SMARRIMENTO – Richard Powers

“Cos’è più grande, lo spazio cosmico o quello interiore?”.

È uno dei mille interrogativi che Richard Powers – scrittore americano sessantenne, vincitore tra l’altro di un premio Pulitzer con “I sussurri del mondo” – semina nel suo nuovo romanzo “Smarrimento”, in Italia con La Nave di Teseo. Chi ha già letto Powers ne conosce la vena sperimentalista e sa che la scienza è un punto fermo delle sue narrazioni. “Smarrimento” non fa eccezione a questa regola.

Theodore Byrne è un giovane astrobiologo, sonda l’universo, crea mondi e genera atmosfere viventi. Sua moglie Alyssa, attivista ambientale, è morta in un incidente stradale. Robin, il figlio novenne della coppia, è affetto da una malattia difficile da diagnosticare “Finora si ipotizzano due disturbi dello spettro di Asperger”. 

La storia, raccontata da Theo in prima persona, è per due terzi un lungo dialogo tra padre e figlio. Robin è un bambino vispo, irrequieto, per aver aggredito un compagno di scuola è stato sospeso dalle lezioni. La preside vorrebbe che il padre lo curasse con degli psicofarmaci come un qualunque malato di mente, ma Theo respinge quella semplificazione, la diversità di Robin va contestualizzata secondo altri parametri “Assistendo all’insuccesso della medicina con mio figlio, sviluppai una teoria sballata: la vita è una cosa che dobbiamo smettere di correggere”.

Ne “La strada” di Cormac McCarthy, un padre e un figlio senza nome se ne vanno in giro in un’America sopravvissuta all’apocalisse. Theo e Robin esplorano il cosmo e la terra nella convinzione che li attenda, di lì a qualche anno, una catastrofe ambientale che non lascerà scampo. A che serve andare a scuola se tra un po’ verrà giù il mondo?, chiede Robin, sempre più deciso ad abbandonare lo studio per farsi istruire da Theo.
Lo sguardo di Robin spalancato sull’universo, la sua curiosità creativa, l’incanto di fronte all’ignoto, equivalgono allo smarrimento del lettore, che sfogliando le pagine del libro matura una diversa percezione di sé “Sulla terra ci sono due tipi di persone: quelle che riescono a fare i calcoli e a seguire la scienza, e quelle che sono più felici con le proprie verità”.
La storia raccontata da Theo ci aiuta a capire dove siamo e a prendere le distanze da una mondanità capricciosa, ottusa “Quando hai paura di qualcosa, prova a prendere le misure e ti accorgerai che è poca cosa”…saggezza mediterranea.
“Smarrimento” è un romanzo sui misteri della vita e della morte, ma è soprattutto la storia di una paternità coraggiosa e fuori dagli schemi. Una boccata di ossigeno per una narrativa che da qualche anno stenta a rigenerarsi secondo nuove forme. Come i suoi personaggi, Powers sonda ed esplora altri mondi possibili. Un eccesso di retorica ecologista forse appesantisce un po’ il racconto, ma non intacca il valore di un’opera certamente originale, dal respiro ampio, destinata a diventare un classico della letteratura. 

Angelo Cennamo

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NULLA, SOLO LA NOTTE – John Williams

Arthur Maxley è uno sfaccendato – “un parassita”. La sua giornata particolare è larga 138 pagine. “Nulla, solo la notte” è il romanzo di esordio di John Edward Williams. Fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1948, quando Williams tornò dal fronte indiano della seconda guerra mondiale. Come tutti gli altri libri di Williams non ebbe successo; il più grande scrittore americano sconosciuto, qualcuno ha detto di lui. “Stoner”, l’opera più celebre di Williams, rimase sepolta nell’oblio per oltre mezzo secolo prima di essere scovata per caso su una bancarella dalla scrittrice francese Anna Gavalda, che la lesse, se ne innamorò e la fece poi tradurre nella sua lingua.

Senza il “caso Stoner” di John Williams non si sarebbe saputo nulla, né in Europa dove è iniziata qualche anno fa la rapida, imprevista e retroattiva scalata al successo, né negli Stati Uniti. Nemo propheta. 

Il protagonista di “Nulla, solo la notte” sembra uscito da un incubo, le 24 ore che compongono la storia somigliano più a una gigantesca allucinazione che a una sequenza di fatti reali. Le feste di Max Evartz, l’incontro con l’amico Stafford Lord, i contatti con il padre, le donne. Il giovane Arthur non ha fatto i conti con la propria infanzia, la giornata estiva a San Francisco è affollata di ricordi e di fantasmi. Smarginata. Confusa. Cupa. Il finale del romanzo sorprende, chiarisce, ma non fino in fondo. La scrittura di John Williams è pulita, cristallina, perfetta come “Stoner”, il romanzo perfetto.   

Angelo Cennamo

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BRUCIA L’ARIA – Omar Di Monopoli

Le storie di Omar Di Monopoli somigliano alle foto che pubblica sui social: campagne desolate, carcasse di auto arrugginite, strade sterrate, capannoni dismessi, lo scenario di un west che si snoda tra le province di Brindisi e di Taranto. 

In un posto sperduto del Salento, Torre Languorina – Nella realtà Torre Colimena, una frazione di Manduria – nell’estate del 1990 un incendio distrugge parte del litorale e la vita di un uomo molto conosciuto nella zona e dalla rispettabilità borderline: Livio Caraglia, di professione pompiere. È stato lui ad appiccare il fuoco? 

“Uno che aveva salvato vite, spento incendi, aiutato gente: come minchia fa uno così a diventare na carogna di quella fatta maniera?”. 
La storia riprende vent’anni dopo con i figli di Caraglia che devono fare i conti con un passato doloroso e un destino al quale è impossibile sfuggire.
Rocco, il più grande, ha già pagato i propri debiti con la giustizia, oggi lavora con le autobotti, una catarsi rispetto al fuoco e alla cenere che lo ha preceduto. Gaetano invece fatica ad uscire dal tunnel: scommesse clandestine, brutti giri, miseria, squallore, sangue. 

La vicenda crime si alterna a quella sentimentale di Rocco, ancora innamorato della sua ex Nunzia – oggi sposata con un metronotte geloso e sanguigno come tutti i personaggi del romanzo – che per una beffarda fatalità gli ricompare in casa per badare alla madre malata.

“Alla fine l’aggiu capito, che se non c’eri più non era perché ti avevano arrestato, Rocchì, ma perché a modo tuo te l’eri filata”.


“Brucia l’aria” – il titolo è stato cambiato in corsa all’ultimo momento, vero Omar? – è quello che si dice l’affresco di un mondo naif che resiste ai margini di un Sud d’Italia che non è distante dal Mississippi di Faulkner o dal Texas Orientale di Joe Lansdale. È la cifra di Di Monopoli, pugliese di origine ma americano nel cuore, che già nei libri precedenti, “Nella perfida terra di Dio” per esempio, aveva sperimentato certe coniugazioni, accenti ed atmosfere che risuonano familiari anche ad altre latitudini. 

Ma è la lingua a fare la differenza e che pone questo autore in uno spazio di rara bravura. L’italiano di Di Monopoli è un prodigio di contaminazioni, mescolanze dialettali, un lessico nuovo ed antico, moderno e barocco insieme, a metà tra il viganese di Camilleri e lo slang del Bonfiglio Liborio di Remo Rapino. Stordisce, diverte, commuove. 

Angelo Cennamo

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CROSSROADS – Jonathan Franzen

New Prospect, Chicago, Illinois. Mancano pochi giorni al Natale del 1971. Dal Vietnam giungono gli ultimi echi di guerra, Nixon a momenti sprofonderà nel Watergate, l’onda studentesca di Berkeley ormai ha invaso anche le ultime campagne del Midwest. 

Jonathan Franzen nel Midwest c’è nato, ed è lì che colloca le sue storie migliori. Dalle correzioni dei coniugi Lambert alle tentazioni della famiglia Hildebrandt sono trascorsi vent’anni. Due decenni che lo scrittore di Western Springs ha riempito con qualche saggio ambientalista e due altri romanzi: Libertà nel 2010 e Purity nel 2015.   


“Il cielo spezzato dalle querce e dagli olmi spogli di New Prospect era pieno di una promessa umida, un paio di sistemi frontali che colludevano grigi per offrire un bianco Natale…”. 


“Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine”. 

Il metereologismo dei due incipit, ne “Le correzioni” e in “Crossroads”, non è il solo punto di contatto tra i due libri, c’è dell’altro: come i Lambert anche gli Hildebrandt devono fare i conti con la devianza dal giusto e i sensi di colpa. Per gli Hildebrandt però la sfida è particolarmente onerosa, quasi invincibile. Sì, perché Russ Hildebrandt, il capofamiglia, non fa un lavoro qualsiasi: è il pastore di una chiesa locale a New Prospect.

Russ ha una moglie (Marion) e quattro figli: Perry, Clem, Becky e il piccolo Judson, quest’ultimo poco più che una comparsa nell’economia della storia. Sono le loro piccole vite, ai margini di un’America lontana dalle luci e dal progresso delle solite metropoli, a dare corpo – solido – a “Crossroads”, sesta opera di narrativa di Franzen, forse la più attesa negli ultimi anni della letteratura americana dopo l’inciampo di DeLillo ne “Il silenzio”.

“Crossroads” come “Cross road blues”, una vecchia canzone di Robert Johnson poi ripresa dai Cream. Ma Crossroads è anche il nome che si è dato il gruppo giovanile della chiesa di Russ, ora gestito dal reverendo Rick Ambrose, più bravo del suo collega, anche per ragioni anagrafiche, a dialogare e a farsi capire dagli studenti. Russ e Ambrose hanno stili diversi. Quello di Ambrose “psicologico e scafato”, quello di Russ “più politico e biblico”. Dal gruppo, del quale fanno parte anche i suoi figli – che smacco – Russ era stato addiruttura cacciato per via di quel brutto vizio di sbavare “inconsapevolmente” dietro le ragazzine. 

La crisi matrimoniale di Russ e Marion è una delle tracce del romanzo. Franzen ripercorre tutte le tappe di avvicinamento dei due coniugi, specialmente le precedenti delusioni – sessuali/amorose/procreative – di Marion, la sua follia, diagnosticata ma taciuta al marito dopo le nozze.
Tra Russ e Marion c’è uno spazio bianco di silenzi, incomprensioni, astinenze; questo spazio lo ha riempito Frances Cottrell, una giovane vedova che frequenta la parrocchia di Russ.
Frances è tra i personaggi più interessanti del libro; la sua leggerezza briosa è una continua provocazione per Russ. La vedova, nonché madre di Larry, amico di Perry Hildebrandt, non perde occasione per ritrovarsi a tu per tu con l’anziano reverendo. Lo stuzzica, gli propone perfino di sperimentare – loro due da soli – l’uso della marijuana per capire fino in fondo cosa sta accadendo ai loro figli, soprattutto a Perry, il più scapestrato della prole di Russ. Ha cominciato fumando erba, poi e passato a ben altro. Una curiosità. Seguite questo passaggio:
“Aveva il naso e la bocca così intorpiditi che il moccio gli colò fino al mento prima che se ne accorgesse. Se lo cacciò in bocca e assaporò l’eterna freschezza della sostanza di derivazione naturale in esso dissolta”.
Ora seguite questo:
“Fuori, nel croccante prato marzolino, alonata dai fasci di luce che spiovono dai lampioni, tra capannelli di ragazzi in blazer blu che risalgono il vialetto rifinendosi l’alito a colpi di mentine, assapora una breve epistassi”.

Il secondo brano è l’incipit de “La scopa del sistema” di David Foster Wallace.


“Crossroads” è un romanzo lungo (629 pagine), corale, stratificato. Ognuno dei protagonisti ha il proprio romanzo dentro il romanzo. La storia di Clem, il figlio ribelle di Russ che vuole partire per il Vietnam per ragioni etiche sfidando il pacifismo degli Hildebrandt, si intreccia a quello di sua sorella Becky. Il legame tra Clem e Becky è morboso, malato.


I viaggi del gruppo di Crossroads in Arizona, tra i navajos – con Frances Cottrell alle calcagna di Russ – e quello di Clem in Cile, sulle Ande, sono il pretesto narrativo che consente a Franzen di allargare il campo ai temi dell’ambientalismo, una sua fissa come l’ornitologia. Sono le uniche “Zone disagio”, parlo per me almeno, di un libro che ha poche imperfezioni e moltissimi pregi.

“Crossroads” è lo specchio fedele di un’America puritana e rurale che ancora resiste in molte province non solo del Midwest. Un’America che non distingue tra peccato e reato, tra sesso e amore, tra giustizia e vendetta. La storia degli Hildebrandt, meravigliosamente tradotta da Silvia Pareschi, non finisce a pagina 629: “Crossroads” è solo il primo capitolo di una trilogia che, ne siamo sicuri, lascerà il segno. 

Angelo Cennamo

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LE COLLINE DELLA MORTE – Chris Offutt

“Ti servono gomme nuove, benzina o una Bibbia? Sono tutte cose che ti portano dove devi andare”. 
Se vi capitasse di partire per il Kentucky ricordatevi di mettere in valigia dei libri di Chris Offutt, vi saranno utili. 

Ad un anno esatto da “Il fratello buono”, romanzo uscito la prima volta negli Usa nel 1997, Offutt torna in libreria con “Le colline della morte”, edito come sempre da Minimum fax con la traduzione di Roberto Serrai. È un noir veloce con due tracce ben assestate: un’indagine su un omicidio, e il tradimento – sessuale, personale, tra clan.

Mick Hardin ha combattuto in Afghanistan, Siria, Iraq, oggi è un investigatore dell’esercito. Sua moglie, Peggy, aspetta un figlio da un altro uomo. 
Mick ha due questioni da risolvere: capire cosa ne sarà del suo matrimonio – lasciare Peggy? Perdonarla e fare da padre a un figlio non suo?; aiutare la sorella Linda, appena nominata sceriffo, a risolvere un delicato caso di omicidio.

Mick è sconvolto, se n’è andato a vivere in una capanna nei boschi come un altro uomo tradito della letteratura americana: Moses Herzog. Ma se il personaggio di Saul Bellow trova presto ristoro tra le braccia della focosa Ramona, il Mick di Offutt non ha tempo per trastullarsi con altre donne, in più rischia l’arresto per essersi allontanato dal suo dipartimento senza permesso. 

Il Mick investigatore è un osso duro, l’esperienza sui campi di guerra lo ha temprato contro ogni evenienza “Mick indagava come suo nonno viveva il bosco”, ma l’amore e la fedeltà coniugale sono un’altra cosa. Mick, Linda e Peggy, che compare solo nella seconda parte del romanzo, sono personaggi perfettamente riusciti, riusciti anche i dialoghi del libro, da sempre uno dei punti di forza dell’autore. Il resto lo fanno i luoghi. L’America di Offutt è un paese di boschi, strade sterrate, pick-up, Bibbie, bandiere, scoiattoli, orsi, serpenti velenosi, muli, uomini semplici ma vendicativi. Puoi togliere Offutt dal Kentucky ma non puoi togliere il Kentucky da Offutt.

Angelo Cennamo

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L’UOMO SENZA SONNO – Antonio Lanzetta

Esiste un tempo in cui le ombre del maligno si rincorrono in un gioco sottile e perverso di atrocità. Esistono luoghi diversi e uguali dove nascono storie che non puoi fare a meno di raccontare perché ogni uomo è uno scrigno di paure inconfessabili.  

A due anni da “Le colpe della notte” Antonio Lanzetta torna in libreria con un thriller inusuale e smarginato che coniuga l’horror e il gotico americano con il neorealismo italiano del Novecento. Nel villaggio globale del racconto il Cilento di Lanzetta non è diverso dal Kentucky di Offutt o dal Maine di Elizabeth Strout. 

“L’uomo senza sonno” è uno spettro di false convinzioni e di sospetti mai fugati in cui il reale e l’immaginifico si confondono. 

Bruno ha tredici anni e vive in un orfanotrofio, nel salernitano. Vorrebbe fuggire da quel luogo di soprusi e di continue violenze ma non saprebbe dove andare. L’arrivo dell’estate è una liberazione: lui e il suo amico Nino vengono presi a lavorare nella tenuta di una famiglia cilentana molto in vista: gli Aloia. È qui che la storia decolla in una spirale di misfatti che non sembrano avere una spiegazione plausibile. Vicino alla casa degli Aloia vengono ritrovati dei cadaveri in evidente stato di decomposizione. Cosa si nasconde dietro quella macabra scoperta? Lanzetta dice e non dice, semina sulla scena una serie di oggetti inquietanti: statue di legno, vecchie foto e un libro che è arrivato in casa Aloia da un passato lontanissimo. Distinguere il bene dal male è quasi impossibile: ogni personaggio rivela poco di sé, lasciando il lettore nel dubbio fino agli ultimi capitoli. Pia, Caterina, Gennaro, l’uomo col cappello – ricordate il Randall Flagg di Stephen king? – si muovono su un terreno minato dai ricordi e dalla sete di vendetta. Una furia misteriosa sta per abbattersi sul presente. Preparatevi al peggio. 

Angelo Cennamo

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DI CHI È LA COLPA – Alessandro Piperno

“Solo chi è nato in una zona sismica o alle falde di un vulcano attivo può farsi un’idea relativamente adeguata di cosa significa venire al mondo in una famiglia indebitata fino al collo”. 

A parlare è un ragazzino senza nome, figlio unico di una famiglia romana piccolo borghese, disfunzionale, litigiosa, che non ama avere gente in casa né accettare inviti altrui. La madre è un’insegnante di matematica, il padre un piazzista di elettrodomestici, professionalmente inetto e smisuratamente ottimista, capro espiatorio di un collasso finanziario che mina qualunque ipotesi di sopravvivenza. 

A cinque anni dal suo ultimo romanzo, Alessandro Piperno torna nel luogo a lui più congeniale, la famiglia, per raccontarci una storia di menzogne, di colpe e di imposture. Una storia lunga quanto la sua vita: inizia negli anni Settanta e prosegue fino a nostri giorni. 
Di questo nucleo familiare autarchico e male assortito sappiamo poco, è una famiglia reticente, che sembra avere rotto i ponti con chiunque. Fino a che quel passato tenuto nascosto non irrompe con una una brutalità non prevista e foriera delle “peggiori intenzioni”. Più o meno a metà del racconto scopriamo che la madre del ragazzino senza nome è ebrea e proviene da una famiglia dell’aristocrazia romana molto in vista. Ma il riavvicinamento insperato, anziché risollevare le sorti finanziarie degli indebitati, li farà sprofondare in una spirale tragica e paradossale.

Siamo alla prima traccia di questa Pastorale Italiana: l’identità. L’incontro del ragazzino con un cugino di sua madre segna un nuovo inizio. 

Gianni Sacerdoti è uno dei personaggi chiave della storia. Giurista di chiara fama, scapolo impenitente e amante della bella vita, Sacerdoti appartiene a quella schiera di ebrei secolarizzati nati dopo la guerra, per i quali il giudaismo “non era una cosa seria” ma “una coccarda da ostentare in società, un brand”. Sacerdoti seduce il ragazzino, lo introduce nel ramo ricco e blasonato della famiglia. L’iniziazione è graduale e non contempla ripensamenti. Cosa vuol dire essere ebrei nella Roma secolarizzata dell’ultimo scorcio del Novecento. E cosa vuol dire essere scrittori ebrei in un tempo che confligge con qualunque forma di ortodossia. È un tema ricorrente nella letteratura ebraica americana soprattutto, dalle opere di Isaac Bashevis Singer a quelle più  recenti di Jonathan Safran Foer. È raro imbattersi in un autore ebreo che si sottragga ad una simile vocazione, quella cioè di esplicitare il dilemma etico in questione. Non fa eccezione Alessandro Piperno, “l’uomo in bilico” tra Philip Roth e Saul Bellow per stile ma anche per molti degli argomenti affrontati nelle storie che lui racconta: la ferocia e il cinismo della vita borghese, lo strabismo religioso di certi personaggi incapaci di allinearsi ai precetti della torah. 
Il dualismo nel quale il giovane protagonista si ritroverà calato a seguito del dramma che colpirà i suoi genitori, dà il senso e la misura di questo richiamo. 
Cosa è accaduto al padre e alla madre del ragazzo senza nome? Chi è il colpevole dei fatti? Gianni Sacerdoti avrà l’autorevolezza, il potere, l’arroganza di imprimere agli eventi la direzione sbagliata. Ne seguirà una spirale di false convinzioni della quale il nipote ritrovato sarà sia vittima che carnefice. 
L’altra traccia del libro è l’impostura, ovvero il desiderio di essere qualcun altro. L’impostore vuole migliorarsi, è “l’immaginifico che rischia il tutto per tutto inventando passati implausubili e scommettendo su un avvenire di riscatti”. L’impostura è l’illusione, la gabbia dorata nella quale finirà per autorecludersi il giovane Sacerdoti, lo stravolgimento comprenderà anche il cambio del cognome. Ma verrà un tempo per ristabilire la verità, a caro prezzo, e risarcire i danni, nei limiti del possibile. Siamo alle battute finali, le pagine più introspettive e surreali di questo meraviglioso romanzo intitolato “Di chi è la colpa”. 

Angelo Cennamo

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VINCE PASTORALE AMERICANA

Sedici libri di ogni genere (Furore, Il mondo secondo Garp, Il grande Gatsby, Amatissima, Il giovane Holden, Pastorale Americana, Il buio oltre la siepe, Revolutionary road, Le correzioni, Infinite jest, It, American tabloid, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, Le avventure di Augie March, le quadrilogie di John Updike e di Richard Ford). Underworld di DeLillo, il mio “Grande Romanzo del Cuore”, non so perché ho voluto tenerlo fuori dal sondaggio – il sondaggio è stato lanciato ieri su Twitter.

Al termine delle 24 ore consentite dalla piattaforma per esprimere il voto su quella che era risultata la griglia finale (Furore, Il grande Gatsby, Il giovane Holden e Pastorale Americana) l’ha spuntata il capolavoro di Philip Roth. Di misura, va detto – appena cinque punti di differenza – su Furore di John Steinbeck. Staccati al terzo e quarto posto: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e Il giovane Holden di Salinger. 

Il risultato non sorprende più di tanto, anche perché, al di là del valore oggettivo del romanzo e del suo magnifico autore, negli ultimi anni Pastorale ha goduto di una maggiore popolarità/visibilità rispetto agli altri finalisti, almeno sui social. Complice Telegraph Avenue? Può darsi. Ad ogni modo, come ho già spiegato ai lettori e amici di Twitter che hanno partecipato a questo gioco – non è altro che un gioco – sul mio podio virtuale, con Underworld avrei fatto salire volentieri le quadrilogie di Coniglio Angstrom e di Frank Bascombe. Ma va bene così.

Un’ultima curiosità: nel corso della selezione precedente, Pastorale Americana aveva letteralmente stracciato Le avventure di Augie March. Ebbene, di quel libro Philip Roth una volta disse: “È inutile pensare di scriverlo, il Grande Romanzo Americano esiste già, lo ha scritto Saul Bellow: è Le avventure di Augie March”. Sic transit.    

Angelo Cennamo

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ELEGIE ALLA PATRIA – Ayad Akhtar

Il Vietnam, l’assassinio di JFK e l’attentato alle Torri Gemelle sono gli eventi che hanno scosso di più l’America nella storia moderna. Dopo l’11 settembre le vite dei musulmani americani sono cambiate per sempre. Ayad Akhtar, scrittore e drammaturgo dal nome egiziano, di genitori pakistani ma nato e cresciuto nel Wisconsin è un testimone diretto di questo mutamento. Quasi dieci anni dopo la tragedia del World Trade Center, nel 2013, Akhtar si aggiudicò il Pulitzer con un dramma in cui uno dei personaggi gioisce per l’abbattimento delle Torri. L’argomento ritorna con “Elegie alla patria”, romanzo memoir nel quale si racconta il disagio di un americano che inizia a dubitare nei valori con i quali è cresciuto. Come un forestiero in patria, partendo dall’attentato di New York, Akhtar prova a smontare l’immagine della nazione inclusiva e generosa nella quale si è affermato prima suo padre, immigrato dal Pakistan, noto cardiologo dalle alterne fortune, poi lui stesso, autore che ha costruito il proprio successo sull’anticapitalismo e sul falso mito del sogno “A quel punto la mia decisione era presa: avrei smesso di fingere che mi sentivo americano”. 

“Elegie alla patria” è sopratutto questo: la storia di un padre e un figlio che si scontrano sull’idea dell’America. La contrapposizione, spassossissima, sull’ascesa di Donald Trump, vent’anni prima tra i pazienti del dott. Akhtar, riproduce in termini più composti e civili il conflitto dei Levov di “Pastorale Americana”, titolo al quale “Elegie alla patria” sembra fare il verso.

Nella letteratura di Akhtar l’Islam è ciò che rappresenta la religione ebraica nei libri dei fratelli Singer e di Philip Roth. 
L’identità, religiosa e politica, è dunque l’altro tema centrale del racconto. Akhtar figlio, pur non essendo un frequentatore di moschee, fatica a conciliare il dogmatismo etico che ispira ogni sua decisione col materialismo del paese nel quale è nato e vissuto. Akhtar padre, invece, è uno spregiudicato arrampicatore sociale e in quel mercantilismo esasperato si sente a proprio agio.

Tutto il romanzo è attraversato dal doppio binario percettivo del vizio e della virtù, della fedeltà e della trasgressione, del sacro e del profano, della cultura di sinistra e di quella di destra; un alternarsi di vicende pubbliche e private che ci raccontano un’America diversa e poco conosciuta.

Angelo Cennamo

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DICE ANGELICA – Vittorio Macioce

Mentre scrivo queste poche righe si è appena concluso Il Festival delle Storie che si tiene ogni anno, negli ultimi giorni di agosto, nella valle di Comino, luogo magico sul confine tra Lazio, Abruzzo e Campania, dove gente di mezza Europa si ritrova per parlare di libri, musica, cinema, attualità e molto altro. L’organizzatore di questa kermesse è Vittorio Macioce, fine intellettuale, una delle penne migliori e tra le più originali del giornalismo culturale.

In questi stessi giorni Macioce ha pubblicato “Dice Angelica” – Salani editore; è il suo esordio nella narrativa, un romanzo che sfugge a qualunque classificazione nel quale l’autore dà voce nientemeno che alla principessa del Catai di ariostana memoria. “Dice Angelica” è la versione di Angelica, l’altra campana, quella che non abbiamo mai ascoltato o studiato al liceo. La bella principessa tutti la cercano, tutti la bramano, per poi additarla, bestemmiarla, metterla al bando come una rovinafamiglie “vizio e veleno”, ma siamo sicuri che a lei piaccia essere nelle mire di guerrieri e paladini? Vittorio Macioce ricostruisce la vicenda scardinando convinzioni e indagando a fondo nei pensieri e nei sentimenti della giovane protagonista, desiderata e amata eppure vittima di ogni maldicenza. 

Ed eccola allora Angelica “pellegrina tra i pellegrini…sospesa tra le linee del tempo”, condannata a “scontare l’eternità”, coinvolta in una guerra che neppure le appartiene, lei venuta da un Oriente indefinito e pagano. “La verità mi renderà libera, ma solo quando avrà finito con me”, le fa dire l’autore, rubando la frase ad uno scrittore americano del XXI secolo: David Foster Wallace.
Il romanzo di Macioce è denso di storie e di leggende, di viaggi e incantesimi, di duelli, di amori veri e non corrisposti. 
Macioce non rivisita, riscrive, dando vita a una nuova forma a metà tra poesia e saggistica. “Dice Angelica” è una fiaba antica e moderna, una girandola di voci e stili che lascia il lettore senza fiato e che arricchisce il panorama letterario di un’opera unica, forse irripetibile. 

Angelo Cennamo

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