IL CANE DI TERRACOTTA – Andrea Camilleri

 

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Recensire romanzi seriali è complicato, specie se si tratta di romanzi gialli. Non che la serialità sia una diminutio, intendiamoci. Anzi, per quanto mi riguarda la ritengo un valore aggiunto: fidelizza i lettori e li coinvolge in un contesto che diventa via via familiare. La Vigàta del commissario Montalbano è un piccolo mondo antico che resiste all’omologazione della modernità. Un luogo nel quale i lettori di Camilleri ritrovano vecchi ricordi o atmosfere esotiche, vacanziere, colori e sapori di un’Italia filtrata attraverso i racconti dei nonni e dei padri. Un procedere lento che non si lascia corrompere dal progresso tecnologico e che non si può confondere con altro. I libri di Andrea Camilleri sono dei pezzi unici, inclassificabili né paragonabili ad altre forme letterarie. Per questa sua unicità Camilleri meriterebbe il Nobel. Lo meriterebbe per la lingua con la quale tesse le sue trame genuine e identitarie, una lingua sinuosa, teatrale, profondamente umana ed ancestrale. E per quell’arte antica del racconto, così semplice, leggera, ottocentesca, senza orpelli né effetti speciali, mai narcisa, che pone al centro della narrazione la storia, nient’altro che la storia con i suoi protagonisti. Quanti scrittori coltivano l’ambizione di costruire con le parole delle cattedrali gotiche: si arrampicano in alto, sempre più su, per poi finire stecchiti sotto le macerie di una verbosità inutile, fine a se stessa? Camilleri, tomo tomo, li guarda passare lungo il fiume della vanagloria e finire rapidamente nel dimenticatoio.

Il cane di terracotta è il secondo romanzo della serie di Montalbano, pubblicato nel 1996 dopo il fortunato La forma dell’acqua, libro del quale nessuno aveva previsto sequel o altre forme di reiterazione. Ma il grande successo di critica e di pubblico che ne derivò, spinse Elvira Sellerio a pretendere dal maestro di Porto Empedocle nuove storie di delitti che avessero come protagonisti proprio il commissario di Vigàta e la sua squadra di poliziotti squinternati. In questo secondo libro, in coda al solito delitto di mafia, Montalbano deve indagare su un duplice omicidio avvenuto cinquant’anni prima: i cadaveri di due giovani amanti vengono ritrovati in fondo ad una grotta. Ai loro piedi, la statua di un cane di terracotta messa a sorvegliare le due vittime chissà da chi e per quale strana ragione. Un giallo comicissimo nel quale il commissario di Camilleri si lascia aiutare nella sua inchiesta da un gruppo di vecchietti più o meno arzilli, testimoni di un tempo lontano, dominato da antiche credenze e misteriose ritualità.

Angelo Cennamo

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LA GITA A TINDARI – Andrea Camilleri

 

La gita a Tindari - Camilleri

 

Prima di tutto la lingua. Leggere i romanzi di Andrea Camilleri è un’esperienza fuori dall’ordinario. Leggerli nella lingua originale, intendo dire – nulla di paragonabile rispetto alle versioni esportate in Inghilterra, Germania, Spagna e resto del mondo. Beati noi. Confesso di essermi avvicinato al maestro di Porto Empedocle con molto ritardo, dopo aver vinto un atteggiamento di inspiegabile riottosità, io che dopotutto sono meridionale, napoletano, e quindi abituato a confrontarmi con i testi dialettali. Ma ecco l’errore. Camilleri non scrive in dialetto, Camilleri scrive in italiano: è questa la grande scoperta. Scrive in una delle possibili declinazioni della lingua italiana, che è quella siciliana. Più o meno, o in diversa misura rispetto a romanzieri come Verga, Pirandello, Sciascia. Tutto ebbe origine da una promessa fatta al padre nelle sue ultime ore di vita. Il giovane Andrea confidò al genitore moribondo che gli sarebbe piaciuto diventare uno scrittore. L’uomo ascoltò con attenzione il racconto che Nenè gli sussurrò al capezzale, dopodiché suggerì al figlio di mettere quella storia per iscritto, esattamente come l’aveva raccontata a lui, nella stessa lingua. Promessa mantenuta. Quel miscuglio di italiano corrente e di siciliano lo chiamano vigatese, dal nome del paesino immaginario, Vigàta, dove l’autore colloca le sue trame. Eccezion fatta per i romanzi storici, Camilleri non scrive noir, ma libri gialli, autentici polizieschi, il cui protagonista, il commissario Montalbano, è diventato popolarissimo grazie soprattutto – in Italia si legge poco – ad una fiction televisiva. Quanto Luca Zingaretti si rispecchi nel Salvo Montalbano della carta scritta è difficile a dirsi. Di sicuro non gli somiglia fisicamente: quello uscito dalla penna di Camilleri ha baffi e capelli, non il cranio rasato dell’attore romano. Ma è solo un dettaglio. La simbiosi tra le due narrazioni è pressoché totale, per bellezza, colore, ritmo. Le avventure di Montalbano – nome ispirato dallo scrittore spagnolo Vazquez Montalban – vanno lette lentamente, possibilmente con la voce roca e affumicata del suo ideatore. Immaginando la stessa flemma, il disincanto di chi ha già visto tutto, la postura appesantita dalla veneranda età. In quelle note strascicate rivive la bellezza della Magna Graecia e della sua preziosa eredità. E’ così che io mi sono calato, abbandonato alla trama de La gita a Tindari, nelle sue atmosfere calde e sonnolente, nella luce accecante che bagna Vigàta come le acque cristalline del suo mare, e nel mistero che avvolge l’intricata vicenda sulla quale indagano il commissario Montalbano e il suo vice Mimì Augello: l’omicidio di un giovane fimminaro e la scomparsa di una coppia di vecchietti partiti per un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Tindari “C’era un legame tra la scomparsa dei due vecchiareddri e l’ammazzatina del picciotto?”

Angelo Cennamo

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ERA DI MAGGIO – Antonio Manzini

 

 

Era di maggio - Manzini

 

 

Sono giorni terribili per Rocco Schiavone: la fidanzata di un caro amico è stata ammazzata per errore, il bersaglio doveva essere lui. Dopo Marina, la moglie fantasma con la quale dialoga in corsivo, Adele è la seconda donna a morire al posto di Rocco. L’omicidio è legato al passato del protagonista, ad una vecchia storia di borgata, questioni personali che sfuggono alle maglie della legalità, un crinale invisibile, scivoloso, la dark side della sua invincibilità. L’omicidio di Adele è la trama parallela di un altro delitto: l’assassinio in carcere di un mafioso che tutti credono morto per infarto. Una rottura di coglioni del decimo grado che costringe Schiavone ad indagare in cella, tra detenuti e secondini, su un complicato giro di usura e di appalti truccati. Con lui, il cast di sempre: i poliziotti imbranati D’Intino e Deruta, il viceispettore Caterina Rispoli, e Italo Pierron, il giovane collega col quale Schiavone di tanto in tanto arrotonda lo stipendio con qualche lavoretto extra.

Come sempre, il racconto si sviluppa sul doppio binario, quello valdostano e quello romano. Nella parte capitolina della narrazione, i dialoghi tra Rocco e gli amici furfanti, Seba e Brizio, ci riportano alle ambientazioni pasoliniane dei Ragazzi di vita, lo stesso gergo, le stesse atmosfere, gli stessi temi. E’ questa la forza delle storie di Manzini: il giallo si dilata e apre le porte al romanzo sociale, ai sentimenti, alla nostalgia. “Gli zero dell’Iban sono una gran rottura di coglioni” è la frase più esilarante del romanzo, vale il prezzo del libro.

Angelo Cennamo

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SOLEA – Jean-Claude Izzo

 

 

SOLEA - Izzo

 

Se n’è andato troppo presto Jean-Claude Izzo, scrittore francese di origini salernitane, protagonista assoluto, se non inventore, del noir mediterraneo, filone letterario dal quale hanno attinto anche diversi giallisti italiani. Della sua breve comparsa sulla scena narrativa ci restano romanzi dal grande impatto emotivo come Il sole dei morenti e Marinai perduti , ma il nome di Izzo è legato soprattutto alla sua trilogia marsigliese: Casino totale, Chourmo e Solea, un trittico di libri mozzafiato il cui protagonista è Fabio Montale, poliziotto borderline per metà italiano per metà francese, nel quale Izzo ha traslato le proprie origini, sensibilità, passioni, nostalgie e gusti musicali. Nel terzo capitolo della trilogia, Montale ha lasciato la polizia e si è trasferito nella casa sul mare ereditata dai genitori, dove tra giri in barca e bevute di pastis come un lupo solitario si abbandona ai ricordi più dolorosi. E’ un uomo con lo sguardo sempre rivolto all’indietro, il Montale di Solea, inseguito, tormentato dai fantasmi del passato: l’infanzia, gli amici morti ammazzati, gli amori fuggiti via “Sempre in ritardo sulla morte. E sempre in ritardo sulla vita. Sull’amicizia. Sull’amore”.

Al bar di Hassan si discute del più e del meno, storie di immigrati, diversi per etnie, provenienze, ma uguali e uniti nell’approdo in quella terra speciale, struggente, maledetta, chiamata Marsiglia “Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto”. Nel passato di Fabio c’è anche Babette, la giornalista free-lance che lo lasciò per seguire un avvocato italiano. Grandi amori che nella narrazione di Izzo fanno dei giri immensi e poi ritornano, nei ricordi o in carne ed ossa. Babette è di nuovo in Francia, sì, ma è braccata dalla mafia per via di un reportage scottante su intrecci illeciti tra imprese, malavita e politica. Non c’è pace per Montale che ora è costretto a mettersi sulle tracce della ex fidanzata e arrivare da lei prima che la trovi qualcun altro. La rabbia esplode, il prezzo da pagare è altissimo e a farne le spese saranno altre vittime innocenti. La Marsiglia di Izzo, le atmosfere del porto, i tramonti rosa sul mare, il degrado e l’umanità di certi quartieri, ricordano molto la Napoli di Elena Ferrante, Ermanno Rea e di Maurizio de Giovanni. Tutto si lega a certe latitudini: siamo figli dello stesso mare, della stessa cultura, è questo il messaggio che Izzo ci lascia con lo sturm und drang delle sue storie intrise di sangue e di poesia, indimenticabili.

Angelo Cennamo

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IL CONFORMISTA – Alberto Moravia

Il conformista - Moravia

Quando il diciassettenne Alberto Pincherle – poi Moravia – nel letto di un ospedale, per ingannare il tempo e quella brutta malattia che lo affliggeva già da qualche anno al punto da costringerlo ad abbandonare gli studi, cominciò ad abbozzare delle frasi su un quadernino, nessuno poteva immaginare che quegli appunti disordinati, scritti a penna, sarebbero diventati poco più tardi un’importante opera letteraria, una pietra miliare della nuova letteratura. Con Gli indifferenti – romanzo pubblicato nel 1929 – Moravia liberò la narrativa italiana dalla lingua ingessata, ampollosa, dei dotti, dalla grammatica degli intellettuali e dei poeti, e la trasportò nella modernità, dando inizio, lui e non Sartre o Camus, alla corrente dell’esistenzialismo. Non sono d’accordo con chi accusa Moravia di non aver scritto nulla di eclatante e di nuovo dopo quel romanzo d’esordio, di essersi ripetuto, riciclato nei libri successivi con i soliti cliché sulla noia e la solitudine. Ho riletto a distanza di molto tempo dalla mia prima volta Il conformista – pubblicato vent’anni dopo Gli indifferenti – e sono rimasto colpito dalla immutata freschezza, dall’attualità dei temi affrontati, da come Moravia descrive la società italiana che dal fascismo ad oggi non sembra per nulla cambiata. Il romanzo è il ritratto di un uomo, soprattutto di un atteggiamento morale tipico dei nostri tempi: l’omologazione. Negli anni Settanta ne parlò a fondo anche Pier Paolo Pasolini – di Moravia grande amico e confidente – in due celebri raccolte: Scritti corsari e Lettere luterane.

Il protagonista del racconto, Marcello, nel prologo è un bambino introverso e violento, attratto dalle armi. Marcello non solo è consapevole, ma turbato da quella innata crudeltà che lo fa sentire diverso dagli altri suoi coetanei e che lo spinge a fare del male prima a gatti e lucertole, poi ad uccidere un uomo. Lino, la vittima, è un prete spretato, un pedofilo che con un espediente conduce il ragazzino in una casa di campagna per sfogare la sua mania. Per quell’istinto omicida che cova dentro di sé, Marcello vorrebbe tanto essere rimproverato, punito dai genitori, ma sia il padre che la madre sembrano assenti, distratti – gli indifferenti – presi da altre faccende. Nella prima parte del romanzo, Marcello lo ritroviamo adulto. Chi è adesso? Che uomo è diventato? Uno uguale a mille altri “Egli faceva tutta una cosa sola con la società e il popolo in cui si trovava a vivere, non era un solitario, un anormale, un pazzo, era uno di loro, un fratello, un cittadino, un camerata.” Aveva  temuto che l’omicidio di Lino potesse separarlo dal resto dell’umanità, ma l’adesione alla causa fascista e il matrimonio, sia pure con una donna che non ama, lo salvano da quel sentimento di estraneità, di esclusione dal mondo, e lo fanno sentire per la prima volta come tutti gli altri. Un’illusione, forse, che il protagonista coltiverà fino a quando gli verrà affidata una misteriosa missione in Francia.

Il conformista è in buona sostanza quello che oggi chiameremmo un noir psicologico. Dunque anche Moravia scriveva noir, come Umberto Eco, Leonardo Sciascia, e Pasolini ( Petrolio è un meraviglioso romanzo noir ), se ne facciano una ragione i tromboni delle gerarchie letterarie, i critici dello scaffale. Tornando alla trama del romanzo, Marcello ha un amore isterico per l’ordine, per la compostezza. L’omicidio di Lino è la negazione di quell’ordine prefigurato, è il  disordine, il male, un male che può essere cancellato in un solo modo: conformandosi alla massa. Cosa c’è di più omologante del fascismo e del matrimonio? “Sono stato un uomo simile a tutti gli altri uomini….ho amato, mi sono congiunto ad una donna e ho generato un altro uomo”. È il grande tema del rapporto tra uomo e società, sempre attuale e perfettamente delineato da Moravia, con coraggio e incisività. Quando seppi della morte di Philip Roth, mi chiesi se in Italia avessimo avuto uno scrittore paragonabile al grande romanziere ebreo di Newark. Moravia, mi sono detto. Alberto Moravia è stato il nostro Philip Roth.

Angelo Cennamo

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L’ATTORE – Mario Soldati

L'attore - Mario Soldati

Enzo Melchiorri è un vecchio caratterista senza lavoro alle prese con i debiti di gioco della moglie Licia. Vive a Bordighera, in una villa oggi ipotecata per finanziare le serate al casinò di Sanremo della consorte e per tirare avanti alla meglio. L’incontro con l’altro protagonista – senza nome e voce narrante della storia – è casuale. L’altro è un regista in trattativa con la Rai per uno sceneggiato nel quale potrebbe trovare un ruolo lo stesso Melchiorri, che ora spera di ritornare nel giro grazie all’aiuto dell’amico. La messa a punto del teleromanzo tuttavia si rivela più complicata del previsto e si perde in mille “vedremo” e “le faremo sapere”.

L’attore, romanzo del 1970 e vincitore del premio Campiello, è l’opera di maggiore successo di Mario Soldati, scrittore per troppi anni dimenticato ed oggi riportato in libreria dalla Bompiani con una serie di pubblicazioni rinnovate anche nella veste grafica. La trama, nella sua prima parte, è incentrata sulla figura ancora sconosciuta di Melchiorri: i vecchi fasti del teatro dell’anteguerra, la fisicità goffa quasi da effeminato, il cono d’ombra nel quale è stato risucchiato negli anni del boom economico, il ricordo dei tempi migliori, la generosità a dispetto del pregiudizio che molti colleghi nutrivano nei suoi confronti, le cene notturne in una trattoria dietro piazza di Spagna dove oggi c’è un grande magazzino. E’ un’Italia che cambia pelle quella che ci descrive Soldati tra le pieghe della vicenda personale del protagonista, un Paese distratto dall’insperato benessere, alla ricerca di nuovi miti, stili e forme di spettacolo più moderne. La Rai, con la sua burocrazia e le sue clientele, è il contesto nel quale Soldati ambienta una metà della storia. L’altra metà si svolge in Costa Azzurra, nel mondo del gioco d’azzardo, della bella vita: lo spaccato preciso, malinconico, di una borghesia in declino, presto fuori moda, che ha già dato il peggio di sé. Qui la narrazione perde il mordente dei primi capitoli per sfilacciarsi nel groviglio dei tradimenti di Melchiorri con le sue domestiche, negli alti e bassi – più bassi – del suo matrimonio, nell’ossessione senza fine di Licia per il gioco. Almeno cento pagine di troppo per un’opera che sarebbe stato meglio contenere, comprimere, nella metà del suo volume cartaceo per farne un racconto anziché un romanzo.

Angelo Cennamo

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LE LETTERE DA CAPRI – Mario Soldati

 

 

Le lettere da Capri - Soldati

 

La mia generazione ha fatto in tempo a conoscere il Mario Soldati enologo, l’omino coi baffi e il sigaro tra i denti, il poeta bizzarro, sorridente, che se ne andava in giro per l’Italia a registrare gustosi reportage televisivi sul Brunello di Montalcino e il Barolo. Immagini in bianco e nero, ricordi sfocati che si mescolano ad altri più o meno felici, dalle Canzonissime di Don Lurio alle gag di Cochi e Renato; dallo scudetto del Cagliari all’arresto di Pino Pelosi quella tragica notte del 2 novembre del 1975. Ero un bambino e di quell’omino dai capelli bianchi non sapevo che fosse anche un grande scrittore e un regista di successo. Di recente, la Bompiani ha pensato bene di ripubblicare le opere di Mario Soldati, i romanzi di maggiore pregio, premiati con lo Strega – Le lettere da Capri – e col Campiello – L’attore – o diventati dei clamorosi casi letterari amati dalla critica e da altri scrittori importanti – Lo smeraldo. Un’occasione per riscoprire un autore finito da alcuni decenni ai margini degli scaffali, colpevolmente dimenticato da lettori e addetti ai lavori. Ero entrato alla Feltrinelli con l’intenzione di prendere Lo smeraldo, libro visionario per il quale Pier Paolo Pasolini scrisse una superba ed accorata prefazione, ne sono uscito con Le lettere da Capri. Inutile soffermarsi sulle ragioni del cambio, non saprei neppure spiegarle: forse un leggero graffio o una piccola, insignificante piegatura della copertina del primo romanzo avrà indirizzato il paranoico che sono sull’altro volume? Tutto è possibile.

Lettere da Capri fu pubblicato la prima volta nel 1954, ed è uno dei libri più complessi e sfaccettati di Soldati. Racconta una intricata storia di amore e gelosie, la storia di un’ossessione torbida, irrefrenabile, di tradimenti reali o presunti, di bugie e mezze verità. Quattro i personaggi protagonisti: una coppia americana e due italiani. Harry Perkins è un ex maggiore dell’esercito innamorato dell’Italia e della sua arte. Ha un cattedra universitaria che lo attende a Princeton, ma preferisce girare il belpaese in lungo e in largo per conto dell’Unesco. Harry è perennemente diviso tra due donne: la moglie Jane e l’amante Dorothea. Quest’ultima è la vera protagonista del romanzo, che nella narrazione di Soldati si compie attraverso un singolare gioco di specchi: il racconto è il soggetto cinematografico che l’ex maggiore dell’esercito scrive per il suo amico regista, prima voce narrante del libro. Dicevamo di Dorothea, una borgatara affascinante, di una sensualità proletaria e subdola che ci riporta ad altre figure femminili di quegli anni: la Loren di De Sica, la Silvana Mangano dei film di Dino Risi, ma anche La romana del romanzo di Moravia. Harry è completamente dominato dalla sua bellezza vorticosa, incantatrice – così diversa dall’aplomb di Jane – dalla sua fisicità rozza, impetuosa, involgarita da bracciali vistosi e bigiotteria pacchiana. Il tormento di Harry è al centro dell’intera vicenda, che nell’ultima parte devia a sorpresa su una trama parallela, nascosta al lettore per almeno tre quarti del libro. Qui il racconto diventa confessione, e l’espiazione di una colpa duplice, per troppi anni taciuta, una catarsi che non sortisce l’effetto sperato e che farà sprofondare Harry in una malinconica crisi di volontà, nella nostalgia di un tempo che forse per gli altri non è mai esistito.

Lettere da Capri è un romanzo prodigioso, introspettivo, il ritratto di una società sospesa tra l’ipocrisia e l’anticonformismo, scritto in un italiano molto moderno per i primi anni Cinquanta. La scrittura di Soldati è nitida, diretta, colta quanto basta, dal taglio cinematografico, diversa dal coro aulico di altri autori italiani di quel tempo, scorrevole, briosa e “non vischiosa” come quella di Elsa Morante, avrebbe scritto qualche anno più tardi il corsaro Pasolini.

Angelo Cennamo

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L’ANELLO MANCANTE – Antonio Manzini

 

L'anello mancante - Manizini

 

Cinque indagini di Rocco Schiavone. Un libro di racconti su fatti posteriori al primo libro della serie Pista Nera, fatti che Manzini ha collocato, inserito “nelle pieghe” del tempo narrativo. Operazione complicata per un autore seriale. Come spiega lui stesso nella prefazione, per piantare queste storie, lo scrittore allievo di Camilleri ha dovuto infatti immaginare una sospensione temporale, sganciare le trame dal flusso della vita di Rocco. Il risultato è come sempre eccellente. La forza di queste storie è, come ho scritto altre volte, nella autenticità della figura del protagonista. Rocco Schiavone è un uomo vero, reale, buca la pagina: è l’italiano medio. Schiavone nel lavoro è scrupoloso ma non vuole rotture di coglioni; la sua etica professionale talvolta è impeccabile, in altre va a farsi benedire. E’ ligio ma anche corrotto. E’ sensibile ma nello stesso tempo cinico. E’ di ampie vedute, un progressista attento, ad esempio, a correggere chi dice “negro” anziché nero; ma quando pensa alle proprie origini allora diventa un nostalgico, e si abbandona ai ricordi, alla tradizione. Nei dialoghi in romanesco con gli amici trasteverini ci appare come un personaggio pasoliniano, sono pagine di letteratura alta checché ne dica qualcuno, pagine che ci riportano a romanzi come Ragazzi di vita o Una vita violenta, a quel mondo lì insomma, con Seba che sembra Franco Citti e Brizio Ninetto Davoli. Nelle conversazioni in corsivo con Marina, la moglie ammazzata al posto suo, per errore, in quel tragico 7-7-2007 – che è anche il titolo di uno dei romanzi, forse il migliore della serie – Rocco ci appare invece un uomo fragile, insolitamente romantico, lacerato dal disincanto. Mille facce, mille sfumature nelle quali ciascuno può ritrovare una parte di sé, riconoscersi. Questo è il segreto del successo del Grande Romanzo di Schiavone che Antonio Manzini sta scrivendo a capitoli, anno dopo anno. Oltre il noir c’è di più.

Angelo Cennamo

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LA LETTRICE SCOMPARSA – Fabio Stassi

 

La lettrice scompaesa - Fabio Stassi

 

Vince Corso è un insegnante precario non più giovanissimo che, senza un soldo in tasca e senza avere nulla da perdere ormai, neppure la vergogna, si inventa il mestiere del biblioterapeuta “Una di quelle nuove professioni dell’ascolto che aiutano le persone a risolvere i loro conflitti e ad operare delle scelte”. Un’idea forse vincente ed antica “I libri depurano la testa e il sangue, allontanano l’attrazione del vuoto e l’umore nero“, sicuramente bizzarra e controtendenza. Del resto Vince della letteratura sa tutto o quasi tutto; la sua passione per la narrativa è così smodata che lo fa vivere fuori dal mondo reale, è una vera ossessione. Lui dice di guarire coi libri ma è a sua volta malato, forse più dei suoi stessi pazienti. La storia di Fabio Stassi si svolge in una Roma multietnica – l’ufficio di Vince è una mansarda di via Merulana, quella del Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda – lontana dagli stereotipi vacanzieri e romantici della città papalina, godereccia o da cartolina. Stassi preferisce un’ambientazione più bohemien, alla Arturo Bandini, fatta di arte povera, sigarette e dischi francesi rigorosamente in vinile. Una cappa di malinconia e di poesia che avvolge la trama, trasportandola in una dimensione quasi onirica, fantastica, fabiesca.

La lettrice scomparsa è un romanzo originale, raffinato, scritto in un italiano colto e cristallino; un generoso tributo alla grande letteratura di ogni luogo; lo spunto per allargare lo sguardo su altri romanzi, famosi o sconosciuti, poco importa – alla fine del libro l’autore elenca uno per uno gli scrittori e i titoli che Vince suggerisce ai suoi clienti – ed invogliare a leggere, abbandonarsi di più alla bellezza, unica, perfino curativa, della narrativa: è questo il senso, il messaggio che Stassi intende lanciare ai lettori. La vicenda ha i contorni del giallo e ruota intorno alla misteriosa scomparsa di una donna che abita nello stesso palazzo di Vince. Un’assenza legata ad una vecchia storia di scambi di identità, difficile da ricostruire, ma in un racconto già scritto e in pochi altri indizi lasciati forse volutamente dalla donna, il protagonista riesce a trovare la chiave per risolvere il caso. Viva la letteratura italiana e viva la casa editrice Sellerio, fonte inesauribile di nuovi talenti della scrittura. Fabio Stassi è tra questi.

Angelo Cennamo

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ASIMMETRIA – Lisa Halliday

Asimmetria - Halliday

Non capita spesso di imbattersi in giovani autori innovativi che non si accontentano di assecondare i lettori con storie preconfezionate, facili, sciatte, impostate secondo i canoni di questa o di quella scuola di scrittura. Lisa Halliday ha la freschezza, il coraggio, diciamo pure l’incoscienza degli sperimentalisti di alto rango (“status authors”) che anche America sono diventati merce rara. Era dai tempi di Lincoln nel bardo di George Saunders che non mi capitava di leggere un libro cosi originale, per stile e struttura – il termine più appropriato sarebbe “strano” –  come Asimmetria, romanzo di esordio di Lisa Halliday – in Italia edito da Feltrinelli.

Halliday racconta due storie, indipendenti l’una dall’altra, con un finale a sorpresa che ci riporta alla prima trama. Alice è una giovane impiegata di una casa editrice che per caso, su una panchina di Central park, conosce Ezra Blazer, celebre scrittore ebreo plurivincitore del premio Pulitzer. Ezra è un uomo anziano ma seducente – ci piace pensare che dietro questo personaggio colto, divertente, stravagante si nasconda Philip Roth, i tratti sono quelli. Tra i due nasce un amore fatto di piccole attenzioni, premure, conversazioni talvolta banali. La storia di Alice ed Ezra scorre leggera, briosa. Non accade nulla, ma Halliday quel vuoto lo racconta benissimo; fissa ogni attimo della quotidianità anche quello più insignificante: le partite di baseball viste alla tv, gli acciacchi e le visite mediche di Ezra, loro due a letto e fuori dal letto, e lo trasforma in una narrazione gustosa e instancabile. Dilata lo spazio e ci conduce dentro il lettore, rendendolo partecipe di quell’apparente monotonia di affetti e malinconie.

Ho letto questo libro nei giorni di una commemorazione di David Foster Wallace e non ho potuto fare a meno di pensare a lui, alla schizofrenia e al massimalismo debordante di alcuni suoi scritti come La ragazza dai capelli strani o Mister Squishy – l’intera pagina 128 è una specie di bugiardino farmaceutico.

La seconda trama del romanzo, forse meno potente della prima, vede come protagonista Amar, un giovane economista americano di origini irachene che va a trovare il fratello in Irak ma viene trattenuto un intero week end in aeroporto. La sosta forzata diventa per il giovane lo spunto per ripensare alla propria vita e riflettere a voce alta sulla situazione politica degli Usa e del Medio Oriente.

Gioventù e vecchiaia, Occidente e Oriente, pubblico e privato: le asimmetrie di Lisa Halliday si declinano in uno sperimentalismo linguistico che sfugge a qualunque classificazione. Cos’altro aggiungere: Asimmetria è un libro imperdibile, con pochi precedenti, destinato a diventare una pietra miliare della letteratura dei nostri tempi.

Angelo Cennamo

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