A OVEST DI ROMA (IL MIO CANE STUPIDO) – John Fante

Nel 1971 John Fante è un discreto sceneggiatore hollywoodiano con un passato da scrittore di insuccesso. Oddio, nel 1957 con Full of Life (“L’ho scritto per soldi, non è un buon romanzo”, scriverà in una lettera), una certa visibilità se l’era pure guadagnata. Manca ancora qualche anno a La Confraternita dell’Uva, il capolavoro della maturità che sfiorerà il cinema con Francis Ford Coppola, Fante butta giù un centinaio di cartelle sperando che il suo editore possa farle diventare un romanzo. Non c’è verso: Il Mio Cane Stupido uscirà solo quindici anni dopo, quando lo scrittore di Denver è già passato a miglior vita. Del resto, la sua è una lunga storia di ripubblicazioni pretese dal discepolo Bukowski e di successi postumi, basti pensare a Chiedi alla Polvere o a La Strada per Los Angeles. 

Come La Confraternita, anche Il Mio Cane Stupido doveva diventare un film (con Peter Sellers e Frank Sinatra), poi però non se ne fece niente. Il protagonista del romanzo è Henry Molise, l’alter ego della seconda parte della carriera di Fante. Henry è uno scrittore di mezza età, disoccupato, costretto a mantenere la famiglia scrivendo per il cinema. Sogna di cambiare vita, di andarsene a Roma tra i suoi veri compaesani. Ha una moglie, Harriet, stufa di lui e quattro figli che non gli somigliano per niente. Quattro spine nel fianco. La comparsa in giardino di un cane randagio (Stupido), sornione ma perennemente eccitato, lo aiuterà ad uscire da quello stato di avvilimento nel quale è piombato da molti mesi. Stupido non sarà particolarmente educato, obbediente, ma ha una dote che a Henry manca: il coraggio, la sfrontatezza. Quando Stupido si scontra con gli altri cani del vicinato e li sodomizza, Henry gioisce. Ne è fiero. Stupido ha tolto a Henry la pace, la poca che gli è rimasta, ma quella strana bestia, grossa, pelosa, goffa, scomposta e arrapata, è la sua rivincita, il riscatto contro l’insuccesso dei libri rifiutati o poco venduti, le auto che non si è potuto permettere, le donne che lo hanno respinto. Un romanzo breve, divertentissimo e amaro come tutte le storie di Fante. Una meraviglia. 

Angelo Cennamo

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THE CONSULTANT – Bentley Little

Di Bentley Little, scrittore sessantenne dell’Arizona, si sa poco; Little ha un’indole solitaria, non ama i circuiti letterari né i social, e l’isolamento che si è autoinflitto da quando ha iniziato a scrivere contribuisce ad alimentare intorno alla sua figura una specie di aura leggendaria (Salinger e Pynchon docent). The Consultant, pubblicato negli Usa nel 2022 e arrivato in Italia quest’anno con l’editore Vallecchi e la traduzione di Ariase Barretta, è il suo ultimo romanzo. Tutta la vicenda è ambientata all’interno di una società californiana di software. La CompWare – questo il nome della società – naviga in cattive acque, e la mancata fusione con un’altra azienda, fallita per un soffio, ha finito per acuirne la crisi in modo irreversibile. Austin Matthews, l’amminisrratore delegato, gioca la sua ultima carta ingaggiando uno staff di consulenti affinché gli analizzino le ragioni della crisi e gli diano dei suggerimenti per rimediare al dissesto e invertire la rotta. Si chiama BFG, nessuno sa cosa significhi l’acronimo, ma le credenziali di questa società di consulenza sono le migliori possibili. Regus Patoff è il volto della BFG. La mente. La voce. Insomma la BFG è Regus Patoff e nessun altro. Patoff è uno dei due protagonisti del romanzo, un horror aziendale che nelle sue trecentottantasette pagine, fittissime, racchiude l’eterna lotta tra il bene e il male. Il bene è Craig Horne, dirigente della CompWare. Craig è sposato con Angie e ha un figlio di nome Dylan, un bambino sensibile alla lettura e così innamorato del padre che non vorrebbe mai separarsene. La storia della CompWare viene raccontata parallelamente a quella della famiglia di Craig, normalissima, piuttosto unita. Le due trame sono indissolubilmente legate fra loro non solo per le ripercussioni nel privato della crisi societaria ma perché la BFG a un certo punto della storia arriverà ad occuparsi anche del Pronto Soccorso dove lavora Angie. Regus Patoff ci viene descritto come un uomo alto, magro, dallo sguardo gelido. La sua natura è compressa da Little in una dimensione umana che sembra avere diverse eccezioni. La CompWare cambia forma e struttura come La Casa di Foglie di Mark Danielewski. Patoff manda centinaia di mail in poche ore, compare misteriosamente nel salotto di Craig e di Matthews senza preavviso. Apprende con cinica soddisfazione delle numerose morti sospette all’interno dell’azienda, al punto da far ritenere che dietro quelle sparizioni ci sia proprio lui. Patoff è un mostro: sottopone i dipendenti della CompWare a continui colloqui videoregistrati e preceduti da preghiere. Spia il personale anche nell’intimità e lo costringe a seguire standard estetici e alimentari. Insomma, da controllore la BFG si trasforma in una specie di cancro che divora tutto (anche la dignità), dal quale la controllata non riesce più a liberarsi. Quanto durerà quel regime orwelliano? Sono lecite le restrizioni e le umiliazioni che Patoff impone agli impiegati della CompWare? Se lo chiedono tutti. Eppure qualunque soglia di tollerabilità venga superata né Matthews né Craig riescono a porre fine a quella assurda sudditanza. 

The Consultant è una straordinaria parabola sulla violazione della privacy e sulla manipolazione. Little, non a caso laureato in comunicazione, ci mette in guardia dal potere della politica, della pubblicità, e dei social. Nel romanzo non mancano spunti di macabro umorismo. Tutto corre sul filo del paradosso, della rassegnazione e del mistero, alla maniera di certe trame di Stephen King, scrittore dal quale Little sembra aver preso molto. Che ne sarà di Craig Horne e di Regus Patoff? Buona lettura. 

Angelo Cennamo

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LA SCOPA DEL SISTEMA (2) – David Foster Wallace

1987, uno studente universitario di Ithaca (NY), cresciuto nel Midwest, riscrive la propria tesi di laurea in filosofia e ne fa un romanzo bislacco folle ma per tante ragioni destinato a lasciare un segno nella letteratura americana, in quegli anni alle prese col minimalismo di personaggi come Carver, Ellis, Leavitt, McInerney. Si chiama David Foster Wallace, di lì a poco diventerà uno degli scrittori più innovativi della sua generazione, e a seguito della morte, avvenuta per suicidio a soli quarantasei anni, una vera e propria figura di culto. Definire lo stile di Foster Wallace è complicato anche per un linguista arguto come Stefano Bartezzaghi che del suo romanzo di esordio ha curato la prefazione italiana per conto di Einaudi. Postmoderno, si è detto. Ma c’è dell’altro. La scrittura è vertiginosa, ellittica, in alcuni passaggi ostica, incomprensibile, in altri più snella perché Wallace sa tradurre, scomporre pensieri complessi e rivestirli di nuove forme pop, avvicinare l’alto al basso, ispezionare la mente dei suoi personaggi, destrutturare sinapsi, offrire al lettore secondi e terzi punti di osservazione.

La Scopa del Sistema racconta le avventure di Lenore Beadsman, una ragazza fragile e insicura che si mette alla ricerca della bisnonna novantenne (ultima allieva del filosofo Wittgenstein), fuggita misteriosamente dalla casa di riposo insieme a un folto gruppo di altri pazienti e infermieri. Tutto quello che accade nelle cinquecentosettantacinque pagine del romanzo: la difficile relazione – diciamo pure l’impossibile relazione – tra Lenore e Rick Vigorous, l’ultraquarantenne conosciuto nello studio di uno psicanalista; la popolarità di Vlad l’Impalatore, l’uccellino che recita sermoni religiosi su una tv via cavo (in Telegraph Avenue di Michael Chabon c’è un pennuto che gli somiglia molto – Telegraph Avenue è uscito nel 2012); i problemi di tossicodipendenza del fratello minore di Lenore, LaVache, ragazzo nato con una sola gamba; insomma tutta questa proliferazione di storie, ognuna delle quali costituisce un romanzo dentro il romanzo, fa da corollario alla traccia centrale del libro che è proprio l’assenza della bisnonna filosofa. I pezzi cuciti da Wallace intorno alla vicenda della scomparsa non seguono una linea retta, la struttura è volutamente disarmonica, con una punteggiatura avventurosa, ma l’incastro tra le diverse sottotrame è efficace così come l’alternarsi degli spunti comici alle parti più filosofiche, i continui richiami agli studi dell’anziana fuggiasca: aporie, antinomie, messaggi cifrati; dettagli oscuri, in alcuni casi indigesti, che tuttavia stimolano la curiosità del lettore attirandolo in un vortice ipnotico. Ho riletto per l’ennesima volta La Scopa del Sistema, complice la nuova edizione curata da Sandro Veronesi per il Corriere della sera con la prefazione di Edoardo Nesi –  la scelta di Nesi non è casuale, Nesi è il traduttore di Infinite Jest – anche per testarne la resistenza al tempo: Wallace è un autore generazionale? Quante volte ce lo saremmo chiesto. Direi di no; a distanza di anni, se possibile, ho trovato il romanzo migliorato, come se a ogni rilettura si sprigionasse una nuova brillantezza, si consolidasse il mito. Quando La Scopa  fu pubblicato non mancarono voci dissonanti di chi contestava a Wallace un eccesso di narcisismo e liquidava la sua opera prima come un vibrante esercizio di stile, nulla di più. In verità il romanzo funziona in ogni sua parte, perfino nei cazzeggi, ma per comprenderne appieno il senso: 1) non va persa di vista la sua fase embrionale, e cioè la tesi di laurea dell’autore, che viene fuori in diversi passaggi del testo, per esempio nelle trascrizioni delle sedute terapeutiche tra Lenore e il suo psichiatra o nei dialoghi tra Lenore e il fratello LaVache all’Amherst College; 2) va inclusa tra i protagonisti la figura invisibile di Wittgenstein. La presenza di Wittgenstein è consustanziale rispetto all’assenza di Lenore. Di più, i due sono praticamente la stessa cosa. Wittgenstein giudicava il linguaggio come un insieme di “giochilinguistici” dove il significato di una parola è l’uso di quella parola in un particolare contesto. Ecco allora la chiave di volta: siamo fatti di parole, non esiste realtà oltre il linguaggio, “La vita è il suo racconto” dice Lenore al suo psicanalista. Ma questo assioma vale anche per gli osceni sproloqui di Vlad l’Impalatore o gli animali parlanti ne sono esclusi? Dicevo di Wittgenstein, è la password per accedere e decriptare tutta l’opera di Wallace, non solo questo libro, basti pensare allo strapotere della pubblicità negli anni sponsorizzati di Infinite Jest. Quanto all’esuberanza o alla spregiudicata esibizione del talento (a ventiquattro anni certi virtuosismi non richiesti si possono anche perdonare, specie a chi possiede simili armamentari linguistici) questa non inficia la superba tessitura del romanzo, non mina la tenuta del plot, al contrario aggiunge qualità e brio al racconto, che dall’inizio alla fine non conosce cali di tensione né si perde in futili digressioni. Se non avete ancora fatto esperienza di David Foster Wallace, non perdete altro tempo. Cominciate da qui.  

Angelo Cennamo

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RABBIA – Chuck Palahniuk

Lessi da qualche parte un’intervista a Paolo Granata, docente di cultura dei media all’università di Toronto, circa le preoccupazioni piuttosto diffuse sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nei vari contesti, a cominciare dall’insegnamento. Uno dei possibili effetti della sua introduzione, spiegava il prof. Granata, sarà quello di rilanciare l’oralità, cioè far prevalere la parola detta su quella scritta, con quest’ultima relegata a un ruolo di mero supporto rispetto all’altra. Le parole di Granata mi sono venute in mente leggendo Rabbia di Chuck Palahniuk, romanzo che per la sua particolare tecnica narrativa, precisamente quella del racconto orale, è assolutamente in linea con questa nuova tendenza. Il romanzo, costruito con una polifonia insolita, è infatti una raccolta di testimonianze di amici e conoscenti di Buster “Rant” Casey, un giovane abitante di Middleton, cittadina sperduta nel cuore degli Stati Uniti, attraverso le quali l’autore imbastisce una bizzarra biografia del personaggio. Rant è morto tragicamente, diciamo pure stupidamente, in un incidente d’auto capitato però non per caso: Rant è rimasto vittima di un rituale da lui stesso architettato con altri ragazzi di Middleton, un gioco pericoloso che riproduce l’autoscontro dei luna park nelle strade della città con auto vere e lanciate a forte velocità, il Party Crashing. Che l’America di Palahniuk fosse un paese malato e votato all’annientamento lo avevamo capito fin dal libro d’esordio, Fight Club (1996). Come molti altri personaggi di Palahniuk, Rant Casey è sobillato da un disagio ingovernabile, Rant non si riconosce nella condizione tipica dell’uomo occidentale progredito, forgiato dalla pubblicità e dalla cultura di massa. Nel suo caso però Palahniuk aggiunge due ulteriori elementi di insofferenza o destabilizzazione: la monotonia e l’arretratezza della provincia. Una routine dalla quale il giovane protagonista fugge violando ogni convenzione, ordine precostituito, regola morale e civile “Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia è perché così poi può sognare di tornarci. E il motivo per cui resta è per sognare di andarsene”. 

L’identità di Rant viene fuori da mille frammenti diversi che Palahniuk ha assemblato come delle Brevi Interviste Sull’Uomo Schifoso, per dirla alla Foster Wallace. Il tracciato di un’esistenza leggendaria ma senza gloria di un folle o un assassino o entrambe le cose che ha portato la morte a migliaia di persone attraverso il contagio “Se non hai mai avuto la rabbia, non puoi dire di aver vissuto…Rant Casey si è sempre cercato una morte orribile, fin dalle elementari. Serpenti o rabbia”. Pur assestandosi in una dimensione cinica e drammatica, Rabbia non manca di spunti comici, talvolta esilaranti, ed è farcito di citazioni e aforismi entrati ormai nel lessico familiare di una certa bolla letteraria. Le storie di Palahniuk sono tanto credibili quanto inverosimili ma è proprio questa contraddizione a renderle speciali e a tenerle fuori da ogni possibile classificazione o declinazione distopica. Nel bene e nel male, Palahniuk è uguale solo a se stesso. 

Angelo Cennamo

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CITTÀ DELLA PIANURA – Cormac McCarthy

L’ultimo romanzo della Border Trilogy di McCarthy esce nel 1998, a ridosso di una manciata di capolavori la cui concentrazione temporale ha pochi precedenti nella letteratura americana: Fight Club (Chuck Palahniuk), L’Atlante (William Vollmann) e Infinite Jest (David Foster Wallace) nel 1996; Underworld (Don DeLillo), Mason & Dixon (Thomas Pynchon) e Pastorale Americana (Philip Roth) nel 1997. Proprio nel ’98 il libro di Roth si aggiudica il Pulitzer, McCarthy invece lo vincerà un decennio più tardi con La Strada. Nel terzo episodio della serie ritroviamo John Grady Cole e Billy Parham in un ranch tra il Messico e il Texas ad allevare cavalli e ad ascoltare storie di vecchi cowboy. Siamo nei primi anni Cinquanta, un tempo di confine, con il west ormai al crepuscolo e una nuova sfida che bussa alla porta, forse la più difficile di tutte per il giovane ma non più giovanissimo protagonista: provare a cambiare il corso degli eventi e sfuggire a un destino già segnato. Città della Pianura è fondamentalmente una storia d’amore e come ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, direbbe Wallace. Lui, lei, l’altro. Lei è Magdalena, la prostituta messicana appena sedicenne che John conosce per caso in un bordello. L’altro è Eduardo, il protettore della ragazza. La vicenda amorosa occupa solo una parte del romanzo ma è la parte migliore, quella che salva tutto il resto da una narrazione che altrimenti risulterebbe ripetitiva e portata troppo per le lunghe, soprattutto se sommata ai due capitoli precedenti (Cavalli Selvaggi e Oltre il Confine). L’amore impossibile, l’amore contrastato tra John e Magdalena non è solo raccontato attraverso i momenti di intimità dei protagonisti ma si riverbera in due passaggi decisivi del romanzo: il dialogo tra John e Billy, con il primo che chiede all’amico di varcare il confine per andare a trattare l’acquisto della “schiava” del sesso; il redde rationem tra l’aspirante sposo e il cinico dominus, anche lui innamorato della ragazza o dell’idea di possederla. La tragedia che si consuma nelle battute finali, il sangue versato, chiudono la storia personale ma anche un’epopea che pochi hanno saputo tramandarci meglio di McCarthy, ultimo cantore di un’America spietata e avventurosa, e di una libertà che non conosce limiti. Città della Pianura è forse il romanzo meno riuscito della trilogia ma è la giusta conclusione di un’epica che aveva fino ad ora esplorato l’intero spettro dei sentimenti umani tranne uno: l’amore negato, l’amore da vendicare.  

Angelo Cennamo

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PREGA DETECTIVE – James Ellroy

Per sapere cosa n’è stato della vita di James Ellroy tra il 22 giugno del 1958, il giorno in cui fu strangolata sua madre, e il 1981, l’anno del suo primo romanzo (Brown’s Requiem – pubblicato in Italia solo nel 1995 col titolo Prega Detective), dovreste dare una scorsa a I miei luoghi oscuri, la sua autobiografia ma anche il libro più intimo di questo autore crime che non può essere paragonato a nessun altro per quanto Joyce Carol Oates, una volta, lo definì il Dostoevskij della letteratura yankee. Quel che è certo è che, raccontando la grande scena del delitto americano, Ellroy non ha fatto altro che riprodurre quella scena lì, quella dell’assassinio di sua madre. Nel 1958 aveva solo dieci anni. 

Più che acerbo, l’Ellroy di Prega Detective è completamente diverso dall’autore che abbiamo conosciuto nei libri a venire. La sua scrittura non è ancora in preda alla schizofrenia e a quel ritmo vertiginoso che l’ha accompagnato già da Dalia Nera (1987) e L.A. Confidential (1990) in avanti. L’Ellroy dell’esordio è uno scrittore compassato, ordinato, che non imbraccia il mitragliatore per spararci addosso parole dai suoni onomatopeici e contenute in frasi brevissime. Ra-ta-ta-ta-ta! Questo è Ellroy: ra-ta-ta-ta-ta!

La trama del romanzo è piuttosto debole e in alcuni passaggi anche poco verosimile, eppure la storia non pare risentirne, probabilmente per una serie di contrappesi che aiutano il lettore a non staccarsi dalle pagine fino alle ultime battute. Il paesaggio urbano, per esempio, che in altri libri non è così dominante o visibile (le scene di Tijuana, tra baracche di lamiera, bottiglierie e bische clandestine, sono di una vividezza magnifica). L’empatia di personaggi come Jane Baker, la giovane violoncellista per la quale Fritz Brown, il detective protagonista, prenderà una sbandata nel corso della sua difficile indagine. Prega Detective è un bel crime californiano, tutto droga, scommesse, truffe e campi da golf, farcito di cliché sulla figura dell’ex poliziotto alcolizzato in cerca di redenzione, con un’insolita colonna sonora di musica classica (Fritz ne è appasionato) e perfino qualche autocitazione premonitrice “Fritz, chi credi che abbia davvero ucciso la Dalia Nera?”. Per i capolavori ci sarà tempo. 

Angelo Cennamo

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CREPUSCOLO – Kent Haruf

Le storie della contea di Holt, della sua campagna piatta e sconfinata, ci conducono nelle viscere di un’America di altri tempi, silenziosa, abitata da gente umile e votata al sacrificio. Con Crepuscolo si conclude la Trilogia della Pianura, la saga che Kent Haruf (scrittore di Pueblo, in Italia portato al successo da NNEditore) ha ambientato nel suo Colorado, tra mandriani e contadini che si tramandano tradizioni e il rispetto per la terra. Nell’ultimo tratto di questo viaggio lento e poetico ritroviamo alcuni dei protagonisti dei due romanzi precedenti, Benedizione e Canto della Pianura: Tom Guthrie, l’insegnante cow boy con i suoi bambini Ike e Bobby, Victoria Roubideaux, la ragazza madre ora alle prese con gli studi universitari, e i fratelli McPheron, i due anziani allevatori che ospitano Victoria nella loro fattoria e che attraverso di lei fanno per la prima volta esperienza dell’universo femminile. Quello dei McPheron sarà un apprendistato tenero, non privo di goffaggine, di sicuro illuminante anche per chi osserva questi fatti, dentro e fuori dalla storia. La scoperta dei due fratelli è il vero centro del romanzo, probabilmente il migliore e il più epico della trilogia. L’episodio del duello tragico tra Harold e uno dei suoi tori è un gesto artistico di grande bellezza, capace di evocare anche nello stile certi racconti avventurosi di Ernest Hemingway (nessuno si offenda se dico che Haruf è la versione country di Hemingway). Le vicende dei McPheron e di Victoria si intrecciano con altre trame non meno suggestive e interessanti della principale: quelle di DJ, il ragazzino di undici anni che vive con il nonno malato di polmonite e della povera famiglia Wallace, costretta ad abitare  in una roulotte sgangherata e a subire l’arroganza di un parente alcolizzato e violento. Una apologia del dolore che nella parabola biblica di Haruf diventa luogo di purificazione e di maturazione di una nuova consapevolezza. Non so cosa voglia dire romanzo perfetto (lo si è scritto di Stoner) ma qualunque cosa essa sia, Crepuscolo è quella cosa lì. Un romanzo sul confronto generazionale e sulla responsabilità di sentirsi adulti in quel paese per vecchi che è Holt.

Angelo Cennamo

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UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA – Chris Offutt

Che Chris Offutt provasse una certa simpatia se non proprio devozione per Cesare Pavese, lo sapevamo già, e l’esergo del nuovo romanzo con la citazione delle Langhe piemontesi nelle quali lo scrittore di Lexington ritrova le colline del Kentucky e gli Appalachi che fanno da sfondo alle sue storie, ce lo conferma. Una Questione di Famiglia, in Italia con minimum fax e la traduzione di Roberto Serrai, secondo capitolo della serie che vede protagonista l’agente speciale Mick Hardin, è un noir, ma la vicenda delittuosa ( l’assassinio di un pusher “Barney del cazzo”, liquidato con troppa fretta dalla polizia come un regolamento di conti) non è che un tratto della narrazione, e forse neppure il più importante rispetto al quadro generale, cioè alla rappresentazione (affresco si diceva una volta) di un’America di provincia che nei romanzi di Offutt, come in altri autori della stessa pasta, da Kent Haruf a Lee Maynard, da Ron Rash a Willy Vlautin, viene fuori con una certa vividezza “… l’umanità diventava sempre più vecchia. La bellezza della natura serviva a nasconderne l’intrinseca brutalità, le persone invece la mettevano a nudo”. La flora e la fauna, non solo quella umana, sono decisamente il centro della poetica di Offutt, la parte migliore che finisce per sovrastare ogni intreccio investigativo o ricamo poliziesco. Contadini, ex minatori, gente semplice talvolta omofoba e razzista, che arriva a chiamare lo sceriffo perché il proprio cane è finito su un albero, e che alle visite di condoglianze si presenta con un’insalata di patate. Il piccolo mondo antico di Offutt, popolato di pick-up scassati e di camicie di flanella, è l’America che ci piace di più, anche perché ormai è l’unica America riconoscibile. 

Dopo essere rimasto ferito a una gamba per l’esplosione di un ordigno, Mick Hardin è tornato a casa in licenza. Della sua famiglia è rimasto ben poco, Mick non ha più i genitori, ha perso il nonno, suo vero spirito guida, ed è sul punto di divorziare dalla moglie Peggy. A ospitarlo è la sorella Linda, sindaco della cittadina, ora impegnata nella campagna elettorale per essere rieletta al secondo mandato. La crisi esistenziale di Mick è il pattern intorno al quale ruota tutta la storia, anzi la serie: il ragazzo di paese che parte, scopre la ferocia della guerra, poi torna a casa e si ritrova a fare i conti con una sorte diversa da quella che aveva immaginato. Quando la madre di Barney gli chiede di aiutarla a scoprire la verità sulla morte del figlio, Mick, che avrebbe ben altro a cui pensare, decide lo stesso di darle una mano, correndo ogni rischio, quasi non avesse più niente da perdere. L’imminente divorzio da Peggy lo tormenta, certo, le carte che ha nel bagagliaio però non le ha ancora firmate. “Vai a trovarla. Non voglio più fare da intermediaria” gli dice Linda. Mick lo farà nell’ultime battute del romanzo “Gli faceva male sapere che la vita di lei era migliore di quando avevano vissuto insieme” e non servirà il corteggiamento strisciante di Sandra, una vecchia conoscente “Se trovi la luce accesa in veranda, sono sveglia” a cancellare quel dolore continuo, implacabile, l’amarezza per aver fallito nel ruolo di marito e di padre, importantissimo se non decisivo nel microcosmo rurale di Chris Offutt. D’accordo, ma si verrà a sapere chi lo ha ucciso quel Barney del cazzo? Si verrà a sapere, ma davvero vi importa? 

Angelo Cennamo

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UN LETTO DI TENEBRE – William Styron

“Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, quella dei Softis è la somma di tante infelicità diverse, dissimulate dall’ipocrisia, affogate nell’alcol, inconsolabili. A definire Styron un epigono di Faulkner ci si azzecca, ma si finisce per comprimere la volumetria di una narrativa, più densa e stratificata dell’altro William, che guarda al secolo precedente e all’Europa (alla Francia di Balzac e Maupassant, per esempio) oltre che alla provincia americana del Novecento. Un Letto di Tenebre (Lie Down in Darkness), il libro di esordio, ebbe un parto difficile: abbandonato, ripreso dopo qualche anno, riscritto. Uscì nel 1951, Styron aveva appena ventisei anni. Il romanzo, che racconta le vicende di Milton ed Helen Softis, una famiglia della upper class della Virginia degli anni Quaranta, procede a ritroso e si apre con la morte di Peyton, la prima figlia della coppia. Difficile non rivedere nel lento scorrere del feretro di Peyton nella calura estiva della Virginia il carroccio di Mentre morivo proprio di Faulkner, e il funerale di Rick Brinklan nell’incipit del più recente Ohio di Stephen Markley “Il feretro non conteneva nessuna salma. La bara Star Legacy modello Platinum Rose in acciao calibro 18, in prestito dal Walmart locale, era solo ricoperta da una grande bandiera”. Milton Softis sta andando a seppellire la figlia, ma nella Limousine che scorta il feretro, insieme a lui non c’è Helen, c’è un’altra donna: Dolly Bonner, la sua amante. Dolly è l’unico personaggio del romanzo capace di darsi senza infingimenti, ritrosie, ambiguità. È attratta da Milton “Nel crepuscolo appariva molto bello; quella provocante ciocca di capelli grigi, del colore del peltro vecchio, un uomo di una bellezza volgare non avrebbe mai saputo sfoggiarla con tanta disinvoltura”. Dolly è anche l’unico personaggio che non si lascia andare all’autocommiserazione e che non si fa annientare dai sensi di colpa. Dolly non ha niente da perdere. Di ben altra pasta è il rapporto tra Milton ed Helen “Vivevano insieme come ombre, anzi come coinquilini in una stessa pensione”, ma lui dipendeva dal suo denaro visto che dalla pratica legale ricavava un reddito minimo. Sì, Milton fa l’avvocato, ci prova almeno, la sua vera ambizione però è la politica, l’alcol il suo unico approdo. Un Letto di Tenebre è una straordinaria rappresentazione di una rete di dinamiche familiari fitte, complesse, articolate, tipiche soprattutto di una certa letteratura femminile (solo Jonathan Franzen, oggi, sarebbe in grado di riprodurre simili microcosmi emotivi, quelle interazioni e deflagrazioni alla maniera di Styron). Uno dei temi centrali della storia è l’amore morboso di Milton per sua figlia Peyton, in alcuni passaggi ricorda quello di Humbert Humbert per Lolita. L’affetto e la vicinanza di Milton però non sconfinano mai nella dimensione erotica, si arrestano un attimo prima, limitandosi al grottesco. Se Dolly si mostra decisa e trasparente nelle proprie mire, non si può dire altrettanto di Helen, il personaggio più controverso ed enigmatico del romanzo. Helen, tradita da Milton e sconvolta dalla tragica fine della piccola Maudie (l’altra figlia), odia Peyton. Difficile comprendere per chiunque le ragioni di una avversione così profonda e lacerante: è infastidita, turbata dalla pruriginosa intimità che scorge tra lei e il padre, o più semplicemente è pazza? Helen è una donna ricca di denaro e di fede. Nei momenti di disperazione si rifugia nel reverendo Carey Carr, altro personaggio  borderline di questo romanzo tutto incentrato sulla colpa e la dannazione. Carey è attratto da Helen, forse lo sono entrambi l’una dell’altro ma Styron muove le sue pedine tra il possibile e l’onirico; le tenebre (parola ricorrente nel racconto) sono il crinale sul quale scorre ogni parte della storia (cinquecento pagine forse sono troppe) coprendo alcune verità, lasciando al lettore margini di intuizione, utili forse a ricostruirne delle altre.    

Angelo Cennamo                      

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ON THE ROTH

Scrivere il Grande Romanzo della Nazione, con le iniziali in maiuscolo, è il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore americano. Alcuni ci riescono, altri inciampano. Ha ancora senso discutere del GRA decontestualizzando gli Stati Uniti da un mondo ormai superglobalizzato, meticcio e iperconnesso? Tempo fa lanciai un sondaggio sull’argomento. Selezionai una ventina di titoli: Moby Dick, Furore, Revolutionary Road, It, Le correzioni, eccetera. Il sondaggio lo vinse Pastorale Americana di Philip Roth. Non ne fui sorpreso. Non fui sorpreso non perché gli altri romanzi non meritassero di vincere, altroché (le serie di Bascombe e di Coniglio Angstrom raccontano il secondo Novecento americano anche meglio della Pastorale di Roth), ma perché (ho pensato) Roth è un autore enorme, amatissimo in patria ma anche in Italia, paese che legge poco, men che meno la letteratura americana, assuefatto al giallo da ombrellone e al mainstream da premio Strega. Eppure non c’è libreria italiana che non sia fornita di almeno quattro cinque titoli di Philip Roth, incluso Pastorale Americana. Quando dico che Roth è un autore enorme intendo dire che è stato il più grande scrittore del suo tempo, parliamo di un tempo abbastanza lungo, che inizia nel 1959 con Goodbye, Columbus e si conclude nel 2010 con Nemesi – in mezzo una trentina di libri (tanti per un autore non di genere). Il tempo di Roth lo divido virtualmente in due stagioni, quella “del figlio”, la prima, quella “del padre”, la seconda. Nella stagione “del figlio” Roth interpreta il ruolo che gli riesce meglio, il ribelle; il giovane Roth si scontra con l’educazione familiare, l’ipocrisia della società borghese, perfino con la religione ebraica, la sua. Già, Philip Roth era ebreo, vertebra, con i fratelli Singer, Bernard Malamud e Saul Bellow, di quella prestigiosa spina dorsale che oggi ha come eredi, tra gli altri, Ben Lerner, Joshua Cohen, Jonathan Safran Foer. L’ebraismo di Roth non è mai stato sereno né identitario, critico piuttosto, spesso conflittuale nella finzione: la blasfemia di Carnovsky manderà su tutte le furie la comunità ebraica di Newark e farà morire di crepacuore (parafrasando guarda caso Saul Bellow) il padre di Zuckerman. Nella stagione “del figlio” occhio ai seguenti titoli: Goodbye, Columbus (l’esordio del 1959, già pubblicato su Paris Review), Quando lei era buona (l’unico romanzo in cui Roth dà voce a una protagonista femminile, Lucy Nelson) e l’opera simbolo oltre che della consacrazione: Lamento di Portnoy. Seguitemi. 1969, siamo in piena rivoluzione sessuale. Martin Luther King è stato assassinato, dopo di lui tocca a Bob Kennedy. Gli echi del Vietnam rimbombano deviando attenzioni e disordini. Roth delega la protesta ad un giovanotto stralunato che ci sembra di avere già incontrato nei capolavori di Salinger e di Mark Twain: Huckleberry Finn – Holden Caulfield – Alexander Portnoy. Proiezioni. Ma è nella seconda parte della sua carriera che Roth dà il meglio di sé. Patrimonio (forse l’opera più autobiografica, di sicuro la più commovente) è il testo cerniera: Roth smette i panni del figlio e diventa padre. Lui che nella vita non ha avuto figli, diventa padre nella letteratura. Eccoli i libri migliori: Il teatro di Sabbath (1995, il romanzo più estremo e rothiano di tutti, Eros e Thanatos, due topos centrali nella narrativa di Roth, nella tragicomica parabola esistenziale del burattinaio Mickey toccano le vette più alte. Pochi autori hanno scritto di sesso e di morte come Philip Roth, oggi direi solo Michel Houellebecq). Pastorale Americana (1997, il Grande Romanzo Americano di Roth). La macchia umana (2000, trama ispirata dallo scandalo sessuale consumato nello studio ovale di Bill Clinton. Quella di Coleman Silk è una storia di segreti e di pregiudizi con un finale amaro).

Ma rimaniamo su Pastorale. Nell’anno in cui Roth lo pubblica, negli Stati Uniti escono altri due capolavori: Underworld di DeLillo e Mason & Dixon di Pynchon. Pochi mesi prima, nel 1996, è la volta di Fight Club di Chuck Palahniuk, L’atlante di William Vollmann, Infinite Jest di David Foster Wallace. Nel 1998 Pastorale Americana si aggiudica il Pulitzer. A Roth ora manca solo il Nobel. Lo meriterebbe ma a scombinare i piani è Leaving a Doll’s House, il memoir di Claire Bloom che spara a zero sull’ex marito facendo a pezzi la sua immagine di uomo e di scrittore. Roth misogino e sessuomane? La stessa malevolenza toccò anche John Updike (“un pene con un grosso vocabolario” disse di lui David Foster Wallace), come Roth scrittore di sintesi tra realismo e sperimentalismo, stessa stoffa, ma a differenza dell’amico rivale (cantore di relazioni e di scrittori), più addentro alle cose materiali e documentato su tutto “Come diavolo fa Updike a sapere tutto delle Toyota? Io abito in campagna e non conosco neppure i nomi degli alberi”. 

Perché Pastorale Americana è il Grande Romanzo Americano è presto detto: contiene tutti gli ingredienti del GRA. Sono tre o quattro, non di più. 1) Il sogno. Seymour Levov, il protagonista del romanzo, eredita dal padre una fabbrichetta di guanti di pelle e la trasforma in una grossa azienda. Seymour può dirsi un uomo di successo. Seymour ce l’ha fatta, ha svoltato, ha realizzato l’american dream. 2) Il mito della forza e della bellezza. Seymour è alto, biondo, con gli occhi azzurri. Lo chiamano lo svedese per via di quell’aspetto nordico. Non solo. Seymour ha sposato una donna bellissima, aspirante miss America, già miss New Jersey. Da studente, Saymour eccelle in tutte le discipline sportive, i suoi primati fanno esultare il quartiere ebraico dove abita e dimenticare perfino la guerra. 3) Il conflitto generazionale. Nella ricostruzione immaginaria di Zukerman, Merry, la prima figlia di Seymour, è una ragazza introversa e scontrosa per via di una fastidiosa balbuzie. Il disagio di Merry si trasforma in frustrazione poi in rabbia, ed infine esploderà nel gesto clamoroso che cambierà direzione alla storia. 

Il quarto ingrediente è presente in ogni libro di Roth. È il suo tocco magico. Per tutta la vita Roth non ha fatto altro che raccontare di sé, simulando e dissimulando la verità. Mascherandosi. Come tutti i grandi romanzieri, Roth ha tradotto in inchiostro la propria esistenza. Scrivi di quello che sai. Il gioco di specchi tra verità e finzione, che raggiunge il suo culmine ne I Fatti, in Pastorale non tocca il fondo ma il doppiofondo: la storia del romanzo è sì un’invenzione di Roth ma dentro la storia di Roth c’è quella di Zuckerman. Pastorale è una gigantesca allegoria, i Levov sono come l’America, vuole dirci l’autore, che mostra la parte migliore di sé e nasconde la polvere sotto il tappeto. “L’America non è mai stata innocente” scrive Ellroy nell’incipit di American Tabloid. Neppure i Levov lo sono. Non c’è lieto fine né consolazione nelle ultime battute, i Levov sprofondano nell’abisso, i lettori assistono inermi, attoniti, quasi intimoriti. Philip Roth ci getta nel caos. A questo serve la letteratura. 

Angelo Cennamo

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