poi intromettersi, penetrare nello stesso corpo e amalgamarsi tutte insieme. Cento corpi diventano uno solo, una sola mente, un solo dolore. Willie non riesce a separarsi da suo padre e suo padre non riesce a sperarsi da lui. Il piccolo viene accompagnato da tre spiriti guida, le tre voci narranti: un reverendo; un omosessuale suicida, e un quarantaseienne colto dalla morte poco prima di consumare il matrimonio con la sua seconda moglie adolescente, e che ora vaga per il Bardo con il suo “formidabile membro” eretto. Nella storia tragica e surreale di Saunders non mancano momenti di leggerezza e di comicità – è la cifra dei grandi scrittori quella di far ridere anche nei momenti inopportuni o quando non te lo aspetti. Nel contatto con il padre Willie capisce finalmente di essere stato strappato alla vita “Non siamo malati, siamo morti”. Ora tutti sanno. Devono sapere.         

“Suo figlio se n’era andato; suo figlio non era più…suo figlio non era in nessun luogo; suo figlio era in ogni luogo”.

 

Lincoln nel Bardo è un’opera letteraria indefinibile. Considerarla un romanzo nella sua accezione classica sarebbe una forzatura: paragrafi di prosa si alternano a citazioni brevi, alcune vere altre riprodotte nella finzione. Frammenti che acquistano senso e significato solo se letti nella loro interezza e collegati alle altre parti della narrazione, quelle, per intenderci, più lineari e comprensibili. Saunders con maestria rimodula il linguaggio postmoderno in una scrittura volutamente ottocentesca. Il risultato è strabiliante. Leggendo il libro ho pensato alla lettera che Pasolini scrisse a Moravia per illustrare il progetto ambizioso al quale stava lavorando nei primi anni Settanta: Petrolio. Non sarà un vero e proprio romanzo, scrive Pasolini, ma una nuova forma letteraria. Ecco cos’è Lincoln nel Bardo: una nuova forma letteraria, con una struttura elastica che si scompone e si ricompone paragrafo dopo paragrafo. Un libro intenso e poetico, di non facile lettura, tra la Divina commedia di Dante e a A Livella di Totò.

Angelo Cennamo         

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IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI – Giorgio Bassani

 

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De Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani conservavo un vago ricordo liceale mescolato confusamente alle immagini del film – premio Oscar – diretto da Vittorio De Sica, e uscito otto anni dopo la pubblicazione del libro. Rileggendo il romanzo in età adulta, con calma, con più attenzione, lontano ahimè dalle atmosfere cupe e concitate delle interrogazioni di fine anno e dal frastuono delirante dei Duran Duran, ho ritrovato evidentemente un’opera molto diversa dalla sua, forse, innaturale collocazione scolastica – la scuola allontana i giovani dal piacere della lettura – e ne ho potuto finalmente apprezzare la bellezza delle ambientazioni oltre che della trama, la scrittura fluida, pulita, le dolorose implicazioni storiche che fanno da sfondo alle vicende narrate, la poesia che le avvolge, le malinconie taciute dei protagonisti.

Corso Ercole I d’Este questa strada di Ferrara è così nota agli innamorati dell’arte e della poesia del mondo intero che ogni descrizione che se ne facesse non potrebbe non risultare superflua

La storia raccontata da Bassani comincia e finisce qui, alla fine degli anni Venti del secolo scorso. Addentrandoci oltre il muro di cinta, bordato di cipressi, tigli e platani secolari, si schiude il piccolo mondo antico di un’aristocratica famiglia ebrea: i Finzi-Contini. Il professor Ermanno, sua moglie Olga, i figli Alberto e Micòl, la servitù. Quasi dieci ettari di bosco, e più in fondo, al termine di un viale ghiaioso, un edificio, nel ricordo della voce narrante – senza volto e senza nome – ancora superbo ed elegante: la mole neogotica della magna domus. Nel ’28 Micòl era una tredicenne bionda con grandi occhi chiari, già bella e dispettosa come dieci anni dopo, quando, promulgate le leggi razziali, il protagonista del racconto, su invito di Alberto, accede per la prima volta in quel luogo fuori dal mondo, nascosto tra la fitta vegetazione, che da ragazzino poteva solo immaginare percorrendo la strada esterna.

Il giardino dei Finzi-Contini, con il suo campo da tennis dietro l’edificio, è diventato il ritrovo di una gioventù universitaria, borghese ed ebrea, da un giorno all’altro esclusa dai circoli sportivi piu esclusivi della città, il dignitoso surrogato di una socialità negata. Qui il protagonista trascorrerà i pomeriggi autunnali del ’38, giocando a tennis con gli altri amici e passeggiando con l’adorata Micòl. A piedi o in bicicletta, a parlare del più e del meno, degli studi universitari da completare o di botanica. Quando la pioggia improvvisa costringe i due a riparare in un capanno e ad accomodarsi tra i divanetti di una vecchia carrozza di famiglia, per un attimo mi è sembrato di rivedere una celebre scena di Titanic, quella in cui Jack e Rose si abbandonano repentinamente alla passione tra i sedili di un auto parcheggiata nella stiva. La scena prosegue con i loro corpi sudati, avvinghiati l’uno all’altro, che sfumano dietro i vetri appannati dal desiderio. Ma il protagonista del romanzo non ha la stessa intraprendenza del giovane Di Caprio né Micòl la sfacciataggine di Kate Winslet. E allora di quel goffo contatto solitario nel chiuso della carrozza non resterà che il rimpianto di lui, troppo timido, troppo timoroso, per dichiarare l’amore. Il primo bacio, quello sì, prima o poi arriverà, ma sarà troppo tardi per dare inizio a ciò che non sarebbe mai cominciato. “Tutto perduto, niente perduto” avrebbe detto Stendhal.

Bassani ci racconta un sentimento equivocato, un amore non corrisposto, impossibile, l’avvilente e spudorata insistenza di un giovane innamorato oltre il rifiuto della propria amata. Posso tornare ogni tanto? Chiede l’illuso pretendente a una Micòl stufa ai limiti della maleducazione. Sei senza dignità, gli risponde lei, prima che la storia curvi sul dramma della deportazione e la farsa si trasformi in tragedia.

Il giardino dei Finzi-Contini è stato pubblicato nel 1962. Tre anni prima, Il gattopardo si era aggiudicato il premio Strega davanti a Una vita violenta di Pasolini. Negli stessi mesi, Raffaele La Capria scriveva Ferito a morte, Natalia Ginzburg Lessico Famigliare, Dino Buzzati i suoi Sessanta racconti, Carlo Emilio Gadda La cognizione del dolore e Primo Levi La tregua. Capolavori senza tempo, i grandi romanzi italiani, i romanzi di una nazione che in quegli anni aveva ancora molto da raccontare.

Angelo Cennamo

 

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PATRIA – Fernando Aramburu

 

Patria

 

 

Siamo tra gli anni Settanta e Ottanta nell’entroterra di San Sebastián, nei Paesi Baschi, terra di confine tra due Spagne che non si riconoscono e che parlano lingue diverse: il castigliano e l’euskera. Qui vivono le famiglie di Joxian e Txato, vicini di casa e amici inseparabili, con i loro figli e le rispettive mogli, Miren e Bittori. Gente semplice, legata alle tradizioni contadine, che si diverte con poco: il ciclismo, le partite a carte in osteria, quattro passi in piazza dopo la messa. Poi tutto cambia. Quel clima di serena e pacifica convivenza, quella socialità così schietta, allegra, bucolica, pregna di solidarietà cristiana, vengono spazzati via dalla ferocia del terrorismo indipendentista, l’ETA. Un fatto tragico ed imprevedibile finisce per allontanare le due famiglie e tracciare un solco nelle loro vite, una ferita che non si può rimarginare. Txato viene preso di mira dai terroristi perché si rifiuta di pagare il pizzo: non vuole contribuire al finanziamento della lotta armata. In paese lo additano come un traditore, molti lo evitano, Joxian compreso, il suo amico più caro, che, quando lo incontra per strada, finge addirittura di non conoscerlo. Lettere minatorie, scritte sui muri, avvertimenti: il destino di Txato sembra ormai segnato. E’ un destino tragico e beffardo perché nel commando che lo ucciderà quel pomeriggio piovoso, proprio sotto casa sua, a due passi dal garage, ci sarà Joxe Mari, uno dei figli di Joxian. Da questo momento, la storia acquista i toni, il vigore del dramma, e prende il largo con i suoi numerosi personaggi che calcano la scena da veri protagonisti. Tutti, nessuno escluso. A cominciare dalle due matriarche, Bittori e Miren, eroine tragiche di un romanzo maestoso e corale come pochi altri. La prima, alla ricerca del difficile perdono da parte di Joxe Mari, nel frattempo catturato dalla Guardia Civil e condannato all’ergastolo; la seconda, ostinata a difendere le ragioni del figlio, rafforzata nel proprio convincimento dalle prediche di don Serapio, il parroco che abbraccia gli ideali del terrorismo e che giudica una provocazione il ritorno in paese di Bittori.

La vicenda del Txato è solo una delle tante trame che vengono raccontate nel romanzo, uno per ogni personaggio verrebbe da dire, racconti intrecciati tra di loro da un vissuto in parte comune, che si collegano al tragico omicidio del padre e amico di famiglia per poi affrancarsi dal tema principale e proseguire in altre direzioni. La storia di Gorka, ad esempio, scrittore in erba e fratello minore del terrorista Joxe Mari, che rifiuta di arruolarsi nell’ETA pur difendendo con la poesia e la narrativa le peculiarità culturali della regione basca – leggendo di Gorka ho pensato all’autore del libro, che di recente ha raccontato di essere fuggito dalla tentazione della lotta armata proprio grazie ai libri e allo studio. Il romanzo nel romanzo di Aranxta, altra figlia di Joxian che, a seguito di un ictus, finisce su una sedia a rotelle e comunica solo attraverso un’iPad. Quello della sua amica Nerea, figlia del Txato, ragazza fragile e scapestrata che reagisce alla notizia dell’assassinio del padre facendo sesso con un compagno di università. Suo fratello è invece un uomo fin troppo prudente e assennato. Cinquant’anni, medico, introverso, di bella presenza, molto legato alla madre, sempre preoccupato per le sorti della propria famiglia, Xabier ci ricorda un po’ il Gary Lambert de Le Correzioni. Tutto il romanzo di Aramburu, per il disamore, le ripetute deviazioni dal giusto dei figli di Jaxo e Txato, e per le complicate relazioni familiari affrontate, scorre sulla falsariga del capolavoro di Jonathan Franzen.

Joxe Mari, intanto, in carcere, medita sui fallimenti della lotta armata, sull’odio inconcludente che ha lacerato la comunità dove ha vissuto, e sugli anni migliori della propria vita che non gli saranno restituiti. Forse per lui è giunto il momento di rasserenare gli animi e di ricucire quello strappo doloroso con la famiglia di Txato. Pagine indimenticabili di passioni intense, di sentimenti sconfitti, di grande letteratura.

Patria è il grande romanzo spagnolo. Ma quella raccontata da Aramburu non è la Spagna delle corride o delle partite di calcio del Real Madrid, e neppure il paese avanguardista e trasgressivo che ritroviamo nella cinematografia di Almodovar. E’ una nazione lontana dagli stereotipi, dal folklore, dall’immagine gaudente e turistica delle ramblas di Barcellona. Aramburu ci conduce nelle province del profondo Nord, a ridosso della Francia, per farci conoscere un pezzo di storia recente della comunità dove lui è vissuto, una storia  che per certi versi evoca i nostri anni di piombo, l’Italia violentata dal terrorismo delle Brigate Rosse e lacerata dagli scontri di piazza.

Angelo Cennamo

 

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L’INVENZIONE DELLA MADRE – Marco Peano

 

L'invenzione della madre - Marco Peano

 

Uno dei primi ricordi che ho della mia infanzia risale a una mattina d’estate del 1971 o 72. Sono in spiaggia con mio padre, seduto sotto l’ombrellone, e osservo mia madre che nuota fino a prendere il largo. Poco alla volta la sua testa diventa un puntino invisibile. Mi spavento, piango, grido: mamma! Allora mio padre, dietro di me, mi tranquillizza, mi dice di non preoccuparmi, che la mamma sa nuotare, che non le succederà niente, e mi invita a salutarla con la mano. La stessa scena che ho vissuto quella mattina di tanti anni fa su una spiaggia di Paestum, mi pare, la evoca ad un tratto Mattia, il protagonista de L’invenzione della madre, opera prima di Marco Peano. Leggendo quelle pagine ho pensato che la letteratura serva soprattutto a questo: a riconoscersi nelle storie raccontate, a ritrovare brandelli della nostra vita nelle vite degli altri, e a ricordare episodi che si erano perduti nella memoria o che avevamo rimosso per chissà quale ragione.

Mattia ha ventisei anni, ha studiato cinema senza laurearsi, e ora lavora come commesso in una videoteca del suo paese. È fidanzato con una ragazza senza volto e senza voce, dalla quale si separerà amichevolmente (un CID), un padre pensionato e una madre malata di cancro. La madre. Dopo il ricovero in ospedale la donna è alloggiata e vegliata di là, in un fabbricato basso costruito nell’ampio cortile, in origine la vecchia officina del padre. È confinata in quella dépandance perché incapace di affrontare tre rampe di scale. Il romanzo scorre come un diario, il diario doloroso della malattia, implacabile, irreversibile: le diagnosi, le cure, la radioterapia nei sotterranei dell’ospedale un intrico di corridoi che puzzano di palestra delle medie; le medicazioni, le parole in greco che danno origine alla complicata terminologia medica Con disinvoltura  – il figlio – padroneggia vocaboli come istologico e meningioma.

Mattia è un ragazzo educato e sensibile. Le sue giornate sono grigie, noiose, malinconiche: la videoteca spoglia con pochi clienti; il suo capo che se ne sta al bar della stazione a bere aperitivi e a mangiare noccioline mentre lui lavora, o attende di lavorare; la monotonia del paesaggio urbano, sonnolento, abulico; la corriera che lo riporta a casa; la fidanzata che frequenta solo i fine settimana il resto del tempo ognuno lo consuma solo con se stesso. E poi lei, la madre. Mattia la stende con cura sul letto, la lava, la pulisce, la cambia. Poi quando ha finito la bacia, restituendole uno delle migliaia di baci della buonanotte che quand’era bambino lei gli ha dato.

La vita di Mattia non somiglia per niente a quella dei protagonisti dei film che ha studiato all’università o che vede nei ritagli di tempo nella videoteca, anche se in quel triste e pigro scorrere del tempo gli sembra, talvolta, di rivivere le scene di certi capolavori hollywoodiani.

Quanto. Tempo. Resta?

Arrivano inesorabili gli ultimi giorni della malattia Sua madre era un temporale in progressivo allontanamento, e nessuno poteva opporsi. In una delle scene più commoventi del romanzo, Mattia si spoglia nudo e si addormenta sotto le coperte, vicino al suo corpo malato. Vuole mostrarsi per l’ultima volta com’era quando lei lo vedeva da bambino.

Il respiro comincia a farsi lento e affannoso. Sempre più lento. Il gesto drammatico dello specchio che non si appanna contro la bocca di lei tradisce l’ultima speranza in un miracolo che non può compiersi.

Ero felice e non lo sapevo, penserà Mattia spegnendo il cellulare, togliendosi le scarpe. Entrerà a piedi scalzi nella sua cameretta di bambino, e il passato si chiuderà su di lui.

Mattia prova a riavvolgere il nastro dei ricordi. Ritrova sua madre in piccoli oggetti quotidiani, nel numero del cellulare che fa squillare a vuoto. A volte un treno ne nasconde un altro gli torna in mente quel cartello che vide a Parigi in gita con la scuola. Imparare a dire addio a ciò che abbiamo amato di più: è questo il senso della storia raccontata nel libro.

L’invenzione della madre è un romanzo tenero e commovente, a tratti noioso e ripetitivo, ma scritto con garbo e maestria da un esordiente di grande talento. In alcuni passaggi mi ha ricordato Crepuscolo di Kent Haruf, in altri Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout. Peano regge bene il confronto con i suoi colleghi americani, anche se la difficoltà di certi argomenti richiederebbe una più ampia varietà di registri e maggiore ironia. Ma di tempo, per migliorare, Marco Peano ne ha.

Angelo Cennamo

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CRONACA DI LEI – Alessandro Mari

 

 

Cronaca di lei - Alessandro Mari

 

Alessandro Mari, classe 1980, una laurea in lingue e letterature straniere con tesi sul postmodernismo di Thomas Pynchon, Scuola Holden, e un esordio col botto grazie a un librone di ottocento pagine sul risorgimento Troppo umana speranza, vincitore del premio Viareggio-Rèpaci. Nel 2017 esce il suo quinto romanzo intitolato Cronaca di lei, una storia drammatica ambientata nel mondo dello sport e dello show-business.

Milo Montero – soprannominato One Way perchè di fronte agli avversari non indietreggia mai – è un pugile sull’orlo del declino. Dopo una bruciante sconfitta, il divorzio dalla moglie inglese, e due operazioni all’occhio sinistro, all’età di trent’anni Milo vuole rientrare tra i professionisti per difendere il titolo europeo contro il gigante tedesco Mayer. È una sfida sulla carta proibitiva, ma intorno al campione italiano si mette in moto una macchina organizzativa super collaudata: il primo maestro, Pietro Sciuto, vecchia scuola, che lo allena sulle note e al ritmo di Beethoven; il preparatore atletico Viktor l’amico a cui da anni consegna l’intimità del corpo e il logoramento da risanare; Denis, l’autista tatuato che scorrazza l’intero clan, cane compreso, col fuoristrada dai vetri scuri, e soprattutto lei, la sorella Irene quella che gli permette di essere chi è. Irene è una manager cinica, spietata,  forgiata dalla povertà e l’impossibilità, dalle possibilità conquistate e dalla lotta. Dai soldi. È lei, Irene, a gestire l’impero economico di Milo: incontri, sponsor, che mette sul mercato prodotti con il suo suo marchio, e che ha l’idea di ingaggiare uno scrittore, Leo Ruffo, per raccontare in un libro le prodigiose avventure di One Way.

Ora però nella vita misurata e organizzatissima del pugile è comparsa un’altra donna, la donna che gli fa battere il cuore, una puttana, una specie di modella, la definisce Irene, una figura enigmatica, venuta dal nulla, senza passato e senza nome, che Mari chiama semplicemente la ragazza. Lei e Milo parlano la stessa lingua, fatta soprattutto di piccoli gesti, di sesso, di ginnastica, più che di parole.  Fin da subito, il rapporto difficile e litigioso tra la ragazza e Irene diventa uno dei temi dominanti dell’intero romanzo. Le due donne si guardano con diffidenza, e interagiscono unicamente per una causa comune: il successo di Milo, ovvero il denaro di tutti. Simul stabunt simul cadent:  è questo il principio, il perno sul quale si regge il sistema affaristico sapientemente costruito da Irene intorno al fratello. Un fragile equilibrio che comincia però a scricchiolare definitivamente per via di una terza donna: Sara, la coinquilina lesbica della fidanzata di Milo, inciampata suo malgrado in un brutto episodio che finirà per stravolgere il corso della storia. È qui, infatti, che la narrazione devia dalla vicenda sportiva del pugile per arricchirsi di nuove trame, oscure ed imprevedibili. La ragazza, poco alla volta, smette di essere una figura di contorno, la misteriosa comparsa dei primi capitoli, e inizia ad acquistare spessore, fino a diventare la vera protagonista del romanzo. La vicenda di Sara diventa allora il paradigma che ridefinisce i confini del bene e del male, la soglia oltre la quale ogni compromesso si fa complicità. Ora la ragazza deve decidere da che parte stare, e se per vendicare l’amica valga la pena oppure no tagliare quel filo doppio, il filo della reticenza, che lega tutti i membri del clan, lei compresa. Siamo alle ultime cinquanta pagine della storia che nelle sue battute conclusive non risparmia colpi di scena e una clamorosa sterzata sul traguardo firmata da Leo Ruffo, il biografo dei Montero.

Cronaca di lei è un romanzo avvincente, con ambientazioni neutre: camere di hotel, palestre, ville, palazzoni metropolitani, aeroporti – siamo in una indefinita provincia italiana, talvolta a Milano, ma potrebbe trattarsi anche di Detroit o Londra – un libro ben strutturato, moderno oltre ogni limite, dalla scrittura pulita, scorrevole, gelida, e colta quanto basta. Mari è padrone del suo tempo, della lingua di questo tempo, non guarda alla tradizione né strizza l’occhio all’America, per quanto il suo stile ricordi a tratti quello di DeLillo. Mari scrive come scrive perché è giovane per davvero, ed è bello pensare che la globalizzazione si insinui anche nella prosa annullando distanze e falsi miti.

Angelo Cennamo

 

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XY – Sandro Veronesi

 

 

XY Veronesi

 

“Borgo San Giuda non era nemmeno più un paese, era un villaggio. Settantaquattro case, di cui più della metà abbandonate, un bar, uno spaccio di alimentari e la chiesa con la sua canonica – spropositate, in confronto al resto. Fine”.

Provo sempre un certo imbarazzo a parlar male di un libro, sopratutto quando a scriverlo è uno dei miei autori preferiti. Anche perché sono convinto che in un qualunque romanzo, anche il peggiore – non è questo il caso, sia chiaro – ci sia, oltre ogni limite o imperfezione, qualcosa di buono, qualcosa da salvare: un personaggio, un ricordo, una riflessione, un dialogo. Di Sandro Veronesi ho amato la parabola tragicomica di Pietro Paladini, protagonista di Caos calmo – premio Strega nel 2006 – e del suo sequel Terre rare. Così come mi ha intrigato il fascino biondo e incestuoso di Belinda, la giovane sorellastra di Méte, nel moraviano Gli sfiorati, romanzo scritto da Veronesi agli albori della sua carriera. XY ho iniziato a leggerlo sulla scia di IT, il capolavoro di Stephen King che racconta la storia di una dannazione mostruosa, dalle sembianze indefinite, multiforme, che colpisce la cittadina immaginaria di Derry nello sperduto Stato americano del Maine. L’ambientazione del romanzo di Veronesi, per certi versi anche la sua trama, ricorda un pò l’orrida vicenda vissuta dal clan dei perdenti nel voluminoso tomo di King. Al centro del racconto c’è la comunità di uno sparuto borgo di montagna, nel Trentino, il Maine italiano per l’appunto. Poche famiglie, raccolte in un fazzoletto di terra lontano da tutto e da tutti, perfino dai segnali radio-televisivi e da internet.

Una mattina d’inverno, su quel luogo così innevato, tempestoso, e già spettrale di suo, all’imbocco di un bosco, si abbatte una sciagura che non si può spiegare né raccontare: dieci persone trovano la morte per altrettante cause diverse. “La strage di San Giuda” – così la chiamano i media per semplificare la notizia, immaginando che Giuda sia il discepolo di Gesù, l’Iscariota, e non Taddeo – non solo non ha colpevoli ma soprattutto non ha delle cause plausibili, credibili, al punto che il Procuratore di Trento sceglie di offrire all’opinione pubblica e alla stampa una sua versione dei fatti, clamorosamente falsa e mostruosamente artefatta. Il caso verrà archiviato come un attentato di matrice islamica e coperto dal segreto di Stato. Punto.

I protagonisti del romanzo, nonché le due voci narranti, sono Giovanna Gassion, una psichiatra a sua volta in cura da uno psicanalista, alla quale, nella stessa mattina della strage, si riapre misteriosamente una ferita procuratasi quindici anni prima, e don Ermete, un parroco dai trascorsi beat ed ex missionario.

Giovanna è una donna fragile, insicura, in fuga da una relazione sentimentale finita con un magistrato assillante e parte in causa nelle indagini sulla strage. Don Ermete è invece una figura enigmatica, apparentemente saggio e molto preoccupato per le sorti dei suoi fedeli.

Nella prima parte del romanzo Veronesi è molto abile a caricare di suspense la sua storia e a mantenere alta la tensione. Lo scenario alpino, l’isolamento, le morti inspiegabili, il tormento del Procuratore costretto a depistare le indagini per occultare una verità incomprensibile ed incontenibile nel dettato della legge, sono tutti elementi che suggestionano e che giovano a un impianto narrativo pressoché perfetto. Ma è nella seconda parte che la trama, mai la scrittura, comincia ad evidenziare le prime crepe, incertezze che nel finale conducono il lettore in una specie di vicolo cieco, lasciandolo frastornato, immerso in una serie di interrogativi senza risposta. Giovanna, forse, più per allontanarsi dal suo ex fidanzato che per delle reali motivazioni professionali, decide di raggiungere don Ermete a San Giuda per assistere, dare un supporto psichiatrico, a quel “gruppo di vecchi che erano già pazzi ognuno per conto proprio prima impazzire tutti insieme”. Gli abitanti del borgo, infatti, quelli che hanno deciso di non andare via, sembrano in preda ad una improvvisa forma di impazzimento, si sentono traditi da San Giuda e anche dal loro parroco. La missione di Giovanna, quella di sottoporre il borgo ad una sorta di psicanalisi collettiva, fin da subito si rivela un fallimento. Giovanna non ha gli strumenti né professionali né umani per affrontare quel compito così inusuale e senza precedenti. Come può Giovanna guarire gli abitanti di San Giuda se neppure lei stessa, stressata al telefono dalla madre e ossessionata dal pericolo di ritornare col suo ex compagno, riesce ad orientarsi in quella vicenda cosi assurda? Anche don Ermete, dal canto suo, ha molti dubbi. La strage nel bosco va attribuita a Satana, pensa fin da subito il sacerdote. Non ci possono essere altre spiegazioni, “l’edera non può superare il muro“. Poi però un tarlo inizia ad insinuarsi nella mente, a logorare poco alla volta le sue convinzioni, e a sbiadire dentro di lui il confine tra scienza e fede: e se i morti di San Giuda fossero le vittime di un castigo divino?

Nella terza parte del racconto, quella conclusiva, Giovanna e don Ermete provano a tracciare un quadro verosimile e definitivo di quella tragica esperienza, esponendo ciascuno il proprio punto di vista. Ma il dialogo tra i due, anziché far emergere una clamorosa verità, il colpo di scena che il lettore attende col fiato sospeso da almeno trecento pagine, si risolve in una sequela di banalità sull’irrazionale mistero della vita lasciando appesa una storia che aveva alimentato ben altre aspettative.

Difficile giudicare un romanzo che sembra un noir ma che non è neppure un horror. Difficile soprattutto giudicare l’autore del libro, che in questo strano tentativo di depistare i propri lettori ha finito per smarrire se stesso. Dov’è finito Veronesi? Mah!

Angelo Cennamo

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