UOMO INVISIBILE – Ralph Ellison

Nipote di uno schiavo e figlio di un muratore, grazie a una borsa di studio Ralph Ellison era riuscito a laurearsi in una prestigiosa università dell’Alabama – Tuskegee – e dopo il trasferimento a New York, a farsi strada nella letteratura come in politica. Alla stregua di Harper Lee, Ellison si è fatto conoscere soprattutto per un romanzo, il solo che ha scritto, la cui gestazione è durata oltre sei anni. “Uomo invisibile” è uscito nel 1952 e l’anno successivo ha vinto il National Book Award. A distanza di settant’anni la Fandango lo riporta in libreria con una cover di grande impatto e con la nuova traduzione di Francesco Pacifico – la prima fu curata da Carlo Fruttero e Luciano Gallino. È un’opera dalla forte impronta autobiografica ed è essenzialmente un romanzo politico, di quelli che hanno segnato e insegnato tanto a generazioni di politici di mestiere – Obama, che è anche un fine lettore, lo indica tra i suoi libri più amati – e a scrittori con una speciale vocazione all’impegno sociale – Jonathan Lethem, che non ha mai nascosto la propria fede comunista, ne avrà sicuramente tratto ispirazione per il suo romanzo più militante “I giardini dei dissidenti”, la storia di Rose Zimmer, l’indimenticabile regina rossa di Sunnyside. Il protagonista di “Uomo invisibile”, nonché voce narrante della storia, non ha un volto né un nome. Nella prima scena del libro il nostro mister X lo troviamo rinchiuso in un seminterrato a scrivere la propria biografia. Le fasi salienti sono due: gli anni trascorsi in un college del Sud, dal quale viene allontanato per motivi disciplinari; il trasferimento a New York, dove si ritroverà per puro caso arruolato in una organizzazione politica chiamata Fratellanza. La vita di mister X è una lunga sequela di fatti spesso scollegati fra loro, dai bordi smarginati, e pure la narrazione di Ellison sembra un continuo alternarsi di realismo e di surrealismo; una felice mescolanza di generi e di precedenti che includono autori come Twain e Dostoevskij. I temi centrali del libro sono l’identità e la libertà. Mister X non sceglie il proprio destino, sono gli altri a decidere per lui: nel college, così come nella Fratellanza di New York, dove i neri sembrano aver preso gli stessi difetti e disvalori che attribuiscono ai bianchi. Più che in un movimento per l’emancipazione, mister X si ritrova a fare i conti con una setta dominata da veti incrociati, gelosie e subdole forme di arroganza. “Fuori dalla Fratellanza eravamo fuori dalla Storia; ma dentro la Fratellanza loro non ci vedevano.” L’identità, dicevo, è per il protagonista una vera ossessione: cosa vuol dire essere neri; cosa vuol dire essere bianchi; cosa vuol dire essere umani “Una delle più grandi farse del mondo è lo spettacolo dei bianchi che si affannano per scappare dal nero ma diventano più neri ogni giorno che passa, e dei neri che lottano per diventare bianchi, e invece si spengono nel grigio. Nessuno di noi sembra sapere chi è o dove sta andando.” 

Angelo Cennamo

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VOI NON SAPETE CHE COS’È L’AMORE – Raymond Carver

Carver. Raymond Carver. Nessuno come lui ha influenzato la letteratura contemporanea, dice Rick Moody, e ha ragione. Fateci caso, il minimalismo (più corretto precisionismo) di Carver, è perfettamente in linea con la comunicazione moderna: il parlato, i social, la messaggistica di wa e altro. Carver ha inventato Twitter trent’anni prima di Twitter. Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò vanno scelte quelle giuste, diceva. Poche parole, le migliori possibili. “Voi non sapete che cos’è l’amore” è una raccolta di saggi, poesie e racconti. Carver è vissuto poco, nei suoi cinquant’anni di vita è stato marito, padre, facchino, benzinaio, manovale, fioraio, uomo delle pulizie, alcolizzato, pescatore di trote, allievo di John Gardner, autore. La scelta di scrivere storie brevi dettata dalla povertà più che da una reale inclinazione per i racconti. Carver scriveva con i figli intorno, la tv accesa, in posizioni scomode, a volte in macchina. Non aveva né il tempo né la giusta concentrazione per dedicarsi ai romanzi. Entra ed esci. Entra ed esci. Entra ed esci. Tutto è breve nella sua esistenza tranne le tribolazioni e la passione per la scrittura.

Angelo Cennamo

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LE CONSEGUENZE – Richard Russo

Nel 1969 il Minerva è un piccolo college del Connecticut, un ambiente snob e sonnolento rispetto all’attivismo universitario di Berkeley o Yale. I richiami del Vietnam qui sono impercettibili, e non bastano i capelli lunghi né le canzoni dei Doors a riprodurre l’atmosfera della rivoluzione studentesca altrove già in atto. Lincoln Moser, Teddy Novak e Mickey Girardi sono tre matricole. Amici per la pelle. Tutti e tre innamorati di Jacy Calloway, dopo la laurea promessa sposa di Vance, o Lance, o Chance. Lincoln è il bello del gruppo (Face man), figlio di un imprenditore impoverito dell’Arizona, cocciuto ed esaltato come il nome che porta: Wolfang Amadeus. Teddy è mingherlino, introverso, dalla sessualità ambigua e con una inconfessata vocazione religiosa. Mickey è grosso come un armadio a muro e sogna di diventare una rockstar. Nella prima scena i tre amici sono davanti ad un televisore in bianco e nero, in attesa del primo sorteggio della lotteria nazionale per il reclutamento dei soldati da mandare in guerra. L’ultimo weekend prima della laurea lo trascorrono sull’isola di Martha’s Vineyard. È il fine settimana del Memorial Day del 1971. Jacy scompare misteriosamente. Quarantaquattro anni dopo, i “tre Moschettieri” si ridanno appuntamento sulla stessa isola, ma di Jacey non hanno avuto nessuna notizia. A dieci anni dal suo ultimo romanzo, Richard Russo – scrittore newyorchese che nel 2002 soffiò il Pulitzer al Franzen de “Le Correzioni” con “Empire Falls” –  torna in libreria con “Le Conseguenze”, in Italia edito da Neri Pozza con la traduzione di Ada Arduini. La storia, che si sviluppa su due piani temporali: gli anni universitari e il presente, ruota intorno alla figura enigmatica di Jacy, l’unico personaggio senza voce. La vita di Jacy, tra verità e immaginazione, ci viene raccontata dagli altri protagonisti, filtrata attraverso ricordi e testimonianze non sempre dirette. La scomparsa di Jacy è dunque il fulcro dell’intera trama; la sua assenza è rumorosa: prende corpo, consistenza, in ogni dialogo, in ogni azione altrui, centrale e ingombrante come quella della bisnonna di Lenore nell’esordio di Foster Wallace. Russo è bravo a farci entrare in empatia con i suoi ragazzi, a renderceli familiari. Lincoln, Teddy e Mickey hanno profili diversissimi, ma precisi e ben delineati, bassorilievi di parole ed emozioni tangibili. Ciascuno dei capitoli del libro è un microromanzo che racchiude passato e presente di ogni singola storia. Il risultato mi pare eccellente. “Le Conseguenze” è il lungo racconto di un’amicizia e di un amore condiviso. Un libro sulla memoria, la nostalgia e le illusioni di una generazione – la stessa di Russo – che pensava di poter cambiare il destino del mondo. Le vite dei quattro personaggi non sono dei semplici episodi, sono frammenti di una realtà più vasta, una parte del tutto: il privato si fa pubblico, e la scomparsa di Jacy la metafora di una giovinezza incompiuta, tormentata, più che mai inafferrabile. 

Angelo Cennamo

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SCRIVERE PER SALVARE UNA VITA (La storia di Louis Till) – John Edgar Wideman

Estate del 1955. Un ragazzo di colore parte in treno da Chicago per fare visita alla sua famiglia in Mississippi. Poche settimane dopo ritorna a casa, ma il suo corpo è chiuso in una bara. Emmott Till ha solo quattordici anni quando viene massacrato e gettato in un fiume per aver – forse – fischiato a una donna bianca. John Edgar Wideman, scrittore afroamericano, pluripremiato, autore di libri bellissimi come “Fratelli e custodi” e “Due città” (non perdeteveli), nel 1955 aveva la stessa età di Emmott Till, e il ricordo di quel clamoroso caso di cronaca, in bianco e nero anche nella sua rappresentazione mediatica, se l’è portato dietro per tutta la vita. Emmott e John Edgar in questo reportage romanzato sono le due facce di una stessa “negritudine”, quasi simmetrica nell’esperienza del pregiudizio e della costante umiliazione. Emmott a Chicago, John Edgar a Pittsburgh, Pennsylvania.Gli assassini di Emmott vengono processati e assolti perché la vittima del delitto è un negro, scrive Wideman, ma anche per una seconda ragione, non meno abietta della prima: dieci anni prima il padre di Emmott, Louis Till, era stato giustiziato in Italia dall’esercito americano con l’accusa di aver stuprato e ucciso una donna bianca. Le due vite, entrambe stroncate in giovane età, sono simbolicamente legate da un anello: l’anello che Emmott porta al dito quando il suo corpo viene ripescato dalle acque del fiume era appartenuto al padre. Un ricordo, forse l’unico rimasto.”Questo testo non diventerà il romanzo su Emmett Till su cui ero convinto di lavorare. Tutte le parole che seguono sono il frutto del mio desiderio di trovare un qualunque senso nell’oscurità americana che separa i padri di colore dai figli, un’oscurità in cui figli e padri perdono le tracce gli uni degli altri.” 
L’identificazione dell’autore con la storia familiare dei Till è un propellente per la ideazione e la scrittura del libro. Wideman è alla ricerca di nuove verità ma non è un’operazione semplice: sono trascorsi molti decenni da quei fatti, e poi neppure la verità riesce a raccontare la verità, occorre inventarsi una finzione “In qualità di scrittore alla ricerca della verità su Louis Till, ho scelto di concedermi alcune prerogative – licenza potrebbe essere una parola più adeguata. Mi sono assunto il rischio di lasciare che la mia finzione narrativa entrasse nelle storie vere di altre persone. E, per correttezza, ho permesso che le storie di altre persone sconfinassero nella realtà della mia”.   Attraverso frammenti e appunti disordinati di un vecchio dossier inviatogli da un archivio della Virginia, Wideman ricostruisce i passaggi salienti delle due vicende, quella del figlio e quella del padre, mescolando il pubblico al privato, e il privato dei Till al suo privato. “Tutti nel dossier Till mentono”. Wideman giunge alla conclusione che quello di Till è un reato “di esistenza”. Nessuna sorpresa neppure per il lettore, che leggendo il libro rimane quasi ipnotizzato da una sequenza di fatti e misfatti atroci ed umani al tempo stesso. La mente corre ad altri precedenti di questo genere letterario, dal capolavoro di Harper Lee – l’archetipo – alla più recente variante sul tema di Casey Cep “Ore disperate”. Nelle scene ambientate o idealmente collocate tra Caserta e Napoli al tempo della seconda guerra mondiale, ho pensato a “La Pelle” di Curzio Malaparte. Wideman ha scritto un libro potente e malinconico, lo ha fatto scegliendo le parole giuste e fuori da ogni facile retorica. C’è tanta America in questo libro. L’America di ieri, l’America di sempre. 

Angelo Cennamo

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ULTIMA NOTTE A MANHATTAN – Don Winslow

New York. Vigilia di Natale del 1958. Un uomo distinto, dal passo deciso, sta pedinando un altro uomo lungo il marciapiede della Quinta Strada “Seguire qualcuno su un marciapiede affollato è una forma d’arte”. Il suo nome è Walter Withers. Di professione fa il detective. Dopo anni trascorsi ad indagare nel nord Europa e a rincorrere Anne, una fascinosa e perversa cantante di jazz, Walter è tornato finalmente nella sua città per un incarico mooolto speciale: tenere d’occhio Madeleine Keneally, la moglie del senatore democratico Joe Keneally, in odore di Casa Bianca. Walter ama le donne e le donne amano Walter. Walter ama Broadway, il baseball, le scommesse. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginiamolo come Humphrey Bogart ne “Il grande sonno” o il Leonardo Di Caprio di “Revolutionary Road”. Le donne. Sono loro a far girare questa crime story notturna sul ritmo di Cole Porter. Anne, Madeleine e Marta Marlund, l’amante del senatore e figura chiave del romanzo, hanno una marcia in più rispetto ai personaggi maschili. Marta nella seconda parte sarà ritrovata morta. Suicidio? Withers non abbocca “Penso che forse è stata aiutata.” Da Joe Keneally a John Kennedy ci vuole poco. Da Marta Marlund a Marylin Monroe è un attimo. Gli ingredienti abbondano, non manca neppure il burattinaio dell’Fbi, il leggendario Edgar Hoover intorno al quale James Ellroy imbastì nel 1995 la trama di “American Tabloid”. “Ultima notte a Manhattan” è arrivato in Italia venticinque anni dopo la sua prima pubblicazione americana. Nel ’96 Don Winslow non aveva ancora pensato la trilogia del narcotraffico né “l’inverno di Frankie Machine”, neanche “Corruzione”, la sua migliore storia newyorchese. È un romanzo scritto a passo di swing, col bicchiere tra le mani e le luci colorate di Broadway che brillano sull’asfalto bagnato. Flash, note, suggestioni di un’America spregiudicata, lussuriosa, sognante.

Angelo Cennamo

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IL SILENZIO – Don DeLillo

Una volta Richard Ford raccontò che il suo romanzo Canada era nato da una frase da lui scritta dieci anni prima e rimasta chiusa in un cassetto. Deve essere accaduta la stessa cosa a Don DeLillo con l’incipit di Zero K, ho pensato: “Tutti vogliono possedere la fine del mondo”, sette parole che esprimono non solo il senso del libro ma della sua intera produzione letteraria. “Tutti vogliono possedere la fine del mondo” è il messaggio subliminale di ogni romanzo di DeLillo e Il Silenzio non fa eccezione. Le cento pagine di questo libricino (romanzo o racconto?) attesissimo e chiacchieratissimo, al punto che ti sembra di averlo già letto, sono la cronaca surreale di un’umanità smarritasi nel buio. Le due coppie di protagonisti si danno appuntamento a Manhattan per la finale del Super Bowl. Siamo nell’anno 2022. Jim Kripps (assicuratore) e Tessa Berens (poetessa di origini caraibiche) stanno tornando a New York in aereo dopo una lunga vacanza. Gli altri due, Diane Lucas e Max Stenner, li aspettano a casa loro in compagnia di Martin, un ex studente di Diane. All’improvviso tutto si spegne e l’America piomba nelle tenebre. Questa la trama, il resto è metafora. Troppo facile accostare il clima apocalittico della storia alla pandemia di questi mesi “Abbiamo ancora freschi nella nostra mente i ricordi del virus” leggiamo a pagina 77, ma si tratta evidentemente di una furbata dell’editor: il manoscritto di The Silence è stato consegnato prima che nel mondo esplodesse il Covid-19. 
Il blackout di DeLillo se da un lato fa sprofondare i protagonisti nel panico (un guasto? Una guerra? Un attacco terroristico?), da un altro sembra dispensare una nuova vitalità “La vita a volte può diventare così interessante che ci dimentichiamo di avere paura.” La paura di morire – in questo caso la morte è la disconnessione da Internet e da tutto il resto – è la cifra della narrativa delilliana; dal Rumore bianco al Silenzio nero è solo un attimo, un attimo infinito o delirante come le parole di Martin, una specie di fantasma di Albert Einstein; come la reazione scomposta di Jim e Tessa, che dopo l’incidente in volo, nel caos generale fanno sesso nel bagno dell’aeroporto. E come la telecronaca immaginaria del Super Bowl urlata da Max mentre la moglie flirta inconsapevolmente col suo ex studente in cucina. “Il mondo è tutto, l’individuo è niente” dice Martin, e nessuno si salva da solo. DeLillo da cinquant’anni scrive lo stesso libro, ma rileggerlo è sempre un piacere.  

Angelo Cennamo

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UNA RABBIA SEMPLICE – Davide Longo

Ho scoperto l’esistenza di Davide Longo poche ore prima che la Einaudi decidesse di pubblicare nello stesso giorno – 26.01.2021 – tre dei suoi romanzi: “Il caso Bramard”, “Le bestie giovani”, “Una rabbia semplice”. Colpa mia. Colpa mia perché un autore come Longo non può sfuggire a un sedicente lettore attento. Lo sono? Il “caso Longo” lo definisce Einaudi, e nel video di presentazione che circola sui social Alessandro Baricco, tessera numero 1 della Scuola Holden, senza girarci intorno spiega che perfino ad un non appassionato di letteratura gialla come lui questa trilogia ha lasciato pochi dubbi: è una delle cose migliori scritte in Italia. Boom! Non me lo faccio ripetere due volte, entro alla Feltrinelli e mi porto a casa il terzo libro, l’ultimo dei tre seguendo l’ordine cronologico: “Una rabbia semplice.” Che roba è? Un romanzo profondamente italiano con al centro una trama poliziesca. Attenzione, ho detto che la trama poliziesca è al centro ma non riempie tutta la storia. Come nei primi due libri, il protagonista è un commissario di polizia venuto dal Sud. Siamo a Torino. Vincenzo Arcadipane, questo il nome del commissario, non è uno di quei detective cazzuti, atletici, sicuri di sé. Al contrario è un uomo di mezza età, bassino, tarchiato, umanamente fragile, senza un briciolo di autostima, al punto che per digerire il divorzio chiesto dalla moglie Mariangela, si lascia umiliare da una psicologa cattivissima che lo “costringe a prostituirsi in rete.” “Sua moglie è una donna sana, quindi non tornerà con lei nemmeno con una pistola alla tempia”, gli dice. Poverino. Arcadipane è un marito fallito, con una figlia che lo considera un babbeo e un figlio disperso che gioca a calcio; un uomo di scarsa cultura, e va bene, ma sul lavoro sa il fatto suo, un mediano, uno che “gioca a tutto campo, pedala avanti e indietro.” Gli fa da sponda Corso Bramard, il suo ex capo, il mentore ora in pensione, con un brutto male che lo divora. Bramard è l’altro protagonista della serie, il poliziotto aristocratico, il regista delle investigazioni, la mente sopraffina. È a lui che si rivolge il mediano Arcadipane quando c’è un dubbio che lo assale. Nella terza storia, una colombiana viene picchiata fuori da una stazione della metropolitana. La polizia arresta il colpevole dopo poche ore. Tutti gli indizi convergono contro di lui. Caso chiuso, si direbbe, eppure qualcosa non torna. Arcadipane, Bramard e una giovane poliziotta di nome Isa Mancini, trovano una nuova pista, sorprendente, folle. Ho amato questo libro per tante ragioni. Per le atmosfere di un certo Nord, il Piemonte, suggestioni legate alla terra, al fango, al sacrificio; per la malinconia dei personaggi; tutti, uomini e donne – compreso il cane a tre zampe del commissario – sono infelici, insoddisfatti, disillusi, ma umani, molto umani, ed operosi. Per le traiettorie ampie della narrazione che non si lascia imprigionare dallo schema rigido del giallo. La conversazione tra Arcadipane e la psicologa Ariel sulla paura di morire nell’indifferenza degli altri, a quaranta pagine dalla fine, la ricorderò a lungo. Davide Longo è stato accostato a grandi testimoni del nostro Novecento, ad autori come Beppe Fenoglio e Paolo Conte. Io aggiungerei Fruttero e Lucentini. No, non è un’esagerazione, leggendo i suoi libri ve ne renderete conto: Davide Longo è uno dei migliori giallisti italiani di sempre.

Angelo Cennamo

 

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SEMBRAVA BELLEZZA – Teresa Ciabatti

La scrittrice famosa, la donna frustrata, la moglie adultera, la madre assente e anaffettiva, e poi ancora l’adolescente sovrappeso sadica, rancorosa, l’amica invidiosa e complessata: dove comincia una vita? “I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’età di mia figlia, il luogo di residenza, altro.” Inizia da qui, con la più intima delle confessioni, nella smarginatura di una fiction che si fa memoir, autobiografia simulata o dissimulata che sia: “Il male oscuro” di Berto, “I fatti” di Philip Roth o, se preferite, “Lunar Park” di Bret Easton Ellis. Ma fate attenzione perché “in quel tempo realtà e sogno si confondono, e quello che segue è reale fino a un certo punto…Non sono una persona attendibile.” Dunque? Dunque, caro lettore, non chiederti se quella che leggerai è una storia vera, chiediti se è una storia autentica – oltre la letteratura tutto è finzione, scrive Luca Ricci. “Sembrava bellezza” si portava dietro il peso lusinghiero di due romanzi importanti: “La più amata”, a un passo dal premio Strega, e “Matrigna”. Non so cosa sia passato per la mente di Teresa Ciabatti quando lo ha scritto, ma sono convinto che il desiderio di lasciare lì in alto l’asticella possa anche averle tolto il sonno, perché ripetersi non è mai facile, per nessuno. Quando diciamo di amare uno scrittore, dice Martin Amis, ci riferiamo al massimo alla metà della sua produzione. Vale anche per la Ciabatti? Non si direbbe. Ma stiamo ai fatti. A raccontare la storia, in prima persona e al presente indicativo – e già qui, non so se mi spiego – è una scrittrice senza nome (l’autrice? Forse) “Facendo un esame di coscienza la mia intera vita va letta sotto la luce del desiderio di rivalsa. Ogni rapporto, dentro e fuori casa, ha preso la forma del torto da vendicare.” Tutti i libri di Teresa Ciabatti hanno dentro di sé qualcosa di freudiano, una vocazione all’autoanalisi, questo non fa eccezione. Dopo trent’anni la scrittrice senza nome ritrova Federica, una sua ex compagna di scuola. Affiorano i primi ricordi: il trasferimento a Roma dopo il divorzio dei genitori; il liceo Goffredo Mameli ai Parioli; Livia, sorella maggiore di Federica, cortegiatissima, “alta bionda e figa” come una canzone di Lucio Dalla “i figli dei ricchi sono biondi…anche in mezzo alle cosce”, mentre loro, la futura scrittrice e Federica, sono “figure secondarie”, due adolescenti sovrappeso, complessate, condannate a una gioventù senza sesso né droga né ribellione né anoressia – il traguardo per entrambe era comprare jeans e tshirt da Benetton 0-12 – satelliti di quella venere inarrivabile, figura chiave del romanzo. La storia si muove su due piani temporali – i giorni del liceo e il presente; i piani si intersecano in una beffarda asimmetria che toglie nella giovinezza e restituisce nella vita adulta. Il dramma di Livia, a metà del libro, è un punto di svolta. Con Livia precipitano tutti e tutto. La sua caduta è infinita. Il suo incidente spezza il tempo, Livia lo ricompone, ma è uno specchio rotto. La seconda parte della storia ha un tono accusatorio. Non c’è indulgenza né redenzione ma un ribaltamento effimero che sa di rivincita. L’improbabile clessidra non è la nemesi ma una “catena di strumentalizzazioni” che non ripaga. “Sembrava bellezza” è una storia di rimorsi e di rimpianti, un romanzo sulla memoria, la memoria che ha perduto Livia, la memoria che tormenta la scrittrice senza nome. È soprattutto un atto d’amore, nelle ultime righe capirete il perché. Datemi una frase vera, diceva Gordon Lish ai suoi allievi; questo libro è un agglomerato di frasi vere, vere e potenti. La scrittura di Teresa Ciabatti non è mai vischiosa, ma snella, tagliente e briosa come quella della Fallaci nei suoi libri migliori (Un Uomo, Lettera a un bambino mai nato…), raro esempio di MEVS: minimalismo europeo, virtuoso e sincopato, con sprazzi di metanarrativa – occhio a pagina 164 – che solleticano la curiosità del lettore tenendolo incollato al libro dall’inizio alla fine. Romanzo bellissimo.

Angelo Cennamo

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CHIAROSCURO – Raven Leilani

Prima di approdare al romanzo, Raven Leilani – scrittrice afroamericana di Brooklyn – si è fatta le ossa su riviste come Granta, McSweeney’s, The Yale Review, e studiato scrittura creativa con Zadie Smith e Jonathan Safran Foer. “Chiaroscuro” – “Luster” titolo originale – esce negli Usa nel 2020 e non passa inosservato. Protagonista e voce narrante della storia è Edith, una giovane pittrice afroamericana che lavora in una casa editrice di New York. Nella prima parte del libro la troviamo a chattare con un uomo sposato (Eric) che ha il doppio della sua età e un matrimonio in crisi. Il percorso della relazione si rivela fin da subito inusuale: i due iniziano a fare sesso solo dopo numerosi appuntamenti, c’è una strana ritrosia nella condotta di Eric, una serie di stop and go di provocazioni alternate a sensi di colpa. Ma è con l’ingresso sulla scena della moglie di lui, Rebecca, che la trama prende una piega inaspettata. Rebecca è il personaggio chiave del romanzo. Sa. Intuisce. Prevede. Supera: invita Edith a stare a casa loro, nel New Jersey, quando la ragazza si ritrova senza lavoro e neppure un dollaro in tasca. Il pretesto sembrerebbe quello di aiutare la coppia a dialogare con la figlia adottiva Akila, una tredicenne di colore sballottata da una famiglia all’altra, ma dietro quella richiesta si nasconde ben altro. Il rapporto ravvicinato e nel contempo a distanza (conoscenza-sfida-complicità-gap generazionale) tra Edie e Rebecca, è la parte più interessante del romanzo. Le due donne di Eric orbitano in uno spazio grigio, smarginato, rassegnate ad una imprecisata consapevolezza: entrambe devono colmare un vuoto. La vita in casa è un continuo sfiorarsi e poi ignorarsi. Un esperimento crudele a metà strada tra la perversione e una terapia di coppia. Ma qual è la coppia? “Chiaroscuro” è una storia di ambiguità irrisolte, un libro sulla complessità dell’identità familiare e sulla difficoltà dell’essere neri anche nel cuore dell’America più progressista. La scrittura di Raven Leilani è prodigiosa, una botta di ottimismo sul de profundis del romanzo sempre in agguato “Mentre oltrepassiamo i cancelli del parco, il sole ad alto tasso di fruttosio mi arriva come uno schiaffo” sembra l’epistassi de “La scopa del sistema” di Foster Wallace. Un bravo scrittore lo riconosci anche da come sa evitare gli stereotipi: Leilani li evita tutti, procedendo con nonchalance per figure retoriche e sillogismi che si addicono più a un veterano che a un’esordiente. How many lives have you lived, Raven, to write like this? 

Angelo Cennamo

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SOSPETTO – Percival Everett

Ogden Wallker fa il vicesceriffo in una provincia sperduta del New Mexico – quel quadrato di terra incastonato tra l’Arizona e il Texas – su un altopiano innevato dove non accade mai nulla. È un uomo di colore in un luogo abitato perlopiù da bianchi e ispanici. Una signora anziana viene assassinata in casa. Poco distante vengono scoperti altri cadaveri. Ogden si ritrova, suo malgrado, a vestire i panni del detective. “Sospetto” è uscito negli Usa nel 2011, in Italia è arrivato due anni dopo con Nutrimenti, e con la traduzione di Paolo Cognetti – premio Strega – e Federica Bonfanti. È più di un thriller. Il romanzo è uno ma al suo interno ci sono tre storie con lo stesso protagonista e dai confini poco nitidi. Il congegno narrativo è spiazzante, genera cioè nel lettore una serie di supposizioni, dubbi, false convinzioni che lo portano a sospettare di tutto. Quello che accade in queste storie è reale o è una gigantesca illusione? Percival Everett non è nuovo a certi giochi, in “Percival Everett di Virgil Russell” il meccanismo è piuttosto simile. Le indagini ad ampio spettro e oltre confine di Ogden Walker seguono un tracciato labirintico, convulso, attraverso il quale l’autore si diverte a stuzzicare il lettore, a metterlo alla prova, coinvolgendolo in un curioso infinite jest – scritto in minuscolo – di attese e di suggestioni continue. Percival Everett è uno scrittore colto che nella vita ha allevato cavalli, suonato la chitarra jazz e insegnato all’università. Come un camaleonte cambia pelle di volta in volta senza ripetersi: sperimenta, esplora generi diversi usando registri diversi, e sa coniugare l’alto col basso come pochi altri status author volutamente incomprensibili. È uno scrittore afroamericano ma non si lascia imprigionare dal cliché dello scrittore afroamericano: la letteratura, per lui, non è missione né strumento di riscatto. 

Angelo Cennamo

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